Se volete sapere qualcosa di più sulla Corea del Nord lasciate perdere le decine di saggi che promettono di svelarvi i segreti di un Paese blindato. Il più delle volte sono infatti volumi sensazionalistici scritti da chi, non solo non ha mai messo piede neanche per sbaglio a Pyongyang e dintorni, ma che, nella migliore delle ipotesi, ha elaborato le opere dal suo ufficio di New York, Londra o Parigi. Nell'epoca dell'hype si fa quel che si può: si intercetta un tema che attira i lettori e si buttano giù fiumi di inchiostro fini a se stessi. Ecco, dicevamo, che se avete intenzione di farvi un'idea di quello che c'è oltre il 38esimo parallelo potete imboccare due strade: leggere Mow (che sul tema ha dedicato fior di approfondimenti e interviste sul campo) oppure divorarvi l'ultimo libro di Barbara Demick, da poco pubblicato in Italia da Iperborea con traduzione di Valentina Ricci: "Nulla da invidiare Vite normali in Corea del Nord". Partiamo da un punto fondamentale: Demick, giornalista americana del Los Angeles Times e collaboratrice del New Yorker, ha scritto l'opera nel 2010. E cioè quando il Paese era davvero isolato, al potere c'era Kim Jong Il - il padre dell'attuale leader Kim Jong Un - e la capitale Pyongyang era ancora una città simil sovietica, senza scaglie di modernità e circondata da un alone di oppressione. Sia chiaro: non che oggi, nel 2026, la Repubblica Popolare Democratica di Corea si sia trasformata in un'Ibiza asiatica. Ma, assicurano esperti e analisti, a quanto pare la situazione è molto cambiata rispetto alle descrizioni fatte da Demick.
La premessa sopra citata è doverosa per dare un contesto ai lettori. Così come è altrettanto necessario spiegare che il saggio si basa per lo più sulle testimonianze di numerosi disertori nordcoreani che hanno consentito a Demick di creare il ritratto di una popolazione formata da cittadini che, fin dalla nascita, vengono formati per essere automi di Stato. Tra questi troviamo Mi Ran e Jun Sang, che di notte si tenevano per mano tra le vie buie sognando un amore impossibile e di giorno tramavano una fuga che non potevano confessarsi per paura della delazione; la signora Song, lealissima al governo ma costretta a seppellire marito e figlio e a inventarsi un'impresa commerciale di fortuna per non nutrirsi solo di radici; Kim Ji Run, pediatra che ha assistito impotente agli orrori della fame e alla carenza di medicinali. All'epoca del racconto, la Corea del Nord aveva pochissima elettricità e zero internet, offriva una vita pubblica fatta di rituali e marce. E ancora: c'era un delatore in ogni vicino e un sistema di caste che distribuiva privilegi e miseria. Uno dei grandi pregi del volume è quello di andare oltre quanto accade a Pyongyang, città vetrina e cuore del Paese, e indagare la realtà a Chongjin, terza città del Paese devastata dalla carestia dei tardi anni Novanta (quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il Sung e Kim Jong Il).
Nulla da invidiare non parla però di Kim né di armi nucleari, bensì di una città di provincia, Chongjin appunto, e della vita delle persone che l'hanno abitata. L'obiettivo del saggio? Ritrarre la vita quotidiana dei nordcoreani, o almeno, dei nordcoreani fuggiti in Corea del Sud. Sembrerà infatti cinico da sottolineare ma in Corea del Nord c'è anche chi “sta bene”, chi ha visto incrementare le proprie ricchezze insieme alla crescita registrata dal Paese. Già, perché dopo aver passato gli ultimi anni a sfot*ere Kim Jong Un, a predicare il collasso imminente suo Paese e a mettere in circolazione notizie false su questo Stato, adesso i principali quotidiani statunitensi hanno cambiato idea. Il New York Times ha pubblicato un articolo che elogia “la miracolosa trasformazione” della Corea del Nord, mentre il Wall Street Journal ha addirittura definito quella nordcoreana “la storia di successo economico più sorprendente al mondo”. Qualcosa è cambiato dai tempi di Kim Jong Il. Una cosa è rimasta: un Kim al potere.
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