Da Acqua&Sapone vendono delle patch per il culo. Ne abbiamo preso un pacchetto, sono come le maschere per il viso che se ti guardi allo specchio dopo averne messa una ti sembra di vedere Patrick Stewart sotto ketamina. Le patch sono due, una per natica, leopardate ma in rosa, una versione in piccolo dei tatuaggi di Elettra Lamborghini con le istruzioni sul retro: aprire, rimuovere, applicare.
Le abbiamo comprate con i bambini, che hanno sghignazzato pensando a quando le attaccheranno sulle chiappe della mamma dopo cena. È il ritmo dell’estate, della famiglia che in qualche modo sta un po’ più insieme, distesa, colazione con quello che c’è e serate a fare più tardi perché tanto la scuola comincia a settembre.
Dieci anni fa sulla spiaggia di Senigallia, durante i giorni di X-Masters, fuori dalla casetta in cui stiamo ora, si svolgeva ’Miss B Side’, un contest promosso da Radio Deejay con cui veniva decretato il miglior culo della spiaggia di velluto. Una ventina di ragazze in perizoma, gente lì ad applaudire, roba su cui ridere un po’ prima che una frotta di influencer iniziasse a denunciare qualsiasi cosa potesse portare a dell’interazione nelle loro piccole o grandi esistenze.
Il ‘Miss B Side’ è roba impensabile oggi, il contest ovviamente non esiste più. In redazione dicono che i giovani di adesso schivano questa roba e che fino a dieci anni fa la donna veniva trattata come una bestia da vendere al mercato. In un attimo è stata istituita la par condicio dei culi in redazione, testualmente: “Vuoi recensire i culi delle donne in spiaggia? Bello. Io non lo farei, ma ci può anche stare. Se lo fai pure degli uomini. Altrimenti è un uomo che guarda i culi delle donne e recensisce sta roba. È una roba anticulturale (parola scelta di fretta forse, ndr)”. Il messaggio prosegue auspicando la liberazione da questo giornalismo becero e senza dignità che ci portiamo appresso dal primo governo Berlusconi, che sarebbe come a dire che un bel culo l’ha inventato il Cavaliere e non l’Altissimo.
Invece il giornalismo funziona come qualsiasi altro mestiere al mondo: per provare a dargli una dignità basta volerlo. Così, nell’intento di costruire un cavallo di troia con la sabbia molliccia e qualche bastoncino in riva al mare, ci siamo resi conto che le ragazze di oggi farebbero impallidire quelle del Miss B Side 2016: sessioni forsennate in palestra, oli, creme, operazioni in Turchia e persino, in effetti, patch per le natiche “dai segreti della skincare coreana” vendute in un negozio di detersivi. Per quanto l’ossessione per i culi delle donne sia al suo apice per entrambi i sessi e oggi vadano gli shorts con l’ultima parte di chiappa scoperta, ammettere una certa sensibilità a riguardo è da retrogradi, maschilisti, finanche berlusconiani.
Temptation Island sì, culi in spiaggia no. Nein, niet. Ma è un vero peccato, perché di culi flaccidi ce ne sono sempre di meno in giro e il bagnasciuga dell’adriatico è diventato una distesa di chiappe brune baciate dal sole di luglio, un piccolo trionfo della società dell’apparire, un regalo al proletariato di cui però è diventato scomodo parlare. Come vincere al Superenalotto e non poterlo dire a nessuno.
Nel frattempo ci troviamo ad annaspare in un mondo che si riflette negli attori di brutti telefilm appena usciti dallo sbancamento dentale, piallati dal Botox e il filler e le luci e il trucco senza più espressioni o personalità, questo perché evidentemente le agenzie di casting si sono scordate che il gorgonzola è buono perché puzza: una società che ci impone di essere perfetti ma di non farne parola è una società crudele.
E poi c’è la geopolitica di cui bisogna occuparsi al più presto perché il tono intellettuale viene prima di quello muscolare, portando via quanto d’interessante ci sia in natura alla ricerca di un forsennato autoerotismo davanti allo specchio. Oggi parlare di culi in spiaggia qualifica lo zotico, è roba da animali, bestie che si annusano perché odorano, roba così. E invece viva i culi in spiaggia, gli shorts, l’estate al mare e pure in famiglia. L’etnologo Desmond Morris scrisse un celebre saggio, Lo Scimpanzé Nudo, in cui sostanzialmente sosteneva che i seni fossero cresciuti alle donne per facilitare l’uomo nel momento in cui l’essere umano passò da quadrupede a bipede perché il maschio, disorientato, non trovava più il suo punto di riferimento per un approccio sessuale. Evidentemente i nostri antenati non andavano spesso al mare, tantomeno in riviera.
Fatevi un regalo, compratevi un paio di patch per le natiche. Rinfrescanti, esfolianti. Per voi o per i vostri cari, per i vostri avi. Costano tre euro e novanta. Online si trovano da Meloni Store.