Chi lo avrebbe mai detto che l'Italia, da molti analisti descritta come una specie di “colonia statunitense”, dicesse “no” per due volte, nel giro di pochi giorni, agli Stati Uniti. E due “no”, tra l'altro, belli grossi e carichi di significato in politica estera. È invece andata proprio così, con il governo Meloni, super atlantista e vicinissimo a Donald Trump, che prima avrebbe risposto picche alla richiesta statunitense di inviare cacciamine nello Stretto di Hormuz, e poi, in maniera ancora più clamorosa, non avrebbe concesso l'utilizzo della base militare di Sigonella al potente alleato americano. Come sono andate le cose? Qualche giorno fa, come ha spiegato Il Corriere della Sera, il Capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, sarebbe stato informato dall'Aeronautica di un piano di volo statunitense. Un piano che prevedeva l'atterraggio di alcuni velivoli nella base dislocata in Sicilia che poi sarebbero ripartiti verso il Medio Oriente, ossia nel cuore della guerra in corso tra Usa, Israele e Iran. Dagli Stati Uniti non sarebbero però state inviate autorizzazioni o richieste preventive di consultazioni ai vertici militari italiani. Anzi: il piano sarebbe stato comunicato con gli aerei in volo, probabilmente dando per scontato che l'Italia non facesse storie. Portolano, raccontano ancora le cronache, avrebbe quindi avvisato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, per poi comunicare al comando statunitense – su indicazione dello stesso Crosetto – che gli aerei non potevano atterrare a Sigonella.
I motivi? La mancanza di autorizzazione, l'assenza di un preventivo coordinamento con le autorità italiane e, last but not least, l'esito delle verifiche iniziali che avrebbero escluso che quei velivoli fossero normali voli logistici, e dunque al di fuori degli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Oltre all'episodio riguardante la base di Sigonella, c'è un'altra vicenda che aiuta a capire il vento che soffia a Palazzo Chigi. Una vicenda raccontata dall'analista Edward Luttwak sui suoi canali social che riguarderebbe il rifiuto del governo Meloni di inviare cacciamine nello Stretto di Hormuz come auspicato da Trump. Ma l'aspetto più curioso della suddetta analisi è in realtà un'altra. Luttwak ha infatti paragonato Meloni all'ex premier Abe Shinzo: “Meloni, seguendo il modello Abe Shinzo, è stata la prima in Europa a tuffarsi nel Lago Trump sviluppando un rapporto personale che le evitato i problemi degli altri. Ma adesso ha rifiutato la richiesta di cacciamine per operazione rischio zero. Trump presenterà il suo conto”. Eccola qui la frase da evidenziare: “Trump presenterà il suo conto”. Che cosa significa? La lettura più semplicistica è prettamente diplomatica. Quella più complessa suggerisce invece che la Casa Bianca smetterà di “schermare” il governo italiano da tensioni, polemiche e scontri internazionali che hanno invece travolto, per esempio, la Francia di Emmanuel Macron, il Regno Unito di Keir Starmer e la Spagna di Pedro Sanchez. Altre letture intermedie rimandano al precedente del 1985: governo Craxi, Ronald Reagan presidente statunitense e protagonista della vicenda la solita base di Sigonella.
Ma quindi Meloni ha rotto i legami con Trump? Risposta negativa. La sensazione è che la premier stia semplicemente cercando di smarcarsi da un alleato che, ormai da qualche settimana, inizia a essere ingombrante a causa dei suoi ripetuti errori in politica estera. L'attacco all'Iran, con lo scoppio di una guerra regionale per motivi che interessano più Israele che non Washington e l'Europa, e la conseguente crisi energetica in corso, con i prezzi del carburante alle stelle, sono soltanto le ciliegine sulla torta. L'elenco comprende anche la guerra dei dazi con mezzo mondo, gli scaz*i con l'Unione europea, la gestione a dir poco approssimativa della guerra nella Striscia di Gaza, il fallimento diplomatico con Vladimir Putin per la guerra in Ucraina, solo per citare i punti più rilevanti. Per non parlare poi del dossier Ice che ha scosso la politica interna statunitense su scala globale. Ecco: tutto questo, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, si è ritorto contro i leader che avevano scelto di ripararsi sotto l'ombrello di Trump. Meloni, per l'appunto, aveva costruito un ottimo legame con il tycoon. La vicinanza al presidente statunitense, adesso, rischia però di essere ingiustificabile agli occhi dell'elettorato italiano. Che tra l'altro ha già “punito” il governo con la batosta all'ultimo referendum sulla giustizia. Ecco allora il graduale smarcamento dagli Usa, certificato dalla vicenda di Sigonella, guarda caso raccontata a mezzo stampa. Chissà se copiando la postura anti Usa dello spagnolo Pedro Sanchez (ma alla minima potenza, non sia mai che gli Stati Uniti si incaz*ino davvero) Giorgia Meloni riuscirà a recuperare consensi a un anno dal voto.