Lo Stretto di Hormuz è un grande fraintendimento geopolitico. Con lo scoppio della guerra in Iran, si sono infatti moltiplicate le analisi allarmanti sulle conseguenze della chiusura di questa importantissima rotta commerciale. Una rotta, per intenderci, dalla quale transitano ogni giorno 20 milioni di barili di petrolio, pari al 20% della quota di “oro nero” globale. Si potrebbe quindi pensare, ascoltando certe disamine, che il pugno duro di Teheran sull'intera area possa generare una crisi energetica senza precedenti. Vero, ma bisogna spiegare meglio. Già, perché la maggior parte del petrolio che passava dallo Stretto di Hormuz (circa nove barili su dieci) era destinato al continente asiatico. Circa 5 milioni di barili finivano in Cina (più o meno il 38% del totale), con India, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Vietnam, Thailandia e via dicendo. Calcolatrice alla mano, tra l'84% e l'89% del traffico diretto dallo Stretto finisce in Oriente. Gli Stati Uniti importano circa 0,7 milioni di barili al giorno da qui. L'Europa ancora meno. E l'Italia? Nel 2025, come ha sottolineato eToro, il nostro Paese ha importato circa 423 milioni di barili di greggio: quello che è arrivato dallo Stretto di Hormuz si aggira intorno al 10% dell'import totale. Già, perché il resto arriva dalla Libia, che è il primo fornitore italiano, dall'Azerbaigian e dal Kazakistan, oltre che da Nigeria, Usa, Norvegia e Brasile. Per farla breve, il Medio Oriente (nella sua interezza, non solo con Hormuz) coincide all'incirca con l'11% del mix energetico italiano.
Quindi? Una forte limitazione delle operazioni commerciali nello Stretto di Hormuz ha la potenzialità di innescare un disastro in Asia ma non in Europa. I governi asiatici si stanno infatti ritrovando a fare i conti con serie crisi di approvvigionamento proprio perché importavano quasi tutto il loro petrolio dal Golfo. Noi, intesi come europei e italiani, abbiamo un altro problema: l'aumento dei prezzi di benzina e diesel. Il motivo è semplice: il petrolio è pur sempre una commodity globale e ogni sussulto del settore genera un effetto domino. Se i governi asiatici fossero privati dell'oro nero proveniente da Hormuz, allora inizierebbero a competere con quelli del Vecchio Continente per comprare barili dai fornitori europei innescando una specie di asta globale facendo schizzare il prezzo alle stelle (quello che in parte, anche grazie a una buona dose di speculazione, sta già accadendo). E ancora: l'Italia, da Hormuz, deve semmai guardarsi dal problema del gas naturale liquefatto. Nel 2025-2026, prima della guerra, Roma ne acquistava, soltanto dal Qatar, travolto dal conflitto in Medio Oriente, circa 6,4 miliardi di metri cubi all'anno, circa il 10% del fabbisogno nazionale totale. Con lo stop delle forniture decretate da Doha per via del conflitto, Giorgia Meloni è volata in Algeria nel tentativo di stringere nuovi accordi con Algeri e sostituire il gnl qatariota. Un anno fa il governo algerino ha inviato all'Italia 20 miliardi di metri cubi, e adesso Eni e Sonatrach (l'azienda petrolifera di Stato algerina) dovrebbero ulteriormente rafforzare i rapporti (e gli affari).
Il vero, grande e fin qui unico vincitore del casino in Medio Oriente ha un nome e un cognome: Vladimir Putin. La Russia sta infatti sfruttando la crisi energetica euro-asiatica nel tentativo di espandere i mercati per il proprio petrolio, gas e know how, soprattutto dopo che gli Stati Uniti hanno concesso una deroga di 30 giorni a vari Paesi per acquistare petrolio e prodotti petroliferi di Mosca, altrimenti soggetti a sanzioni e bloccati in mare. Nei prossimi giorni, per esempio, le Filippine riceveranno una spedizione di petrolio greggio russo per la prima volta in cinque anni. L'India e la Cina hanno incrementato i loro acquisti di “oro nero” dal Cremlino, mentre il Vietnam ha ottenuto di ricevere la cooperazione russa per la costruzione di una centrale nucleare a uso civile. L'Europa ha più volte ribadito di non essere interessata a riaprire i rubinetti di gas con la Federazione Russa. La pragmatica Asia la vede in maniera un po' diversa.