Ci sono diverse prospettive per spiegare cosa sta succedendo in Iran. A seconda di chi interpellate, otterrete risposte differenti ma complementari. I politici europei e statunitensi, per esempio, vi diranno che Teheran rappresentava una minaccia per la sicurezza dell’Occidente con i suoi missili, uniti all’ombra del possibile sviluppo di fantomatiche armi nucleari. Gli analisti geopolitici vi spiegheranno invece che Donald Trump, in realtà, avrebbe preferito fare altro che non incaricare i suoi militari di assecondare le richieste del partner e amico Benjamin Netanyahu desideroso di neutralizzare gli ayatollah una volta per tutte. C’è però un terzo punto di vista molto interessante che vale la pena di essere attenzionato e che, già nel 2016, veniva spiegato egregiamente da Qiao Liang, ex Maggiore Generale dell’Aeronautica cinese, nel libro L’arco dell’impero, pubblicato anche in Italia nel 2021 da Leg edizioni. Cosa dice Mr. Liang? Non parla, ovviamente, del secondo mandato di Trump né della Terza Guerra del Golfo. Ricostruisce però il sistema che muoverebbe la politica estera degli Stati Uniti, prima potenza del mondo ma in declino economico, rapportandola alla Cina, potenza novella in progressiva ascesa. Dopo la fine degli Accordi di Bretton Woods, negli anni ’70, gli Stati Uniti si accordarono con i Paesi produttori di petrolio, soprattutto l’Arabia Saudita, in merito al fatto che il petrolio dovesse essere venduto solo in dollari. Tutto inizierebbe da qui, con un sistema che obbligherebbe tutte le nazioni del pianeta a procurarsi dollari per comprare “oro nero”. Il risultato? Il biglietto verde sarebbe diventata la moneta centrale negli scambi internazionali...
Bisogna aggiungere un altro tassello per comprendere meglio il mosaico e arrivare alla stretta attualità. Con il sistema dei petrodollari sopra descritto, si è innescato un ciclo vantaggioso per gli Usa: il mondo ha bisogno di dollari, gli Stati Uniti possono emetterli e usarli per finanziare la propria economia e il proprio debito, mentre i Paesi esportatori di petrolio reinvestono quei dollari nei mercati americani. Che c’entrano le guerre? Secondo Liang, la necessità di mantenere il petrolio ancorato al dollaro spingerebbe Washington a intervenire militarmente o politicamente in Medio Oriente e in aree strategiche per prevenire l'adozione di altre valute nei commerci energetici. Di conseguenza, le guerre non servirebbero agli Usa per ottenere risorse fisiche o disinnescare minacce militari, quanto piuttosto per difendere la struttura finanziaria che permette al loro impero di esportare il proprio debito e mantenere il dominio economico globale. Non è un caso che la guerra del Golfo e altri conflitti in Medio Oriente, ha sottolineato l’analista militare cinese nel suo libro, siano tentativi di preservare tale sistema. Insomma, quando un paese produttore minaccia di vendere petrolio in altre valute (l’Iran con lo yuan cinese), diventerebbe un bersaglio geopolitico degli Usa.
“Le guerre combattute dagli americani negli ultimi 20 anni sono state progettate per garantire questa condizione, cioè che non solo i dollari fluiscano senza problemi fuori dal Paese (per innescare un boom economico in un dato Paese o regione ndr), ma anche che il capitale in movimento nel mondo torni negli Stati Uniti”, scrive Liang. Siamo di fronte a un approccio speculativo, lo stesso che a detta dell’autore muoverebbe l’agenda di Washington. Attenzione però, perché se il capitale non ritorna negli Usa, gli Stati Uniti devono continuare a stampare denaro ma così il biglietto verde si svaluterà fino a non avere più valore. È così che, per assistere al rientro dei capitali negli Usa, ci sarebbero due modi: o l’economia degli Stati Uniti è in ascesa oppure la situazione economica in altre regioni diventa talmente disastrosa da rendere quella americana la più sicura. “In un momento in cui la ripresa economica degli Stati Uniti non è sufficiente per attirare di nuovo il capitale del mondo, l’unico modo in cui gli americani possono spingerlo fuori dalla molto attraente zona della Cina, ovvero l’Asia-Pacifico, è far sì che in questo settore ci sia una crisi”, aggiunge ancora Liang. Aggiungete questa lettura alla guerra in Iran e alla crisi nello Stretto di Hormuz: il dollaro deve fluire avanti e indietro dagli Usa seguendo un ciclo continuo e perpetuo. Quando qualcuno (la Cina) o qualcosa (l’ascesa dello yuan o dell’euro) ostacola il meccanismo, ecco che spuntano crisi, tensioni, conflitti, guerre. Sarà solo un caso?