Ode al Traditore. Perché siamo un popolo di finti santi e maledetti ingrati. Ingrati, moralisti e irrimediabilmente provinciali. Siamo il Paese del melodramma, la patria che non perdona il successo e adora il martirio. Dio salvi Roberto Mancini. Ammiriamo il tuo portamento da dandy, la tua intelligenza spregiudicata e ti chiediamo scusa. Sta per tornare lunico alchimista prestato al calcio di questo millennio; invece di giubilarlo, lo si rogna, lo si infama’. Rimpiangono Baldini, Allegri, Cecco Beppe e quando cera Lui i palloni arrivavano in orario. Fascisti dentro, sia a destra che a sinistra. Da un Paese a forma di scarpa cosa puoi aspettarti? Rigettare Roberto Mancini è da stupidi. Noi siamo puri. Noi siamo il popolo che dimentica che quest’uomo ci ha regalato un Europeo nel 2021. E non un Europeo qualsiasi: lo ha vinto senza attaccanti. Un miracolo laico che avrebbe dovuto garantirgli l'immunità diplomatica e una statua equestre in ogni piazza dItalia. Il volgo lo detesta, a parole sui social, ma tra un po’ si trastullerà il birigonzo, come quella notte del 2021 a Wembley. Lo hanno marchiato con la lettera scarlatta del traditore solo perché ha osato fare la cosa più umana, logica e, sì, fottutamente capitalistica del mondo: prendere i soldi e scappare. Era morto il suo migliore amico e grande campione, anima accompagnatrice di quella folle Nazionale. Non solo il lutto, ma anche l'avere a che fare con gli intrighi del palazzo, coi giornalisti venduti ai procuratori che gli rinfacciavano di avere il coraggio di scegliere Retegui, Gnonto, Pafundi.’’
Milioni di dollari arabi. Gli stessi milioni davanti ai quali il 90% dei suoi odiatori avrebbe non solo firmato il contratto, ma imparato l'arabo in tre settimane e offerto il caffè ai doganieri dell’aeroporto di Riyad. Invece, alla prima tempesta, eccoci a recitare la parte della fidanzata ferita che brucia le foto della vacanza a Mykonos. Vendicativi, ruffiani, eternamente affamati di capri espiatori. La verità è che per capire Mancini bisogna aver masticato il calcio vero, non quello delle statistiche e dei passaggi chiave sui reel dei signor so-tutto-io e guadagno in visualizzazioni. Questo è un uomo che ha esordito in Serie A a sedici anni. Sedici. Quando i ragazzi di oggi passano il tempo a farsi i selfie con il filtro topic trend, lui era già sul prato verde a farsi picchiare dai difensori degli anni Ottanta, quelli che se provavi a fare un doppio passo ti mandavano all'ospedale senza neanche la barella. Mancini era un ribelle. Uno che in campo faceva quello che voleva perché aveva i piedi collegati direttamente al cervello di un genio. E proprio perché è stato un prodigio precoce, un’anima inquieta e fuori dagli schemi, lui sa. Sa cosa passa nella testa di un calciatore a sedici, venti o venticinque anni. Non ha bisogno di studiare i manuali di psicologia dello sport scritti da un qualche energumeno della privazione, di quelli che: “Ci vuole la disciplina! Sequestrate i telefonini!”. Ecco il coro dei nostalgici del catenaccio e del ritiro punitivo. Che tenerezza. Pensano davvero che nel 2026 si possa gestire uno spogliatoio di milionari con l'ego ipertrofico sequestrando gli smartphone e vietando TikTok? Ma per favore.
Mancini è l’unico che sa come disinnescare e, anzi, cavalcare l’ego dei calciatori contemporanei cresciuti a pane e Instagram. Sa benissimo che la star di oggi ha bisogno di essere capita, non castrata. Sa che dietro la facciata di una storia social con gli addominali in evidenza c’è spesso l'insicurezza di un ragazzo fragile travolto da troppi soldi e troppe pressioni. Lui nella testa dei giocatori ci entra con una battuta, con uno sguardo, con l'autorità di chi quella maglia l'ha sudata e onorata quando il calcio era ancora una cosa seria. O anche solo perché Bearzot lo ha bruciato dal giro azzurro quando a 17 anni fuggì allo Studio 54 in una trasferta newyorkese. Il Mancio lo ha già ampiamente dimostrato nel 2021. Ha preso un gruppo di ottimi elementi, senza un vero bomber, e ha iniettato in loro la convinzione di essere i più forti d'Europa. Ha trasformato la pressione in divertimento. Difendere Mancini non è solo un atto di giustizia calcistica; è una dichiarazione di guerra all'ipocrisia di un Paese che preferisce un mediocre “fedele” a un genio cinico e vincente. Bentornato, Mancio. Lascia che gli altri continuino a blaterare sul tuo conto e a invidiare il tuo conto in banca. Tu devi solo insegnare calcio e farci credere a una nuova magia.