La soluzione era semplice: bastava stare nel chill. Comincia il Mondiale e non ci eravamo accorti dell’unica via per non pensare a tutte le contraddizioni del caso: stare sereni. Lo dice Gianni Infantino, re della Fifa, in conferenza stampa. Quantomeno ha avuto la decenza di rispondere ai giornalisti. Giustamente Dan Roan della Bbc ha chiesto a Infantino se non si senta “in imbarazzo” per ciò che sta accadendo: i tifosi dell’Iran bloccati, i giocatori e lo staff obbligati a entrare e uscire dagli Stati Uniti solo a cavallo delle partite, per poi tornare in Messico; l’esclusione dell’arbitro somalo Omar Artan, il migliore d’Africa; le perquisizioni e i fermi alla spedizione irachena. La risposta parte da lontano: cosa succederebbe se la Fifa imponesse al governo britannico dei limiti alle frontiere? Infantino risponde a una domanda con un’altra domanda. Forse Gianni, amico di Donald Trump (e prima di Vladimir Putin), dimentica che l’organizzazione che presiede ha uno statuto, il quale impone non solo di combattere forme di razzismo e discriminazione, ma di prendere posizione nei confronti di aggressioni e violazioni di diritti umani. La Russia è stata esclusa, Israele no. Gli Stati Uniti, che hanno infranto la sovranità di due Paesi, Venezuela e Iran, ospitano la competizione più importante. Non siamo sulla luna, dice Infantino, qui sulla terra succedono cose, i contesti sono complessi, gli Stati prendono decisioni che la Fifa non può contrastare. Non è così potente. Vero. Un pragmatismo che è più un’ammissione: siamo impotenti. E allora che senso hanno i proclami sull’inclusività, qual è la ragione che sta alla base dell’allargamento della Coppa del Mondo a 48 squadre, se poi chi deve ospitare le partite agisce in maniera opposta rispetto ai valori promossi? Infantino non può farci niente: il Mondiale doveva giocarsi lo stesso negli Usa. Ormai era andata.
In Italia non siamo da meno in termini di ignavia. La Gazzetta dello sport lascia spazio, il giorno dell’inizio della competizione, proprio a Infantino. Nel suo editoriale ci tiene a specificare che la candidatura dell’Italia, promossa da Paolo Zampolli, è sempre stata una fastidiosa bugia. Un atto di forza (a parole) nei confronti di un altro frequentatore della corte di Donald Trump. Almeno su questo dice di essersi fatto valere, Infantino. Ma non su tutto il resto. Sulle contraddizioni, le più pesanti, non aveva diritto di imporre nulla al presidente Usa. Tanto più che The Donald è un uomo di pace certificato Fifa: il suo agire è indubitabile. Se Roan della Bbc ha fatto il proprio mestiere, porre delle domande al potere, la Gazzetta si limita a garantire una replica a distanza: “Al di là dell’assenza dell’Italia, sarà la prima edizione del Mondiale con 48 squadre al via, un mondo sempre più presente e più unito, sul campo da calcio. Football Unites The World il calcio unisce il mondo, non è solo il nostro motto, non sono solo parole, è la nostra realtà, costruita e difesa giorno dopo giorno attraverso i fatti”. Con la guerra mondiale a pezzi che imperversa, chissà come appare il presente agli occhi di Infantino. Se questo è un mondo unito, beato lui. Infine assicura: “Sarà il miglior Mondiale di sempre”. La questione, al di là delle illusioni proposte dal “king of soccer”, è un’altra: dove sono i giornalisti a fare le domande? Infantino ha già un megafono enorme per amplificare la propria voce. Non ha bisogno anche dei giornali. Al contrario, sulle pagine rose sarebbero dovuti comparire dei dubbi legittimi.