Non è l’uomo della rivoluzione, ma perché non potrebbe essere quello delle riforme. È Giovanni Malagò il candidato della Lega Serie A per il posto di nuovo Presidente della Figc. Diciotto club di Serie A su venti hanno sostenuto il Presidente uscente del Coni. Un plebiscito, contrari soltanto Lazio e Verona. Non contro la figura, ma contro il metodo. Prima i programmi poi l'attuatore. La Lega pesa per il 18% dei voti, e la partita resta dunque apertissima, anche per la possibile candidatura di Giancarlo Abete. Ma al di là degli equilibri elettorali, la scelta di Malagò racconta molto dello stato del calcio italiano: non una svolta radicale, ma la scelta più solida su cui costruire il futuro immediato del calcio italiano.
È un nome noto, dell'establishment, come molti gli criticano. Lo ha detto anche il ministro dei trasporti Matteo Salvini: ”Onestamente preferirei guardare avanti. Se il calcio italiano ha bisogno di un ricambio, mi piacerebbe qualche volto nuovo”. Ma allo stesso tempo i suoi risultati alla guida del Coni sono sotto gli occhi di tutti. Tre mandati come re dello sport italiano. Un palmares istituzionale che ha pochi eguali in Europa. Una capacità rara, in Italia, di stare al tavolo che conta senza perdere il filo del discorso. Ha governato il Coni mano ferma e una visione sistemica. Ha ereditato un Comitato indebolito, litigioso, e lo ha trasformato in una macchina istituzionale rispettata a Losanna come a Roma. Non è cosa da poco, in un Paese dove le federazioni sportive sono spesso feudi personali mascherati da organismi democratici. Un successo dopo l'altro, Tokyo e il record di medaglie, poi Parigi e infine il suo capolavoro, Milano-Cortina. L'Italia è riuscita a vincere l'oro nei 100 metri, a diventare una potenza mondiale dell'atletica e degli sport invernali, a mettere in piedi un'Olimpiade che è stata un successo sportivo ma soprattutto organizzativo. Un risultato che non viene dal cielo. Sotto la sua presidenza, il Coni ha risanato conti, rilanciato federazioni in crisi, riconquistato peso internazionale. Il movimento sportivo italiano sotto la gestione Malagò ha raggiunto anche il numero record di tesserati. La prova di un movimento sano che investe e cresce fin dalla base, proprio quello che manca al calcio italiano.
Allo stesso tempo, rispetto a nomi come Baggio o Maldini, Malagò ha dalla sua l'esperienza del gestore navigato, e la “politica” per dialogare nei tavoli istituzionali. È uno che, una volta sedutosi su quella sedia, non si guarderebbe certo intorno spaesato. La Figc è un organismo complesso, un groviglio di interessi e personalismi. I club, i calciatori, gli allenatori, gli arbitri, le televisioni, i procuratori. Equilibri fragili e tanti, fino ad ora troppi, compromessi. Poi c'è soprattutto la politica. Malagò al Coni ha dimostrato di poter dialogare con ogni governo, di destra o di sinistra, senza diventare lo strumento di nessuno. Ha imparato a preservare l'autonomia dello sport italiano in un contesto istituzionale che ha più volte provato a subordinarla.
Non è l'homo novus che speravamo ma forse è quello di cui avremmo davvero bisogno. Un negoziatore sì, ma indipendente e libero. Un uomo di gestione, soprattutto di visione e lungimiranza. Certo, non è la panacea di tutti i mali. Come non lo sono guru ed ex calciatori. Piuttosto, come hanno sottolineato bene i voti di Lazio e Verona, è la risposta giusta a una domanda sbagliata. Perché poco importa chi sarà il nome su quella scrivania a via Allegri se davanti a tutto non ci sarà la volontà di cambiare davvero un sistema che, è chiaro, non va più avanti.