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30 settembre 2026

Ma che cazzo è successo a Taranto? Oltre dodicimila anime al nuovo stadio. Tra lo spettro dell'ex Ilva, la solita sfiducia e una storia fatta di beffe, la favola di una città che ha solo fame d’amore

  • di Lorenzo Monfredi Lorenzo Monfredi

30 settembre 2026

Tra i fantasmi dell’ex Ilva, la dipendenza dalle tragedie e un’estate passata a ingoiare rospo su rospo, oltre dodicimila persone riempiono il nuovo Iacovone per una partita di Eccellenza. Cronaca di novanta minuti d’amore folle, risate e lacrime, in una notte in cui Taranto ha riscoperto la leggerezza e si è data una tregua
Ma che cazzo è successo a Taranto? Oltre dodicimila anime al nuovo stadio. Tra lo spettro dell'ex Ilva, la solita sfiducia e una storia fatta di beffe, la favola di una città che ha solo fame d’amore

Le sensazioni nel prepartita erano pessime. E diciamocelo: a Taranto ci siamo un po’ assuefatti alle tragedie. Ormai le ricerchiamo, ne siamo quasi dipendenti. Questione di vibrazioni. Nella chat dei Fedelissimi le conversazioni erano pressappoco queste: “Che posizione sta il Novoli?” “Roba di 5/6 punti” “Noooo e MAI vinciamo” “Lo psicodramma è servito” “Sì sì ma sicuro che perdiamo” “Io ho sognato che pareggiavamo due a due in rimonta e a fine partita mi fumavo una sigaretta con Losavio, dopo aver litigato col portiere di quei poppiti del Novoli”. Il fatto è che i presupposti per un disastro c’erano tutti: i tentennamenti istituzionali sulla riapertura effettiva dei settori, i risultati altalenanti della squadra nelle prime giornate, l'esonero dell'allenatore, la storiaccia di Loiodice... E poi, dai, chiunque abbia un minimo di contezza della storia del calcio a Taranto sa bene che siamo sempre stati capaci di cadere di faccia a terra ad un passo dal traguardo. L'ultima caduta è stata tre mesi fa contro il Gladiator, finale playoff di Eccellenza persa al 94esimo, condannandoci all'ennesima beffa. È stato triste e avvilente, come assistere allo spettacolo di un circo che mette nello show due leoni sdentati, il domatore cieco, il clown in depressione, il trapezista senza gambe, il lanciatore di coltelli che si buca in vena e l'illusionista ubriaco. Fatto sta che ci approcciamo a Taranto-Novoli, sesta giornata di Eccellenza Puglia, con un sentimento che si può definire quantomeno corazzato: non ci aspettiamo niente, ci saremo perché tocca esserci nella prima partita in casa nel nuovo Iacovone, ma davvero non pensiamo ad alcunché di speciale. Nonostante questo, ci saranno oltre dodicimila cristiani sugli spalti. Numeri mai sentiti per queste categorie, ma che spesso manco in Serie B si vedono. Ci ritroviamo fuori dal solito biliardo, periferia sudorientale di seconda fascia, nel quartiere della Concattedrale. Caffè, ammazzacaffè, giro di birre. Già nei paraggi si vede movimento, molto più del solito per una partita del Taranto. “Oh uagnù io vado, ché la partita me la vedo con mio Nonno in tribuna!” faccio al gruppo, e mi incammino in solitaria col sole che sta tranquillamente tramontando. L'iconografia è importantissima. Capita di dare per scontata la fissità fisica di un panorama: quel palazzo resta sempre così, quell'albero è inclinato a destra, la scritta sul muro scrostato... E lo Iacovone è sempre stato un blocco di acciaio e cemento dai profili grigiorossi Cremonese con le aperture laterali che facevano intravedere pezzi dei palazzi della Salinella, il quartiere che lo ospita. Ora no. Ora è una immensa curva in acciaio reticolato senza soluzione di continuità che svetta nel quartiere. E l'effetto è straniante, già soltanto a livello visivo. Cioè. Un monumento, un tempio che hai venerato per oltre vent'anni di vita attiva è completamente diverso da come lo hai sempre vissuto. È davvero una percezione complessa da spiegare. È come se mettessi in dubbio di averci veramente passato ore e ore della tua esistenza, là dentro.

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“Pigghiatv quacchecos e supportat a Curva Nord daaaaaaaà!” urla un ragazzo che vende artiglieria da curva nei pressi della discesa verso la Nord. Mi guardo intorno. La fiumana di gente è incredibile. L'ultima volta che ho visto così tanti crani assiepare lo Iacovone è stata alla promozione da Serie D in Serie C in pieno COVID, nel 2021. Ne ho anche scritto qui su MOW. I controlli sono intasati. Ho quasi paura di non riuscire a entrare per la lettura delle formazioni. Mio Nonno e mia Madre sono già dentro, seduti, che mi aspettano. “Oeeee signò no t maniscj cu quid fattappost!” “Oooooeeee cà in eccellenz'staaaam no va fnit cu tutt st puttanat d controll!”. La coda rumoreggia. Penso che gli steward non avessero contezza di ciò che avrebbero dovuto affrontare stasera. Sia come sia, si entra. Ero già stato nello Iacovone, durante i Giochi del Mediterraneo. Ma ora è diverso. Ora è una cosa nostra. Solo nostra. Che ha un significato ben più profondo. Salgo la rampa di scale che porta al settore, e... Ed è tutto. Vedo mio Nonno e mia Madre, li raggiungo, ma è come se fossi in un momento di trance anestetizzata. La folla. I bandieroni in Curva Nord. Le luci. Paola Raisi, la ex moglie di Iacovone — nostro giocatore immenso degli anni '70, la nostra speranza di una promozione in Serie A nel 1978 —, sta facendo un giro di campo ricevendo applausi e cori a scena aperta. Non è reale. Non mi sembra reale. Tutto questo casino. Tutta questa luce. Tutta questa gente. Tutta questa energia. Mi siedo e abbraccio Nonno. Il vecchio Baffo (no, è democristiano di ferro, non staliniano) è stato l'architetto-progettista del rifacimento a fine anni '80 dello Iacovone, che passò da un agglomerato di tubi innocenti e assi di legno ad uno Stadio di fatto, che sotto la sua organizzazione ospitò la nazionale e il Papa. Come tutti i vecchi leoni, è orgoglioso del suo passato e spesso critico verso il presente, sotto tanti punti di vista. Diciamo che a volte i suoi commenti sulle scelte politiche locali sono ben poco ecumenici e molto affilati, corrosivi. “E invece ti dirò, Lorenzo, che l'effetto visivo è strabiliante, straordinario, sembra la Serie A”. Fisso il campo, fisso tutto ciò che mi circonda e non posso, non riesco a trattenere quattro, cinque lacrime. Perché piangi? Che c'è da emozionarsi? È soltanto una partita di inizio campionato di una categoria nemmeno semiprofessionistica, nemmeno dilettantistica. È che non si può contenere l'Amore, mi viene da dire. È che hanno ragione loro, i Sud Disorder, gruppo oi!/punk di Taranto: Senza Amor Non Vale Nulla. Questa è una storia di Amore. È normale reagire così. È normale, dopo tutto quello che abbiamo vissuto e che ancora viviamo, come squadra di calcio e come città.

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Il Taranto Calcio

Dieci anni fa scrissi un articolo sul ricordo di Taranto-Catania, finale playoff per la Serie B del 2002, per Soccer Illustrated (una rivista che avrebbe meritato più fortuna, capitanata dal Monsignor Pisto). Taranto-Catania, la genesi del nostro male. Da quel playoff perso ne sono venuti tanti altri, sempre finiti nel cesso: Avellino 2006/2007, Ancona 2007/2008, Roma 2010/2011, Vercelli 2011/2012, Vicenza 2023/2024, Gladiator 2025/2026. Per non parlare dei fallimenti societari, delle radiazioni, delle squadre arronzate a fine agosto, degli anni di interregno nei dilettanti. Sostanzialmente, nell'articolo sostenevo che quel 9 giugno 2002 noi tarantini tifosi di calcio avessimo perduto la Leggerezza. Di gioire, di godere, di gridare. Da allora anche i momenti di locura massima sono stati spesso segnati da un clima di tensione, sospetti, acredine; il tutto giustificabile dall'immondizia che abbiamo dovuto ingoiare, ma che comunque ti fa vivere con pesantezza. E se il calcio a Taranto è stato spesso una farsa, la Vita in sé non è da meno. La punta dell'iceberg è la bomba ambientale e sociale dell'ex Ilva, le problematiche però sono ben più profonde e radicate. Le conosciamo. Siamo una città complessa. Una cittadinanza complicata e problematica. Eppure, in Taranto-Novoli la percezione è che oltre a tanto Amore ci sia stato anche uno sprazzo, un velo, un accenno di Leggerezza. La curva gonfia di tifosi, la gradinata carica allo scoppio, le persone che esultano all'impazzata anche se stiamo segnando il terzo gol contro una squadra che rappresenta un paesino di appena 7mila abitanti. È come se questa sera ci fossimo dimenticati, per 90 minuti, di provenire da un fallimento sportivo. Ci siamo concentrati solo sul vivere il momento: come se stasera non esistessero i veleni della zona industriale, la futura ricollocazione degli operai ex Ilva, i disagi sociali, la malapolitica locale, l'ordinaria incuria del cittadino medio, persino i nostri stessi problemi personali. Tutto è stato messo da parte, per questi novanta minuti di Eccellenza. Siamo qui per tifare, per emozionarci. Dodicimila cristiani che esultano per una vittoria in Eccellenza. È allucinante, a pensarci bene. Ma la razionalità non è cosa del Tifo. Non è cosa di Taranto. Mi chiedo se come comunità siamo pronti a provare a mutare pelle. A cambiare. Forse dovremmo cominciare a scrollarci di dosso questa maschera dei perdenti. Proprio a livello attitudinale, mentale. Parte tutto da lì. “In questa città u megghie megghie l'a ccider', lo devi trucidare sputare impiccare fucilare in pubblica piazza”, direbbe il mio amico Cardazio “ed è comunque il migliore eh. Tu pensa il peggiore!”. Le sfide per Taranto sono innumerevoli, verrebbe un attacco di ansia a chiunque anche solamente mettendosi giù a enumerarle. Le vertenze sono tante, ampie, ancora da dirimere e organizzare e probabilmente non c'è non solo una classe politica locale all'altezza (quello lo sappiamo) del cambiamento, ma nemmeno un sostrato sociale sufficientemente solido, coeso, cazzuto. Ma è tutto da vedere. Per la cronaca, vinciamo tre a zero contro il Novoli. A fine partita restiamo qualche minuto a guardarci attorno. Ancora stupefatti, ancora straniti, ancora un po' lesionati. All'uscita saluto mio Nonno e mia Madre e me ne sfollo in direzione Santa Rita, di nuovo verso il biliardo, a ribeccare i soliti vomiti. Mentre cammino, un altro fulmine mnemonico mi attraversa le sinapsi. Taranto-Rende, finale playoff di Serie C2 2005/2006, gol al 90esimo minuto di Vincenzo De Liguori. Stadio che esplode. 25mila cristiani stipati allo scoppio nello Iacovone, ficcati a pressione in ogni angolo possibile, tipo le valigie Ryanair di chi non ha mai viaggiato prima all'estero. Lo stadio si rigonfiò come una marea. In città era un carnaio. Io avevo 10 anni, ma non capivo. Seguivo il calcio, tifavo Taranto e tutto, ma non capivo. Eravamo in piazza Ebalia con mio padre a vedere i festeggiamenti. “Papà, ma perché stanno facendo tutto sto casino? Cioè la C2 a malapena sta sull'album Panini”. Mio padre fissava la marea umana inondare la fontana di marmo, sventolare le bandiere e tirare bombe. “È una città che ha fame. Tanta fame. Per questo fanno così”. Mi giro verso lo stadio. Sono già oltre la salita che abbandona la Curva Nord salendo su Via Ancona, le luci sono ancora accese nello Iacovone e dietro di me c'è una marea umana che sale. Tutti sorridono, scherzano, si danno pacche sulle spalle, si abbracciano. Sembiamo quasi una città normale

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