Per la Mercedes, la maledizione della Malesia non è ancora terminata. Dieci anni fa era toccato a Lewis Hamilton scendere dalla sua monoposto rimasta ferma, in panne, con la testa abbassata e un mondiale sfumato. Questa volta, invece, a cinque giri dalla bandiera a scacchi a farne le spese è stato George Russell, con un ritiro che pesa come un macigno. Un colpo di scena arrivato quando nessuno se lo sarebbe aspettato, con le macchine che procedevano lentamente una dietro l'altra in regime di Safety Car.
Parcheggia la sua W17 poco dopo la linea del traguardo, rimanendo immobile nell'abitacolo per più di qualche secondo. È incredulo, lo si capisce chiaramente dal suo linguaggio del corpo, tant’è che non accenna nemmeno un gesto d’ira, tirando fuori tutta quella rabbia che in istanti come quelli invece ci si aspetterebbe.
Dopo un fine settimana passato a inseguire non soltanto Max Verstappen, ma soprattutto Kimi Antonelli, è il colpo di grazia. Sotto la bandiera a scacchi, infatti, i punti che lo separano dal compagno in classifica diventano 84, un abisso a sette GP dalla fine, nonostante questa F1 ci insegni che tutto può cambiare da un momento all’altro.
A cedere è stata la power unit della sua Mercedes, che insieme al team aveva deciso di non sostituire per andare in penalità solo una volta, montando direttamente quella evoluta grazie ai gettoni di ADUO 2 non appena disponibile, verosimilmente ad Austin. Una scelta che non ha pagato e si è trasformata nel peggiore degli incubi, vissuto a occhi spalancati.
A caldo, davanti ai media a Sepang, Russell comunque non fa drammi sulla propria gara, che fino a quel momento stava filando abbastanza liscia: “Eravamo sulla strategia giusta, la partenza è stata solida e il podio era assolutamente alla nostra portata. Poi, l’avaria è stata una doccia fredda tremenda. Se è legato alle temperature dietro la Safety Car? No, non credo: non abbiamo notato alcun segnale prima del cedimento improvviso”.
Il vero affondo, però, arriva quando il discorso si sposta sulla gestione complessiva della gara, tra ritardi, bandiere rosse e giri percorsi al rallentatore dietro la safety car: “Tutta la giornata è sembrata una farsa: tra il ritardo al via, la bandiera rossa, i continui rientri della vettura di sicurezza e la decisione estemporanea di fare un giro extra. I sorpassi concessi, le continue incertezze. Oggi non è sembrata F1”, tuona l’inglese. “Sarei stato parecchio deluso anche se fossi stato semplicemente un appassionato a guardare questo spettacolo dal divano. Non è stato un bel vedere e, dal mio punto di vista, è terribilmente frustrante”.
È una critica che va oltre il risultato personale e punta dritta al cuore del problema di questo 2026: monoposto sempre più sofisticate, ma sempre più fragili. Russell lo dice chiaramente, dopo averne pagato il prezzo più alto: “È diventato tutto maledettamente complicato. Le Power Unit odierne sono oggetti incredibilmente complessi: più aumenti la complessità, più si alzano le probabilità che qualcosa vada storto. Questo è un aspetto su cui tutto il Circus dovrà riflettere molto attentamente per il futuro”.
Sul fronte iridato, invece, il discorso è ormai quasi chiuso: “Sapevo benissimo che per rientrare nella lotta per il campionato avrei dovuto pensare solo al mio lavoro e fare tutto alla perfezione. E spesso non basta nemmeno. Eccoci qui: non solo la fortuna non è dalla mia parte, ma ci si mette pure la malasorte. Continuerò a lottare weekend dopo weekend, ci mancherebbe, ma bisogna essere realistici: arrivare a giocarci il titolo all’ultima gara è diventato ormai un obiettivo eccezionalmente improbabile”.
Di sfortuna in Malesia ce n’è stata (come anche in Canada, ritirato ancora per un guasto), seppur vada considerato che, nell’arco dell’intera stagione, Antonelli abbia svolto un lavoro migliore in quasi tutte le occasioni. Anche a Sepang e al di là dell’esito finale, visto che fino a quel momento gli era stato praticamente sempre davanti. Poi è arrivato il black-out e il colpo è diventato ancor più pesante.