Imbarazzante, perché diversamente non si può descrivere quanto visto nel primo tentativo di avvio del GP di Malesia di F1. Tutta colpa della pioggia, che ha mandato in crisi il software delle monoposto nei giri dietro la safety car che hanno preceduto la possibile partenza. Il problema nasce da un dettaglio che nessuno aveva ancora testato quest’anno: le power unit del 2026 non erano mai state tenute per diversi giri a un regime così basso come quello richiesto dalla safety car sul bagnato.
A quel punto le centraline, non riconoscendo quella combinazione di giri ridotti e velocità contenuta, hanno interpretato tutto come un’anomalia e hanno spento i motori in piena marcia, uno dopo l’altro. Il primo a farne le spese è stato proprio chi guidava il gruppo, Max Verstappen, che ha perso improvvisamente potenza rallentando tutti quelli dietro di lui. L’olandese se l’è cavata con un riavvio fatto al volo, senza fermarsi.
A Lewis Hamilton è andata molto peggio: il sette volte campione del mondo è rimasto fermo in pista, costretto a uno stop completo per resettare il sistema prima di ripartire a piena potenza. Con una Ferrari bloccata in mezzo allo schieramento e gli altri piloti che, da regolamento, non potevano superarla sotto regime di safety car, il gruppo si è sgretolato e a complicare ulteriormente la situazione ci hanno pensato anche le monoposto di Haas, Cadillac e Audi, fermatesi per lo stesso identico guasto.
Di fronte a una pista con vetture sparse a velocità completamente diverse tra loro, la Direzione Gara non ha avuto altra scelta che sospendere tutto, richiamando il gruppo ai box e annullando il tentativo di partenza.
A raccontare meglio di chiunque altro la tensione di quei minuti è stato Charles Leclerc, che ha avuto lo stesso problema del compagno di squadra ma è riuscito a risolverlo più in fretta, senza doversi fermare del tutto. Il suo commento via radio non lasciava spazio a fraintendimenti: “Mamma mia queste macchine in queste condizioni, se succede una cosa così in rettilineo con la poca visibilità che abbiamo siamo dei semplici passeggeri”.
Capire perché quella frase pesi così tanto è semplicissimo: in rettilineo, con la pioggia che riduce già di suo la visibilità a pochi metri, un pilota che perde di colpo tutta la potenza diventa un ostacolo per chi sta arrivando lanciato da dietro. Alle velocità della F1 non serve altro per trasformare un guasto elettronico in un pericolo vero.
Il problema di fondo riguarda proprio l’architettura di queste power unit, progettate attorno a una componente elettrica molto più centrale rispetto al passato e che ai regimi bassi e prolungati fatica a restare stabile: il turbo perde pressione, la batteria si scarica e quando il pilota prova a riaprire il gas il sistema non risponde come dovrebbe. Con questi motori, la pioggia non è più solo una variabile da gestire in gara, ma un rischio concreto ancor prima che si spengano i semafori. Che situazione...