Premessa: a noi dei giochi di potere non frega niente. Delle caselle da spartire tra destra e sinistra o dei nomi che devono piacere a questo o a quello schieramento ancora meno. Se davvero si dovesse ragionare sul futuro di Report, noi un nome ce l’abbiamo: Riccardo Iacona. Non perché sia “di sinistra”, non perché sia “di destra” e nemmeno perché serva trovare un anti-Ranucci. Semplicemente perché Riccardo Iacona è bravissimo. È preciso e preparato, è uno che conosce il mestiere. Sa scegliere una storia e costruire un’inchiesta stando anche sul campo e soprattutto sa fare una cosa che nel giornalismo televisivo è diventata sempre più rara, ovvero lasciare parlare i fatti.
E non lo diciamo sulla fiducia, né questa si può ritenere un’opinione personale. Iacona ha alle spalle quasi quarant’anni di televisione, una quantità enorme di reportage e programmi, nonché di premi. È uno dei giornalisti che più hanno contribuito a costruire il linguaggio dell’inchiesta televisiva italiana contemporanea. Ha lavorato con Michele Santoro, è passato da Rai a Mediaset e poi di nuovo in Rai, e dal 2009 conduce PresaDiretta, programma di cui è anche autore. Se stiamo cercando qualcuno che sappia fare Report, forse non serve cercare lontano. Riccardo Iacona nasce a Roma nel 1957 e si laurea in Discipline dello spettacolo al DAMS di Bologna. Ma prima ancora di diventare giornalista è stato aiuto regista per cinema e televisione, dal 1980 al 1987. Una gavetta che conta, perché spiega anche una parte del suo modo di fare televisione: Iacona non arriva al giornalismo dalla scrivania, ma dalla costruzione concreta delle immagini e dei tempi televisivi. Questo “dettaglio” fa la differenza e crea uno sguardo che va via via allargandosi nel corso della sua carriera.
La sua carriera parte da Rai3, dove avviene l’incontro decisivo con Michele Santoro, con il quale lavorerà a diversi programmi: Samarcanda, Il rosso e il nero e Tempo reale. Sono anni in cui la televisione italiana cambia pelle e il giornalismo televisivo comincia a mescolare cronaca, politica e reportage con testimonianze e presenza sul campo. Iacona è dentro quella trasformazione. Segue poi Santoro a Italia 1: non si tratta, dunque, di un uomo legato a una sola azienda o a una sola redazione. A Mediaset Iacona sperimenta diversi ruoli: lavora come autore, insieme a Sandro Ruotolo, Corrado Formigli e lo stesso Santoro.
Iacona ha conosciuto la televisione generalista così come il giornalismo politico, la cronaca e il reportage. Ha lavorato davanti e soprattutto dietro la telecamera, da autore, regista, inviato e conduttore. Nel 2004 arriva un’altra fase decisiva su Rai3, con Paolo Ruffini alla direzione della rete e questo è il periodo in cui comincia a costruire una cifra sempre più personale, tra grandi reportage capaci di prendere un pezzo della realtà italiana e guardarlo da vicino. Tra i programmi di quel periodo Pane e politica è particolarmente significativo: tre puntate per raccontare la politica italiana attraverso tre livelli diversi, dalla città alla Regione fino al Parlamento. Non il solito talk show con sei persone sedute intorno a un tavolo, ma la politica osservata attraverso luoghi e persone. Per tutti questi motivi Iacona potrebbe essere un ottimo candidato per Report. Perché il suo giornalismo parte dalle cose, quelle in cui viene la storia e poi il titolo e solo dopo il commento.
Nel 2008 realizza La guerra infinita, due reportage dedicati al Kosovo e all’Afghanistan. È un altro passaggio importante in cui Iacona dimostra di non essere soltanto un osservatore dell’Italia, ma di sapersi muovere anche sul terreno internazionale. Ironia della sorte, dopo arriva il programma cui nome sembra quasi sintetizzare il suo percorso lavorativo: PresaDiretta, nel 2009. Da allora Iacona ne è il volto, ma anche uno degli autori centrali. Il programma diventa nel tempo una delle esperienze più solide del giornalismo d’inchiesta della Rai ed è qui che, a nostro avviso, la candidatura a Report diventa interessante. Perché Iacona non deve dimostrare di saper fare un’inchiesta televisiva: la fa da una vita, spaziando da temi quali la sanità, la scuola, il lavoro, la giustizia, la politica, l’ambiente, le disuguaglianze, la criminalità, l’economia. E seguendo anche temi internazionali e conflitti. Lo ha fatto costruendo un programma riconoscibile, senza trasformare necessariamente ogni puntata in un processo. Questa è una differenza importante, soprattutto oggi, in cui l’inchiesta giornalistica è spesso più ridotta a talk show. Iacona ha una caratteristica che potrebbe sembrare banale e invece oggi non lo è affatto: è metodico e non ha bisogno di essere il protagonista assoluto della storia che racconta. E quando conduce, ha quella misura che gli consente di accompagnare lo spettatore dentro un’inchiesta senza doverlo prendere per mano ogni trenta secondi: si lascia seguire.
Anche i riconoscimenti parlano chiaro. Iacona ha vinto cinque volte il Premio Ilaria Alpi, uno dei più importanti riconoscimenti italiani dedicati al giornalismo televisivo d’inchiesta. Ha ricevuto anche il Premio Flaiano e altri premi per il lavoro sui reportage. Il vero merito di Iacona è stato sempre quello di andare a vedere come stanno davvero le cose, non si è mai limitato a recitare una sceneggiatura scritta da altri: la verifica è parte fondamentale del suo modus operandi. Iacona ha anche trasferito il suo lavoro televisivo nei libri, cui l’ultimo Mai più Vajont 1963/2023. Una storia che ci parla ancora, scritto a quattro mani con Paolo Di Stefano. Merita una menzione particolare anche Palazzo d’ingiustizia, che è il risultato di un lungo lavoro sulla magistratura e sulle procure italiane.
E allora perché proprio Iacona a Report? In questi giorni, attorno al programma, si parla inevitabilmente di Ranucci, Lavitola e quindi di Rai e politica. Ma noi di MOW proviamo a fare un ragionamento diverso. Se si dovesse cambiare, chi potrebbe fare bene quel lavoro? Non chi sarebbe più gradito a Palazzo Chigi, né all’opposizione o a chi garantirebbe una lettura più rassicurante a destra. Chi sa fare giornalismo d’inchiesta? La risposta, per noi, è lapalissiana: Riccardo Iacona.
Report non ha bisogno di un clone di Ranucci e nemmeno di un personaggio costruito a tavolino per essere il suo contrario. Avrebbe bisogno di un giornalista, di uno che sappia prendere un’inchiesta e lavorarci sopra con precisione, costruendo una narrazione e con la pazienza di arrivare alla fine. Iacona questa cosa la fa dal 1987. Non gli manca il curriculum. E qui torniamo all’inizio: a noi non interessano i giochi di potere. Non ci interessa stabilire se Iacona sia abbastanza di destra o abbastanza di sinistra. Questa ossessione tutta italiana di catalogare i giornalisti prima ancora di ascoltare quello che raccontano ci sembra una delle cose più tristi del dibattito pubblico. Iacona ha lavorato con Santoro, sì, ma ha lavorato anche a Mediaset, attraversando diverse stagioni politiche. E soprattutto ha costruito il proprio percorso professionale prima delle tifoserie.
E allora, se davvero si aprisse una partita sul futuro di Report, noi una candidatura la mettiamo sul tavolo. Scegliere Iacona sarebbe fare un favore a Report e a nessun altro. Perché, alla fine, al giornalismo fatto bene serve un semplice elemento: un giornalista bravo alla guida. E su questo Iacona è difficile da discutere.