La convinzione è personale: quando uno esibisce le proprie conquiste sessuali (etero), o si fa vanto di machismo, o racconta di avere avuto un rapporto sessuale con una donna (ma sono cose che hanno bisogno di essere raccontate?), io sento subito un odore che non mi convince. D'altronde - e su questo non mi si può smentire - Ranucci potrebbe attrarre, come tipologia fisica, molti gay. È un cosiddetto "bear", per quanto riguarda le donne ecco, non saprei. Ma il punto è un altro. C’è un genere giornalistico che in Italia non muore mai e che con i social ha avuto una formidabile accelerazione: il complotto. Cambiano i servizi segreti, cambiano le fonti, cambiano i ministri, cambiano perfino gli autogrill, ma alla fine salta sempre fuori qualcuno che conosce qualcuno che fa parte di un giro. E, a quanto pare, qualche volta questo giro è pure gay. Adesso arriva un altro documento. Nelle carte dell’ordinanza del Tribunale di Roma che mi vengono mostrate compare una chat del 18 gennaio 2025. Il messaggio arriva a Sigfrido Ranucci da un mittente sconosciuto. Il mittente scrive, tra l’altro: «Quel frocio di merda ormai sta culo e camicia con tutti loro», aggiungendo che una certa persona avrebbe detto che a settembre Report avrebbe dovuto «passare nelle mani sue» e comunque «tu sei vecchio». Il riferimento potrebbe essere, ma nelle carte non viene confermato, a Federico Ruffo (in un messaggio precedente compare il suo cognome), giornalista tra i papabili a prendere la conduzione di Report e professionista gradito, pare, all'azienda. Ranucci quel messaggio lo riceve e lo inoltra a Lavitola. (Faccio presente che la "vecchaia", come insulto, è molto frocio, quanto erano belli i vecchi froci che diventavano come zie affettuose)
Precisiamo: l’insulto omofobo non è scritto da Ranucci. È fondamentale dirlo. Non possiamo trasformare un messaggio ricevuto in un messaggio scritto dal destinatario. Ma proprio perché siamo davanti a una persona che conduce da anni una trasmissione d’inchiesta, che vive di contesto, fonti, attribuzioni e responsabilità delle parole, la domanda diventa interessante: perché nel mondo comunicativo che ruota intorno a Ranucci torna con una frequenza così impressionante la parola «gay» usata come categoria di sospetto, di appartenenza, di pericolo? Perché prima c’era stata la famosa «lobby gay di destra». Nelle chat tra Ranucci e Maria Rosaria Boccia, rese pubbliche nel febbraio scorso, comparivano espressioni come «giro gay, pericolosissimo», riferite a Tommaso Cerno, Massimo Giletti, Alfonso Signorini e ad altri nomi. Ranucci ha contestato la lettura secondo cui avrebbe parlato di una vera e propria «lobby gay», sostenendo che il punto fosse piuttosto il rapporto con Marco Mancini e che le chat fossero state presentate in maniera manipolata o decontestualizzata. Giletti, invece, aveva respinto pubblicamente l'accusa di appartenere a una lobby gay. Dunque: prima il «giro gay, pericolosissimo». Adesso il «frocio di merda». In chat con due finissimi intellettuali: Valter Lavitola (che secondo l'accusa "ama" Ranucci al punto di bombardarlo, che teneri) e Maria Rosaria Boccia.
E qui viene fuori una domanda che non ha bisogno di alcuna teoria del complotto per essere posta. Ma Ranucci e i suoi amici, esattamente, cosa hanno contro i gay? La domanda è volutamente brutale. Non perché io sappia che Ranucci sia omofobo: non lo so, e non lo sostengo. Anzi, sarebbe una conclusione tanto pigra quanto quelle che normalmente vengono attribuite agli altri. La questione è un'altra: perché, nelle conversazioni e nelle vicende che lo riguardano, l'omosessualità finisce così facilmente trasformata in un'etichetta politica, in una categoria di potere, in un elemento denigratorio? La parola «gay», in questo universo, non sembra mai semplicemente descrivere l'orientamento sessuale di una persona. Diventa «giro», «lobby», «pericolosissimo». Oppure, nelle parole dell'anonimo della nuova chat, diventa direttamente un insulto. È un dettaglio linguistico? Certo. Ma proprio quelli che fanno televisione d'inchiesta dovrebbero sapere che i dettagli linguistici sono spesso quelli più interessanti. E poi c'è un'altra cosa che rende l'intera faccenda quasi involontariamente letteraria. Perché Sigfrido Ranucci, nel frattempo, ha pubblicato La scelta, autobiografia nella quale racconta anche proprie relazioni sentimentali nate dentro l'ambiente professionale. La vicenda è tornata recentemente al centro dell'attenzione dopo che diversi articoli hanno ripreso i passaggi dedicati a Karoline, una donna conosciuta nell'ambito del lavoro, e a un'altra relazione con una fonte. E qui bisogna essere seri: la vita sessuale o sentimentale di una persona adulta non costituisce di per sé alcun capo d'accusa. Non interessa a nessuno, e non dovrebbe interessare a nessuno, con chi Ranucci vada a letto. Il problema nasce quando si costruisce un personaggio pubblico attraverso la morale privata degli altri e contemporaneamente si pretende che la propria vita privata venga letta soltanto come materia narrativa, psicologica, autobiografica.
Il libro, peraltro, è autobiografico: quelle storie le ha raccontate lui. Non sono pettegolezzi inventati da un nemico. La stampa ha poi discusso soprattutto i confini fra vita privata e rapporti professionali. Ed è qui che la faccenda diventa irresistibile. Da una parte abbiamo Ranucci che, quando qualcuno gli attribuisce la «lobby gay», risponde che il problema è un altro: i rapporti con i servizi, Marco Mancini, il contesto, le fonti, le manipolazioni delle chat. Dall'altra abbiamo una conversazione nella quale «gay» diventa «giro» e «pericolosissimo». Poi arriva un messaggio anonimo nel quale «gay» diventa un insulto osceno. Sempre la stessa parola. Sempre dentro conversazioni di potere. Sempre attorno a uomini che si accusano, si frequentano, si controllano, si registrano, si mandano messaggi, si fanno guerre mediatiche. A questo punto non serve nemmeno inventarsi la lobby gay. La cosa più divertente è proprio il contrario: basta leggere le carte. E siccome Ranucci è un giornalista d'inchiesta, possiamo applicare a lui lo stesso metodo che lui applica agli altri: niente sentenze preventive, niente complotti, niente psicologia da bar. Guardiamo i documenti. Chi scrive cosa? A chi? Quando? Perché? Qual è il contesto? Nel nuovo documento la risposta è precisa: Ranucci riceve l'insulto e lo inoltra. Non lo scrive lui. Ma la domanda resta. Perché attorno a questa storia la parola «gay» continua a comparire come se fosse una password per entrare nella stanza segreta del potere? E soprattutto: chi è che ha davvero bisogno della lobby? Perché magari il problema non sono i gay. Ma i giri sessuali con stagiste e fonti. Femministe e gay non hanno nulla da dire?