Ma quanto c’è di democratico nel talento di Michele Morrone? Si distribuisce equamente tra tutte le discipline senza privilegiarne nessuna: recitazione, canto, pittura. Il bon Morrone non ha ancora trovato la sua strada, anche se lui è convinto di averle imboccate tutte.
L’ultima prova arriva dal palco del Summer Well, dove l’uomo che Hollywood avrebbe finalmente capito, l’Italia invece no, è salito insieme a Two Feet per cantare Leave Me. I video sono finiti sui social e lì è successa una cosa bellissima: internet, per una volta, si è messo d’accordo. Vi pare un talento da poco in un mondo così polarizzante? Morrone canta, o meglio, interpreta il concetto di cantante. Sta sul palco con quell’aria da uomo che ha appena ricevuto una telefonata da Hollywood, ma a giudicare dalla performance vocale è più probabile che abbia ricevuto una chiamata dalla polizia della musica.
Il risultato è straniante e irresistibile. A tratti sembra di assistere a un personaggio di Checco Zalone che, per un caso fortuito, è finito davvero a un festival musicale internazionale. Il parallelismo con Checco di Cado dalle nubi appare inevitabile, soprattutto per la convinzione con la quale Morrone si approccia a ogni arte dello spettacolo: “Mi scrivo, mi compongo, mi arrangio” (Checco cit.). E quell’attitudine sui social e sul palco è così caricata da risultare una sceneggiatura vivente.
Morrone le tenta tutte: attore, pittore, cantante, ma non ha ancora trovato la strada giusta, che a noi pare proprio essere quella della comicità: perché lui non fa ridere di proposito, ma comunque ci riesce facendo semplicemente se stesso. Perché non sfruttare questo vero talento? Morrone si prende talmente tanto sul serio - senza che ce ne sia alcuna ragione plausibile - da risultare esilarante.
A Belve, del resto, aveva già consegnato una sorta di curriculum dell’autostima. Francesca Fagnani gli aveva chiesto di darsi un voto: 8 come attore, 7 come cantante, 6/7 come modello. Un sistema di valutazione molto interessante, soprattutto perché mancava la voce più importante: “capacità di autovalutazione”. Anche perché alla voce “modello”, siamo oggettivi, avrebbe potuto osare un po’ di più. E invece lui pare proprio voler dire: “Guardatemi. Sono bello, ma non solo”. E invece, caro Michele, lo sai che talvolta non c’è nulla di male a fare i belli e basta? Poi era arrivata la domanda sui colleghi. Chi è più bravo di lei? Alessandro Borghi. E basta. Gli altri? Quasi tutti peggio. Non esattamente l’umiltà francescana di chi entra in punta di piedi nel mondo dell’arte. Piuttosto la sicurezza di chi, davanti a una commissione d’esame, si presenta già con la pergamena della laurea.
Il bello è che Morrone non sembra nemmeno avere bisogno del talento per costruirsi una carriera da artista. Gli basta il personaggio. Anzi, gli basta la faccia del personaggio. È bellissimo e fotogenico, tatuato e muscoloso, internazionale. È il tipo di uomo che può stare fermo davanti a una telecamera e dare comunque l’impressione che stia succedendo qualcosa. Forse è questa la sua vera specialità: fare Michele Morrone. Il resto sono attività collaterali che, sinceramente, potremmo evitarci volentieri.
“My Art.. my life.. my home” ha scritto sotto un post dove sfoggia le sue tele. La pittura? Anche nel portfolio. Vanity Fair gli ha fatto tanto di ritratto che dà di Morrone un'idea di artista profondamente serio e impegnato. Nell'intervista Morrone ha dichiarato di mischiare sacro e profano così come Saturno Buttò. Praticamente sedici muniti di intervista in cui - anche lì - dice tutto senza dire niente. Praticamente lo spunto più interessante riguarda lui che prende una mazza e spacca il set perché i registi avevano scelto di togliere un monologo che si era impegnato a preparare bene: Morrone dice di essersi pentito di aver perso il controllo e di aver chiesto scusa. Comunque dall'intervista constatiamo che non bisogna mettere limiti all’ambizione: probabilmente a breve ci spiegherà che Picasso era bravo, sì, ma aveva il problema di essere troppo dentro il circoletto artistico italiano.
Anche a Belve aveva raccontato questo, che nel cinema italiano non serva talento, ma una precisa uniforme culturale che possa combaciare con il poeta maledetto, la sinistra o l’aria tormentata. Lui, invece, è libero. Libero di considerarsi un divo internazionale e - purtroppo per noi - pure libero di cantare.
Ma se c’è una cosa che rende il personaggio Morrone ancora più interessante è la sua particolare vicinanza alla premier. L’attore ha da poco raccontato di aver ricevuto un messaggio personale da Giorgia Meloni, che gli aveva espresso apprezzamento per quanto detto a Belve e per la sua posizione. Ottimo gancio. Si tratta della premier, non poteva di certo ridursi a inviare una reaction col fuoco o scrivere “Buona primavera” su direct.
Morrone si è definito senza esitazioni di destra e ha parlato della presidente del Consiglio come di una persona che ama il proprio Paese. L’account Instagram di Giorgia Meloni segue pochissimi profili e, tra quelli non politici, Morrone è stato segnalato come una delle eccezioni più curiose. Una strana coppia di amici. Due personalità accomunate da un ego di statura internazionale.
Da noi l’artista deve soffrire, citare Pasolini, avere un’opinione su Godard e possibilmente parlare male dei David di Donatello. Morrone, invece, ha scelto un’altra strada, “limitandosi” al fisico statuario e alla voce da karaoke.
Sul palco, però, la faccenda diventa più complicata. Il cinema può aiutare: inquadratura giusta, luce giusta, montaggio fatto bene, controcampo, musica. La musica invece ha questa terribile abitudine di mettere in evidenza la voce. E la voce, al Summer Well, sembra essersi presentata senza avvocato. Uno di quei casi in cui l’autotune sarebbe stato gradito. I social, dopo la performance, hanno fatto il resto. Qualcuno ha sintetizzato l'esibizione definendolo un “artista completo”, ma non nel senso a cui siamo abituati.
E noi dovremmo smetterla di prendercela con Michele Morrone. Perché lui, in fondo, ha capito qualcosa che noi continuiamo ostinatamente a non capire, ovvero che nell'economia contemporanea dell'immagine non è più necessario essere bravi. È sufficiente sembrare assolutamente convinti di esserlo. Magari il vero capolavoro non è il quadro né la canzone né nemmeno il film. È Michele Morrone. Un artista completo, insomma. Soprattutto nella parte in cui interpreta l’artista completo.