C'è un momento, nella vita di una democrazia, in cui le domande diventano più importanti delle risposte. È il momento in cui bisogna fermarsi e chiedersi: che cosa resta della libertà quando il giornalista non è più libero di fare domande al potere? Non è una domanda accademica. Non è una questione per addetti ai lavori. È una domanda politica. Ed è, prima ancora, una domanda di libertà. Perché una democrazia senza un giornalismo capace di disturbare il potere rischia di trasformarsi lentamente in qualcos'altro: un luogo nel quale tutti possono parlare, ma sempre meno persone possono davvero dire ciò che il potere non vuole ascoltare. L'Italia, per fortuna, ha conosciuto un'altra stagione. Ha avuto una grande tradizione di giornalismo d'inchiesta. Una tradizione spesso scomoda, talvolta feroce, quasi sempre controcorrente. Una tradizione fatta di giornalisti che hanno inseguito le notizie quando sarebbe stato più conveniente lasciarle perdere. Che hanno aperto porte che qualcuno avrebbe preferito rimanessero chiuse. Che hanno sollevato tappeti sotto i quali il potere aveva imparato a nascondere la polvere. Dalle grandi inchieste sulla criminalità organizzata alle denunce sul malaffare, dagli scandali politici alle battaglie contro le truffe e gli abusi, il giornalismo italiano ha avuto momenti nei quali il potere non era il padrone dell'informazione. Era il sorvegliato. Ed è questa, forse, la parola che abbiamo dimenticato. Sorvegliare. Controllare. Verificare. Domandare. Insistere.
Il giornalista d'inchiesta nasce esattamente lì: nel punto in cui la versione ufficiale smette di essere sufficiente. Il problema non è soltanto la crisi economica dell'editoria. Non è soltanto la trasformazione del mercato pubblicitario. Non è soltanto la rivoluzione digitale. Il problema è più profondo. È la progressiva, preoccupante erosione dell'autonomia dell'informazione davanti ai grandi centri di potere. Perché quando un'inchiesta diventa politicamente conveniente, viene celebrata. Quando diventa scomoda, viene delegittimata. Quando colpisce l'avversario, diventa "giornalismo coraggioso". Quando sfiora gli amici, diventa: "aggressione". "Campagna mediatica". "Sciacallaggio". "Processo televisivo". È una vecchia tecnica. Cambiano le parole. Non cambia il meccanismo. E così accade il paradosso più inquietante: il giornalista non viene più giudicato per quello che scopre, ma per chi colpisce. Se colpisce il mio avversario, è un eroe. Se colpisce me, è un nemico. Ma questa non è informazione. È tifo. E quando il giornalismo diventa tifo, il potere ha già vinto.
Perché una democrazia adulta non dovrebbe domandarsi da che parte stia il giornalista. Dovrebbe domandarsi una cosa soltanto: quello che racconta è vero? Da questa domanda dovrebbe partire tutto. In questo scenario, persino la televisione generalista rischia di perdere alcuni dei suoi ultimi spazi di controllo. E allora arriva una domanda che pesa come un macigno: Addio a Striscia la Notizia. E a Report?
Striscia la Notizia, nata nel 1988, ha costruito una parte della propria identità attraverso satira, denunce, segnalazioni di truffe, sprechi e malcostume. Ha fatto una cosa apparentemente semplice: ha portato il potere davanti a milioni di italiani. Lo ha deriso. Lo ha incalzato. Lo ha messo sotto i riflettori.
A volte con ironia. A volte con ferocia. Sempre con quella vocazione a infilare una telecamera là dove qualcuno avrebbe preferito non vederla. E oggi, davanti alle discussioni sul suo futuro, la domanda non può essere soltanto televisiva. È una domanda molto più grande. Che cosa succede a un Paese quando anche gli spazi televisivi capaci di mettere alla berlina il potere diventano fragili? La stessa domanda riguarda Report. E qui bisogna essere ancora più chiari. Non è necessario condividere ogni sua inchiesta. Non è necessario essere d'accordo con ogni ricostruzione. Un giornalismo serio può essere criticato. Deve essere criticato. Deve rispondere delle proprie responsabilità. Ma c'è una differenza enorme tra criticare un'inchiesta e rendere progressivamente più difficile fare inchieste. Una differenza che non possiamo permetterci di ignorare. Perché se Report dovesse davvero uscire definitivamente dall'offerta del servizio pubblico, il problema non sarebbe soltanto la sorte di una trasmissione televisiva. Sarebbe il simbolo di qualcosa di più grande. Di un Paese che rischia di perdere pezzo dopo pezzo la propria memoria investigativa. E la coincidenza è persino amara. Mentre si celebrano decenni di giornalismo televisivo d'inchiesta, il sistema dell'informazione sembra interrogarsi sempre più spesso su quanto spazio debba essere concesso a chi fa domande. Ma il problema, in fondo, non è quanto spazio concedere al giornalista. È quanto spazio vogliamo concedere alla verità. Perché il giornalista può sbagliare. Deve essere controllato. Deve verificare le fonti. Deve rispettare le regole. Deve distinguere i fatti dalle opinioni. Non deve trasformare il sospetto in una sentenza. Ma proprio per questo la risposta a un'inchiesta sbagliata non può essere il silenzio. Non può essere la censura.
Non può essere l'espulsione della domanda. La risposta dovrebbe essere un'altra domanda. Un'altra verifica. Un'altra inchiesta. Un'altra verità da cercare.
Perché al giornalismo si risponde con il giornalismo. Non con il bavaglio. Il giornalismo non è un tribunale. E il giornalista non dovrebbe essere processato perché il suo racconto è sgradito a qualcuno. Il suo compito è molto più semplice e, proprio per questo, infinitamente più difficile: cercare ciò che qualcuno preferirebbe non venisse cercato. È questa la sua ragione d'essere. È questa la sua nobiltà. Ed è forse proprio questa la ragione per cui il potere lo teme. Perché un politico può controllare un governo. Un amministratore può controllare un'azienda. Un potente può controllare una rete di relazioni. Ma nessuno dovrebbe poter controllare una domanda. La domanda di un giornalista deve rimanere libera. Sempre. Anche quando è scomoda. Soprattutto quando è scomoda. Perché la libertà di stampa non si misura dalle domande che possiamo fare quando tutti sono d'accordo. Si misura da quelle che possiamo fare quando qualcuno, molto potente, vorrebbe impedirci di farle.