La cosa più sorprendente della fine di Striscia la notizia non è stata la sua chiusura. È stato il modo in cui è avvenuta. Nessun grande annuncio, nessuna puntata celebrativa, nessun comunicato ufficiale di Mediaset che salutasse quella che, numeri alla mano, è stata la trasmissione più longeva della televisione commerciale italiana. Semplicemente Striscia è sparita dai palinsesti della prossima stagione, Mediaset ha ripreso in mano la gestione dei profili social cambiandone le password. Tutto si è consumato nel silenzio burocratico di un giorno qualsiasi di luglio. È un finale quasi ironico per un programma che ha costruito la propria identità sul rumore, sull'irruzione, sull'inseguimento, sull'idea che ogni notizia dovesse trasformarsi in spettacolo e ogni spettacolo in un piccolo processo popolare.
Eppure, Striscia la notizia non è stata semplicemente un programma televisivo, andando ben al di là. È stata uno dei più grandi dispositivi “culturali” prodotti dalla televisione italiana, una macchina che per quasi quarant'anni ci ha insegnato dove guardare quando volevamo trovare il male. Bastava una telecamera, un inviato, qualcuno che cercasse di sottrarsi alle domande e il racconto era già completo: il colpevole era stato individuato, il pubblico poteva indignarsi, ridere, sentirsi dalla parte giusta e andare a dormire con la rassicurante sensazione che qualcuno avesse rimesso le cose a posto. I mostri erano sempre gli altri. Noi, al massimo, quelli che li guardavano da casa.
Ripensandoci oggi torna in mente M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, quasi come se Antonio Ricci ne avesse inconsapevolmente realizzato il negativo. Nel capolavoro del regista tedesco il serial killer interpretato da Peter Lorre è soltanto il punto di partenza di una riflessione molto più ampia. Lang infatti insegue il mostro ma, mentre lo fa, racconta una società che si rivela progressivamente più malata del criminale che sta cercando. La giustizia smette di essere giustizia, il confine tra criminali e cittadini si assottiglia fino quasi a scomparire, il sistema mostra tutte le proprie crepe e il mostro finisce per apparire come il sintomo più evidente di una malattia molto più profonda. Striscia la notizia ha raccontato l'Italia nella direzione opposta. Il sistema rimaneva sullo sfondo, quasi immobile, mentre tutta l'attenzione veniva concentrata sul piccolo mostro quotidiano, sul furbetto, sul truffatore locale, sull'abuso abbastanza grande da suscitare indignazione ma abbastanza piccolo da non mettere mai realmente in discussione il funzionamento del Paese. Una volta trovato il responsabile, consegnato il Tapiro e mandato in onda il servizio, il rito poteva dirsi concluso. Lo spettatore aveva ottenuto la propria dose di giustizia televisiva e poteva convincersi che il problema fosse stato individuato, isolato e risolto. Sotto con Le Veline o l’imitatore di turno, e tutto andava a posto.
È una visione profondamente conservatrice della realtà, non perché abbia mai sostenuto esplicitamente questo o quel partito, ma perché sposta continuamente lo sguardo dalle strutture agli individui, dai meccanismi alle eccezioni, dalle responsabilità diffuse al singolo bersaglio da mettere alla berlina. Per quasi quarant'anni Striscia ha raccontato un'Italia composta soprattutto da mele marce e quasi mai dagli alberi che continuavano ostinatamente a produrle. Figurarsi analizzarne i semi da cui germogliano. È una differenza enorme, perché cambia il modo in cui una società immagina sé stessa e il modo in cui pensa di poter cambiare. In questo senso il programma di Antonio Ricci ha accompagnato perfettamente l'evoluzione della televisione italiana e, in parte, anche quella del dibattito pubblico. Non tanto perché facesse propaganda, quanto perché ha contribuito a diffondere un linguaggio nel quale il dileggio valeva più dell'argomentazione, l'agguato televisivo sostituiva il confronto e il Tapiro d'Oro diventava una forma di giudizio infinitamente più popolare di una conferenza stampa o di un'inchiesta giornalistica. Molto prima dei social network avevamo già imparato che ridicolizzare qualcuno equivaleva, quasi automaticamente, ad avergli dato torto.
Questa grammatica culturale non riguardava soltanto il modo di raccontare il potere. Riguardava anche il modo di rappresentare i corpi. Gli uomini parlavano, le donne ballavano. Gli uomini conducevano il programma, le donne ne rappresentavano il corpo. Per decenni questa divisione dei ruoli è sembrata naturale, scolpita nella pietra, e proprio per questo racconta meglio di qualsiasi editoriale quanto sia cambiato il nostro sguardo prima ancora della televisione. Sarebbe però un errore liquidare Striscia la notizia come un programma semplicemente sessista o semplicemente figlio dell'epoca berlusconiana. Caratteristiche incarnate a pieno, bene inteso. Ma Striscia ha anche costruito un lessico, un immaginario, un riflesso culturale. Ha insegnato a milioni di italiani che mettere qualcuno alla berlina equivale quasi sempre ad aver già fatto giustizia e che il problema di questo Paese coincida quasi sempre con il comportamento del singolo, molto più raramente con le strutture che quel comportamento lo rendono possibile.
Forse, riguardando oggi Striscia la notizia, ci accorgiamo che per quasi quarant'anni non abbiamo assistito soltanto a un programma di satira o di intrattenimento, abbiamo partecipato a una lunga pedagogia del capro espiatorio. Ci è stato insegnato che ogni problema avesse sempre un volto preciso, un responsabile da inseguire, un colpevole da umiliare pubblicamente, come se bastasse consegnargli un Tapiro per rimettere in ordine il mondo. Daniel Pennac ha raccontato con grande lucidità il meccanismo del capro espiatorio, mostrando quanto sia rassicurante credere che il male possa concentrarsi in una sola persona, perché così tutto il resto può continuare a sembrarci innocente. È esattamente l'illusione che Striscia la notizia ha alimentato per quasi quarant'anni. E forse è proprio per questo che la sua uscita di scena pesa più di quanto sembri: non finisce soltanto un programma televisivo, finisce uno dei racconti più influenti con cui gli italiani hanno imparato a riconoscere il male.