C'è un'equazione che, su alcuni giornali, sembra legge consolidata: il tritolo chiama Silvio Berlusconi. E allora quando ci sono di mezzo intimidazioni, autobombe e cose losche arriva anche l'irrefrenabile impulso, in un modo o nell'altro, di buttarci in mezzo anche il fu Cavaliere. Ecco quindi che appena Valter Lavitola, ex giornalista e direttore dell'Avanti, viene indagato per essere stato il mandante della bomba a Sigfrido Ranucci, allora torna subito “vicinissimo a Berlusconi”, il “faccendiere di Berlusconi”, per qualcuno addirittura l'“amico”. La verità è quella di un rapporto molto più sfumato fra Lavitola e l'ex Presidente del Consiglio, una vicinanza millantata dallo stesso Lavitola, ma che nei fatti trova ben poco riscontro, almeno nella misura in cui la parola stessa lascia intendere. Lavitola non è stato un amico di Berlusconi, né tantomeno gli è stato vicinissimo, è stato un uomo che, per un certo periodo, ha tentato, come molti altri, di attaccarsi al treno forzista per arrivare al potere, con scarsi risultati.
Lavitola nasce socialista, è stato iscritto al PSI a partire dal 1984, esponente della stessa corrente craxiana che, dopo l'inizio della Seconda Repubblica, confluirà all'interno di Forza Italia. Proprio attraverso il sostegno di alcuni ex esponenti socialisti confluiti nel centrodestra, Renato Brunetta, Fabrizio Cicchitto, Giuliano Cazzola e Gianni Baget Bozzo, fonda il quotidiano L'Avanti!, che, bene precisarlo, non c'entra niente con lo storico quotidiano socialista ma ne copia nome e grafica, differenziandosi solo nei colori di articolo determinativo e apostrofo, neri in uno, rosso nell'altro. Proprio attraverso i socialisti-forzisti si avvicina all'area berlusconiana, e nel 2004 viene anche candidato alle europee nelle liste di Forza Italia per la circoscrizione Sud, ottenendo 54.000 preferenze senza essere eletto.
In quegli anni inizia la sua scalata alla corte del Cavaliere. Nel 2006 fa da tramite nell'operazione che porta il senatore Sergio De Gregorio, anche lui ex socialista, primo direttore de L'Avanti nel 1996 e già esponente di Forza Italia prima di passare tra le file dell'Italia dei Valori, a passare dal centrosinistra al centrodestra. Prima, nel giugno 2006, De Gregorio viene eletto Presidente della Commissione Difesa del Senato con i voti della Casa delle Libertà, mediati dal capogruppo di Forza Italia Renato Schifani — votando lui stesso per sé e mandando in crisi la propria maggioranza. Segue la rottura con l'Italia dei Valori, un voto contro la fiducia al Governo Prodi II che non ne provoca la momentanea caduta, poi il patto formale con Forza Italia e infine, il 24 gennaio 2008, il voto di sfiducia a Prodi che pone fine definitivamente al governo.
Lo stesso De Gregorio ammetterà in seguito di aver ricevuto da Berlusconi quasi 3 milioni di euro per il passaggio, riconoscendo in sede giudiziaria di averne incassati due in nero — patteggiando 20 mesi per corruzione in atti d'ufficio. Per questa vicenda Berlusconi viene indagato per concussione nel 2013 e rinviato a giudizio insieme a De Gregorio e Lavitola. L'8 luglio 2015 Berlusconi e Lavitola sono condannati a tre anni per corruzione; la Corte d'Appello dichiara il reato prescritto nel 2017, annullando la pena ma senza smentire i fatti accertati in primo grado.
Poi, nel 2010, quando la rottura tra Berlusconi e Gianfranco Fini è ormai insanabile, L'Avanti! di Lavitola pubblica in esclusiva un documento trovato ai Caraibi che collegherebbe un appartamento di Montecarlo, un tempo di proprietà di Alleanza Nazionale, al cognato di Fini, Giancarlo Tulliani. Nel 2024 Fini è stato condannato a 2 anni e 8 mesi, non per il possesso occulto dell'immobile che il dossier voleva insinuare, ma per concorso morale in riciclaggio, relativo all'autorizzazione alla vendita dell'appartamento a una società riconducibile al cognato Giancarlo Tulliani. Lavitola ha sostanzialmente condotto un'inchiesta giornalistica, basata su fatti e documenti reali, volta però alla distruzione di un avversario politico su commissione di Berlusconi. In particolare il leader forzista avrebbe finanziato il viaggio a Santa Lucia di Lavitola per procurare i famosi atti a dimostrazione che proprietario effettivo dell'appartamento (un tempo appartenuto ad An) era il cognato di Fini.
In una lettera di venti pagine, poi mai recapitata, intrisa di tono servile e supplicante, Lavitola snocciola a Berlusconi tutti i presunti favori che gli avrebbe fatto, chiedendo in cambio una serie di incarichi: “Entrare nel governo o nel Parlamento europeo o almeno nel Cda Rai”; ottenere comunque “un incarico importante all'inizio del 2010”; “collocare Iannucci nel Cda dell'Eni”; “nominare (Paolo) Pozzessere almeno direttore generale di Finmeccanica”, oltre alla sistemazione di alcuni suoi parenti, tra cui moglie e sorella. Favori mai corrisposti dal Cavaliere, che poi ha detto: “È un insieme di cose vere e di cose totalmente false. Dico subito che non è vero che io abbia promesso a Lavitola di dargli un incarico governativo, né di candidarlo alle elezioni europee in modo tale da garantire la sua elezione, né di farlo nominare nel Cda della Rai. Non è vero nemmeno che io abbia parlato con Lavitola di far nominare la senatrice Ioannucci nel Cda dell'Eni. Peraltro io conosco la senatrice che è del Pdl e ho con lei rapporti diretti. Non è vero neanche quanto asserito da Lavitola sulla promessa da parte mia di far nominare Pozzessere ‘almeno direttore generale di Finmeccanica’. Tengo a dire che io non ho mai nominato nessuno in Finmeccanica nel senso che non mi sono mai interessato a questo tipo di nomine. Non ricordo che la senatrice Ioannucci abbia avuto un incarico presso Poste Italiane, ma certo non ne ho parlato con Lavitola, non capisco neanche il riferimento al ‘commissario delle dighe’. Non è vero che io abbia rimborsato una somma di circa 500 mila euro a Lavitola per la sua attività a proposito della vicenda ‘Casa di Montecarlo’. Non ho mai ricevuto le richieste, di cui pure in questa lettera si parla, di presunte restituzioni di denaro a Angelo Capriotti, agli avvocati panamensi di Lavitola e a una società cinese. È vero invece che mi fu chiesto da Pintabona (il senatore eletto all'estero esponente del Mpa di Lombardo, ndr) per conto di Lavitola di far assumere i 19 dipendenti de L'Avanti che erano stati licenziati. Non fu possibile assumere i suddetti dipendenti anche se io ero disponibile a impegnarmi perché si trattava di lavoratori che avevano perduto il posto di lavoro”.
Proprio per questo il presunto “fedelissimo” poi passa dalla parte dell'estorsore. Tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012 Lavitola avrebbe chiesto a Berlusconi cinque milioni di euro in cambio del silenzio sulle informazioni in suo possesso relative all'inchiesta barese. Berlusconi denuncia il tentativo di ricatto invece di pagare, e Lavitola finisce per essere condannato — con rito abbreviato, il 4 marzo 2013 — a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai suoi danni.
Poi Berlusconi diventa anche “veicolo inconsapevole” di un'altra estorsione, quando il 2 agosto 2011 chiama Ponzellini, presidente di Impregilo, colosso italiano delle costruzioni: “Ti telefono perché, mi telefonano da Panama… e dicono che devo contattare i vertici Impregilo… e dire che sulla questione ospedali dovete trovare l'accordo con Panama… altrimenti il presidente del Panama rilascerà alle 19,30 di questa sera ora panamense una dichiarazione per bloccare l'opera di Impregilo sullo stretto con un grave tracollo… conseguente in borsa per Impregilo (…) Quel tale Lavitola no, amico del presidente di Panama… mi ha telefonato sei volte mi ha trovato alla fine e mi ha lasciato detto questo”.
Per questa vicenda Lavitola viene condannato ad altri tre anni di reclusione nel 2014.
Insomma, Lavitola sembra un faccendiere alquanto strano, o quantomeno ingenuo. Per le sue “prestazioni” non riceve alcun vantaggio, anzi denunce e condanne. Nel 2008 il giornalista aspira anche a un seggio parlamentare, ma a dimostrazione di ingranaggi ben poco oleati la sua candidatura fu bloccata da Niccolò Ghedini e Gianni Letta, proprio gli uomini più vicini a Berlusconi. Lavitola non è mai stato l'amico di Berlusconi: è stato un uomo che ha costruito la propria carriera, i propri affari e persino la propria autopercezione sfruttando una vicinanza che lui stesso, in tempi non sospetti, ha ammesso di aver vissuto con “delirio di onnipotenza” e “smania di protagonismo”. Un rapporto fatto di favori a senso unico, di servizi resi e mai adeguatamente ripagati, che si è concluso — con la logica implacabile di chi si sente defraudato — nel tentativo di far pagare con l'estorsione ciò che la fedeltà non aveva ottenuto.