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7 luglio 2026

Delitto di Garlasco: ma che fa la Procura di Pavia? Leggetevi lo spiegone for dummies del professor Galassi (per chi non vuole capire)

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

7 luglio 2026

Chi continua a chiedersi perché i tempi si stanno allungando così tanto per le indagini sul delitto di Garlasco vuole solo sfruttare, da una parte o dall’altra, qualcosa che non ha capito fino in fondo: è in corso una rivoluzione silenziosa che cambierà il metodo e l’approccio nelle indagini. Chi ha provato a spiegarlo, con quel modo lì che ha lui, è il professor Galassi…

Foto di: Ansa

Delitto di Garlasco: ma che fa la Procura di Pavia? Leggetevi lo  spiegone for dummies del professor Galassi (per chi non vuole capire)

Il circo che da vent'anni pasteggia sulla tragedia del delitto di Garlasco ha un disperato bisogno di certezze da social: lo sappiamo tutti. E l’abbiamo sfruttata e cavalcata tutti. Quello che si cerca, principalmente, è risposte masticabili in tre minuti, televisivi o da reel. Perché la complessità logica fa paura e la pazienza processuale annoia. Ecco perché, ultimamente, è come se in molti si chiedessero cosa sta facendo la Procura di Pavia, arrivando quasi a buttare il dubbio sui tempi delle indagini che si stanno dilatando. Il punto, però, è che in pochi si accorgono che la magistratura pavese sta segnando una rivoluzione nel metodo di lavoro. Chi se ne è accorto, e ora ha provato a spiegarlo persino a chi proprio non vuole capire, è il professor Galassi, con una strigliata metodologica che stronca le banalità dei soliti esperti improvvisati della domenica. Chi attacca il procuratore aggiunto Civardi in TV, dice Galassi, “oltre a mancare di rispetto ad un magistrato specchiato e prestigioso, è, a livello ermeneutico, molto lontano da una reale comprensione della portata dell’indagine messa in campo dalla Procura di Pavia”.

Napoleone
Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone

La rottura rispetto al passato non è una questione di centimetri di faldoni accumulati negli armadi o di quante fatture siano state staccate per i consulenti di turno. Quello che dà fastidio, che scarta di lato rispetto alle indagini tradizionali a cui siamo pigramente abituati, “è soprattutto il metodo”. Non siamo davanti al solito copione poliziesco (pagato a carissimo prezzo da un certo Alberto Stasi) dove si sceglie un sospettato ideale e si fa di tutto per piegare la realtà fino a farcela entrare, ignorando quello che disturba il teorema. L'inchiesta di Pavia adotta “un approccio che richiama molto più l’epistemologia della scienza che la tradizionale costruzione di un’indagine orientata verso una conclusione ipotizzata”. Per quasi due decenni il caso di Chiara Poggi è rimasto prigioniero di “una ricostruzione ormai consolidata, nella quale ogni nuovo elemento tendeva inevitabilmente a essere letto come conferma o semplice integrazione di una teoria già esistente”. Un eterno ritorno dell'uguale che ha solo prodotto nebbia fitta.

Napoleone e Civardi, anche se Galassi è troppo elegante per dirlo in maniera così esplicita, hanno fatto saltare il banco. Hanno deciso di “sospendere, almeno sul piano metodologico, ogni conclusione precostituita e ricostruire il problema partendo dai dati”. Roba da scienziati più che da cacciatori di streghe. La domanda di fondo si ripulisce da ogni scoria politica o morale e non è più il classico “chi dobbiamo dimostrare essere il responsabile?”, ma diventa “quale modello dei fatti riesce a spiegare simultaneamente tutti gli elementi disponibili senza forzare nessuno di essi?” C'è il fantasma di Karl Popper tra le carte di Pavia, il criterio della falsificabilità applicato alle tracce biologiche e alle impronte. Un'ipotesi è solida solo se resiste ai tentativi sistematici di smentita. E basta!

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Il professor Francesco Maria Galassi

Per questo l'indagine pavese fa saltare i nervi ai cultori del sensazionalismo, da una parte, e dall’altra a quelli che invece "utilizzano i ritardi" per sostenere che Napoleone e Civardi hanno niente in mano (ormai è chiaro, tanto, che ci sono le tifoserie). Il test del DNA, le consulenze genetiche, i tabulati telefonici, la medicina legale, lo studio incrociato delle impronte e perfino le inevitabili magagne procedurali “non vengono trattati come prove autosufficienti”. Nessun colpo di teatro. Ogni elemento è solo un vincolo geometrico. Un paletto che segna il campo e riduce le spiegazioni compatibili con la realtà. Nella scienza moderna la forza di una tesi non discende mai da un unico esperimento fortunato, ma nasce dalla “convergenza indipendente di osservazioni provenienti da discipline differenti”. La genetica deve parlare con le tracce, la medicina legale con le lesioni o i segni, i tabulati con gli orari dei testimoni.

“Ogni consulenza – spiega ancora Galassi - dialoga quindi con le altre e nessuna pretende di bastare a sé stessa. L'indagine diventa un sistema integrato di verifica, una rete che costruisce un modello esplicativo che deve resistere alle confutazioni provenienti da campi diversi del sapere”. Ecco perché Galassi ricorda che i giochi sono tutt'altro che chiusi. Mancano ancora le metodologie delle difese e la perizia psichiatrica del professor Catanesi. L'indagine non è finita de facto. E nessuna inchiesta dopo Garlasco sarà uguale al passato, perché siamo ormai entrati nell’era dell’approccio multidisciplinare integrato.

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