Ostinata visione monodirezionale. Tre parole potrebbero bastare a raccontare diciannove anni se non fosse che c’è di mezzo una morte atroce e ci sono di mezzo vite stravolte per sempre, compresa quella di un presunto innocente che ha passato dodici anni in carcere senza che nessuno sapesse mai davvero se è colpevole o innocente. Sì, perché le prime indagini sull'omicidio di Chiara Poggi raccontano una storia fatta di anomalie, omissioni e, appunto, un’ostinata (e a questo punto sospetta) visione monodirezionale. Chi ormai lo ripete senza farla troppo lunga, senza spettacolarizzare e pure senza nemmeno quella paura che c’è anche in quelli che sembrano non avere paura di nessuno, è Luigi Grimaldi. Che, ormai, ogni giorno ne tira fuori una e va avanti a mo’ di carrarmato inarrestabile rispetto a tutto quello che i primi inquirenti dovrebbero chiarire. Spiegando, insomma, che ok che è tutto prescritto, ma il dovere morale – quello degli uomini prima ancora che dei tribunali – non si prescrive mai.
Nell’ultimo pezzo affidato al suo Grimaldipress, il Luigione Nazionale ripercorre le tappe investigative tra il 2007 e il 2008 evidenziando come la figura di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, sia stata precocemente e efficacemente marginalizzata dagli inquirenti. Tutto ha inizio nei giorni immediatamente successivi al delitto del 13 agosto 2007. Sempio giustifica tre telefonate verso la casa di Chiara Poggi parlando di un "numero sbagliato". Una spiegazione che non convince del tutto, al punto che il 9 gennaio 2008 un tenente dei Carabinieri rileva evidenti contraddizioni e suggerisce al PM di risentirlo. Tuttavia, l'intento resta "congelato come un merluzzo nel freezer". Solo a maggio dello stesso anno, lo stesso ufficiale deposita una relazione corposa sui contatti telefonici, ma il nome di Sempio compare appena di sfuggita, senza alcun approfondimento sulle incongruenze segnalate in precedenza.
A blindare definitivamente l'impostazione investigativa interviene, il 6 giugno 2008, il generale Antonio Girone. Pur non avendo partecipato alle attività operative, l'alto ufficiale dichiara pubblicamente: “Per i carabinieri le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi sono chiuse […] Non esistono altre piste”. Una clamorosa "entrata a gamba tesa" mentre le indagini della Procura sono formalmente aperte, segno — secondo Grimaldi — di un segnale proveniente dai Carabinieri di Vigevano, ormai arroccati nel tunnel dell'unica pista contro Alberto Stasi. La verifica su Sempio scatta incredibilmente solo ad ottobre 2008, a ben dieci mesi dalla prima segnalazione. L'audizione del 4 ottobre presenta contorni opachi: il verbale ufficiale dichiara un colloquio continuativo dalle 10:30 alle 14:40, ma anni dopo lo stesso Sempio racconterà di un malore, del soccorso del 118 durato quaranta minuti e di essere stato mandato a casa per poi rientrare con lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Di queste interruzioni e dell'ambulanza nel verbale redatto dal capitano Gennaro Cassese e dal maresciallo Flavio Devecchi non c’è traccia.
L'alibi dello scontrino (che attesta la presenza a Vigevano alle 10:18) viene poi blindato con precisione dalla testimonianza della madre di Sempio, sentita il 6 ottobre sul posto di lavoro alle otto di sera. L'orario di rientro della donna a casa (9:50) risolve d'incanto ogni dubbio sull'espressione "verso le dieci" usata dal figlio. Ma il buco più grande sta nei tabulati telefonici: la mattina del delitto il cellulare di Sempio aggancia esclusivamente la cella di Garlasco, smentendo i suoi presunti spostamenti verso Vigevano. Questo dato cruciale viene omesso dagli atti. “La sequenza è questa – chiude Grimaldi - Una chiamata dopo l’altra. Una nota ignorata. Una relazione che liquida. Un generale che anticipa la chiusura […] Un’ambulanza sparita. Una corsa serale dalla madre. Uno scontrino che appare al momento giusto. Un vero e proprio film dai fotogrammi mancanti che oggi la Procura di Pavia tenta finalmente di ricomporre”.