Non c’è niente da dire ora, ma bisogna parlarne? Sul delitto di Garlasco – inutile negarlo – ormai è così. Però non è che si può bollare tutto come qualcosa di trito e ritrito e, a volte, è solo questione di percezioni. Viene da dirlo dopo l’ultima puntata di Filorosso che, almeno guardando i commenti sui social, sarà ricordata per lo scontro impari (lasciatecelo dire) tra il genetista Ugo Ricci e Luciano Garofano, l’ex comandante dei RIS di Parma, poi superconsulente di Andrea Sempio e ora opinionista e superospite ovunque si parli di Garlasco. In tv, non è un segreto, piace il duetto tra camici bianchi, quasi eccita l’estetica delle comparazioni e sicuramente smuove il feticcio dell’ex RIS che srotola ingrandimenti e minuzie minimizzando fotografie. E’ vero, lo studio di Filorosso ha offerto l’ennesimo ring. Solo che non ha offerto solo quello. Però ok e e andiamo per ordine. Oggetto del contendere? La famosa impronta 33, impressa sul muro delle scale dove la mattina del 13 agosto 2007 fu trovato (e poi anche girato sul suo stesso sangue) il corpo di Chiara Poggi.
Un duello impari. Da un lato il pragmatismo scientifico che coltiva il dubbio pur palesando le proprie convinzioni, dall’altro l’ortodossia di chi difende l’operato di allora senza se e senza ma. Ricci se ne esce così: “Quello che sappiamo ci viene detto dalla Procura. Da cittadino ho fiducia nei loro consulenti, non ho competenze da dattilo scopista”. Ma poi tira la sberla sulle modalità con cui vennero condotti i test dell’epoca: i vecchi riscontri potevano generare falsi negativi e non rilevare sangue potenzialmente presente. Garofano replica piccato: ingrandendo la foto del tempo utilizzata dalla Procura “le 15 minuzie non le troviamo. A oggi quell’impronta non è utile e non è di sangue”. Scontro di posizioni e tutto già noto: schermaglie tra esperti che lasciano il tempo che trovano in attesa di un incidente probatorio o di un'aula vera.
Tutta scena. La solita minestra. Perché la vera bomba sganciata negli studi del programma non c'entra niente con i reagenti al luminol o le 15 minuzie dattiloscopiche. Ma sono tre fotografie scattate con un cellulare dentro l’ufficio di un pubblico ministero. La storia emerge dalle carte dell'interrogatorio svolto dalla Procura di Brescia nell'ambito dell'indagine per corruzione a carico del carabiniere Pappalardo. E è surreale. Quasi da far sorridere se non ci fosse di mezzo una ragazza morta ammazzata. A Pappalardo chiedono se conoscesse Andrea Sempio. La risposta? “Non so chi sia. Mai fatto attività di indagine su Garlasco, ho sempre appreso dalla stampa le notizie, sia ora sia nel 2016. Non ho memoria di essere passato in Procura il 24 dicembre 2016”. Peccato che agli atti figurino tre scatti realizzati proprio quel giorno dal suo telefono privato. La prima foto ritrae il conferimento d'incarico dello studio Giarda alla società SKP (struttura che ha confezionato il dossier contro Sempio). La seconda e la terza ritraggono le pagine dei tabulati telefonici del 2007.
Messo davanti all'evidenza, Pappalardo prova a giocarsi il ritornello dell’ormai famosa canzone di Cassese: non ricordo. “Penso – dice – che mi fu chiesto dal Provinciale perché si seguiva molto il caso di Garlasco. Non ricordo se ci fosse Venditti. Non era certamente prassi che io entrassi nel fascicolo di Venditti per fotografare un fascicolo”. Forse non serve ricordarlo, ma è bene farlo: era la vigilia di Natale. Insomma: alla vigilia di Natale un militare entra nell'ufficio di un magistrato e fotografa con lo smartphone personale un fascicolo. Un'anomalia su cui, manco a dirlo, l’avvocato De Rensis infierisce: “Noi capiamo cosa vuol dire scattare delle foto alla vigilia di Natale in un fascicolo giovanissimo per omicidio dove dentro c’era la famosa consulenza Linarello? Non vorrei sentir parlare di inesperienza, ragazzate, cappellate. Qui c’è un maggiore dei carabinieri che entra in un ufficio del pm a fotografare dei documenti, è gravissimo”. E c’è pure una consulenza, proprio la consulenza Linarello, che più o meno negli stessi giorni finì sul tavolo proprio di Luciano Garofano.