“Allora, finalmente gli agnelli hanno smesso di gridare?” (Hannibal Lecter al telefono con Clarice ne “Il silenzio degli innocenti)
“La Verità vi farà liberi” (Giovanni 8, 32)
Il 16 agosto, domenica, ancora in pieno clima ferragostano esce uno strano e interessante articolo sul Corriere della Sera, autrice Mariolina Iossa, dall’inquietante titolo: Alessandro D’Amato, il caposervizio di Open coinvolto nel progetto politico di Ranucci: “Lavitola mi disse: ‘Gli indirizzi te li dà la sua collaboratrice’”. Il sottotitolo precisa: “Parla Alessandro D’Amato, giornalista al quale il faccendiere chiese di creare una mailing list per la struttura politica: “Dopo l’attentato sono passato da lui e gli ho chiesto: ne sai qualcosa? Lui ha risposto: nulla. Ma abbassò gli occhi”. Di questa intervista parleremo alla fine, perché la storia è molto complessa e merita un certo dettaglio.
Tutto inizia all’alba (07:26) di venerdì 14 agosto quando Alessandro D’Amato sente l’impellente necessità di pubblicare un articolo sul sito di Open dal titolo roboante: ESCLUSIVO -Ranucci, il partito, i Dem Usa: così parlava Lavitola dopo l’attentato-La testimonianza. L’articolo, come si può notare, è scritto in una forma involuta e abbastanza confusa e occorre quindi prestare parecchia attenzione per decifrarlo. D’Amato rievoca il 20 ottobre 2025. Quattro giorni dopo l’attentato a Ranucci. Lo chiama familiarmente “Valterino”, ma anche “Ciociò”, come lo chiamavano da bambino, rivelando una insospettata familiarità con l’imprenditore. D’Amato dice di essere a conoscenza “della sua frequentazione con Ranucci” e di frequentare, a sua volta, il “Cefalù Bistrò” di Roma dove andava spesso anche il conduttore di Report. Lavitola parla a D’Amato di un “sondaggio americano” che riguardava le figure non politiche più popolari in Italia. Per farla breve Lavitola chiede a D’Amato di creare “una rete di contatti…una mailing list tra persone e associazioni che organizzavano gli happening. Per un utilizzo futuro non specificato ma piuttosto fumoso”. Però D’Amato è uomo di mondo e immagina che tutto questo sia fatto in vista di un progetto e lo scrive pure. Prende forma un “partito di Ranucci”.
“Quello che si legge nelle intercettazioni dell’ordinanza è quello che più o meno mi ha raccontato Valter all’epoca”, scrive D’Amato come per dire che lui è a conoscenza solo delle cose riportate nell’ordinanza, nulla di più e che quindi non ha avuto altri ruoli. D’Amato poi fa una terribile scoperta e cioè che dietro al progetto c’erano “ambienti del Partito Democratico Americano”. D’Amato si incuriosisce e vuole sapere di più ma Lavitola si irrigidisce e “decide di rimanere in silenzio”. Il giornalista chiama questo assai ambiguamente “Il silenzio degli ‘innocenti’” (richiamandosi al famoso film con protagonista il serial killer Hannibal Lecter), utilizzando ancor più ambiguamente le virgolette solo su ‘innocenti’.
Il resto dell’articolo è ugualmente fumoso, poco chiaro, pieno di particolari non sempre ben correlati e quindi lo lasciamo alla libera interpretazione del lettore. Poi l’improvviso finale. D’Amato si reca al ristorante di Monteverde il 4 luglio 2026 e Lavitola arriva per pranzo ma non ha voglia di parlare, traffica con la macchina per il caffè, rimuginando pensoso. D’Amato capisce che non ha voglia di interloquire e mogio si prepara ad andarsene ma ha ancora un sussulto di curiosità e gli pone finalmente la domanda che il lettore aspetta dopo la fatica di leggere l’articolo: “Sai qualcosa dell’attentato a Ranucci?”. Ed ecco la risposta: “Lui mi guarda molto stupito, abbassa lo sguardo e sussurra un No, no, ma ti pare’”. L’attenzione va posta naturalmente su quell’abbassare lo sguardo, come se fosse in estremo imbarazzo e il giornalista non manca di farlo notare esplicitamente.
E poi ancora: “Nei giorni successivi arriva la perquisizione. Parliamo al telefono altre volte, mentre è indagato – e consapevoli entrambi che le sue telefonate potevano essere intercettate – e lui continua a professare la sua innocenza”. Naturalmente, il fatto che i due immaginassero che il telefono di Lavitola potesse essere intercettato, rende poco interessante quello che si sono detti in privato perché sicuramente uno non si dà la “zappa sui piedi”. E così arriviamo al gran finale. “Domenica 9 agosto mi invita a pranzo. Ci sediamo al tavolo più tranquillo del ristorante e parliamo dell’inchiesta. Poi finiamo di discutere nella sua auto, che viene citata nell’indagine perché dentro ci sono le microspie. Nell’occasione mi dice che è tranquillo, perché è caduta l’accusa di strage e soprattutto è caduta anche l’associazione mafiosa. Gli chiedo se è sicuro e mi dice di sì un paio di volte. La sua paura dei giorni precedenti sembra diminuita e a un certo punto mi dice: ‘Posso rispondere a ogni cosa e spiegarla. Ti pare che mi arrestano?’. Il giorno dopo i carabinieri si presentano a Monteverde Vecchio”.
E ora, come promesso, torniamo all’intervista al Corriere. L’autrice ci dice che D’Amato “al Corriere racconta, dopo averne scritto per Open, della sua personale conoscenza di Valter Lavitola e dei suoi progetti politici su Ranucci”. Il giornalista afferma di aver frequentato Lavitola ad iniziare da settembre 2023 (“una quindicina di volte”) per aiutarlo a scrivere una autobiografia. Il caposervizio lo definisce un “sognatore” e “più un ingenuo che un millantatore. Di certo non lo consideravo una fonte affidabile”. Però questo non evita che D’Amato ci lavori, sebbene lo consideri un “inaffidabile”, e che da lui sia pagato. Quantomeno è singolare che un giornalista ritenga la sua fonte non affidabile ma poi ci faccia degli articoli.
Inoltre, si possono utilizzare molti aggettivi per descrivere Lavitola ma “ingenuo” direi proprio di no, anzi tutt’altro. D’Amato vuol quindi far passare Lavitola per un “ingenuo”, dopo che tutta la sua esistenza dimostra l’esatto contrario. L’intervista continua con D’Amato che ripete invero piuttosto noiosamente dei suoi lavori e progetti con l’imprenditore ora in carcere che però non andavano avanti. Un altro punto strano che si può leggere è che Lavitola chiede a D’Amato di lavorare “ad una sorta di mailing list” per costruire il “partito di Ranucci”, ne abbiamo parlato prima. “Io gli dissi che si poteva fare, non era un lavoro complicato. Mi disse che gli indirizzi me li avrebbe forniti una collaboratrice di Ranucci. Mi fece anche il nome di questa persona, ma non lo ricordo. Assistetti anche a una telefonata tra Lavitola e questa persona. Io non ci ho mai parlato e non l’ho mai incontrata: ho soltanto sentito la voce di una donna mentre lui le spiegava come avrebbe dovuto essere fatta la lista, che poi avrebbe consegnato a me”. Ecco, qui D’Amato cade nella sindrome del “non ricordo” e questo non fa certo una bella impressione. Poi chiama ancora Lavitola “Valterino”, come se fosse il suo amichetto di giochi e infine la domanda clou del Corriere: “Dopo l’arresto di Lavitola hai deciso di raccontare questa storia su Open. Perché solo dopo?” Bella domanda, che rivela almeno coscienza professionale.
“Quando è stato arrestato e sono emerse tutte queste cose, ho pensato che valesse la pena raccontare quello che sapevo. Io l’ho frequentato, ho lavorato con lui, poi l’ho rivisto dopo l’attentato e ancora a luglio ho avuto con lui queste conversazioni. Il progetto politico, la lista di indirizzi. Mi sembrava di avere un punto di vista particolare sul personaggio e sulle cose che erano successe negli ultimi tempi”. Comunque ora, dopo questa lunga serie di citazioni e rimandi arriviamo al dunque. Perché Alessandro D’Amato sente la necessità di raccontarci tutto il giorno di Ferragosto? E perché lo fa in maniera così contorta e confusa, con citazioni ambigue (“Il silenzio degli ‘innocenti’”)? E perché proprio sul più bello smette di ricordare i dettagli (come il nome di una persona cruciale nel suo racconto, la collaboratrice di Ranucci)?