È una constatazione. Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, in risposta a Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala intervenuti sul Foglio sostenendo che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, scrive: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. Poi ride da solo.
Un’altra constatazione è che Travaglio è quelli come lui (tipo Ranucci) erano in prima fila per il No al Referendum sulla giustizia, “dalla parte dei magistrati”. Forse dei magistrati che nel corso della loro carriera isolarono e sbeffeggiarono Falcone, accusandolo tra l’altro di “tradimento” proprio per essere andato a Roma nel ’91, durante il governo Andreotti?
Di certo è un caso che Falcone fosse a favore della separazione delle carriere e Travaglio no. Certo…
Per fortuna ci ha pensato la sorella Maria Falcone a rispondere al Direttore: “Una frase indegna”. E aggiunge che è “doloroso” l’uso che si fa del nome del fratello per una polemichetta (perché, capiamoci bene, di questo parliamo).
È la seconda volta che si nomina in modo improprio il giudice ucciso da Cosa Nostra, sostanzialmente infangandone la memoria. La prima, originariamente, con Ranucci che si paragona ai morti nelle stragi, lui che l’attentato se l’è preso da un amico, un attentato a salve in un certo senso, e per fortuna. La seconda con Travaglio che risponde a un pezzo che rispondeva a Ranucci. Solo che, a differenza dei versi della nota canzone di Branduardi, Travaglio non è l’acqua che spegne il fuoco, ma il piede che pesta il merdone.
Buon per lui, che di questa pratica sta evidentemente diventando, a forza di sperimentarla, un vero estimatore.