Venerdì 14 Jason Arday è stato dichiarato morto. Aveva 41 anni. Pochi giorni prima di era dimesso da professore a Cambridge, dopo svariate accuse contro di lui.
Mentre le inchieste contro di lui erano diventate per alcuni uno strumento di critica contro l’ideologia dell’inclusività a ogni costo (anche al costo del merito), la sua morte è stata strumentalizzata per criticare l’accanimento online. Io ero tra i primi…
Ma davvero siamo tutti colpevoli per la sua morte? La risposta è semplice. Ovviamente NO.
È folle il modo in cui viene raccontata la storia di Arday, vittima dell’accanimento giornalistico. I difensori di Arday se la stanno prendendo in modo sconclusionato con i giornali per aver pubblicato 188 articoli in 9 giorni, 249 in 22 giorni (fonte: Uk Fact Check Politics). Arday si sarebbe suicidato per la pressione mediatica. E tutto questo solo per una accusa di plagio.
Dicono che la colpa è di un filosofo razzista, ex ricercatore a Cambridge (Nathan Cofnas), perché sarebbe stato il primo a parlare di Arday. Quindi le inchieste su di lui sarebbe frutto di razzismo? Ma le ricerche e le domande su Arday le hanno fatte tutti, compresi giornali progressisti e assolutamente non razzisti come il Guardian (19 articoli). Persino la Bbc ne ha parlato!
Non c'è stata nessuna caccia alle streghe. E no, i giornali non si sono “accaniti” per una semplice accusa di plagio (che è comunque una cosa gravissima). Arday era accusato di aver falsato e manipolato la sua biografia per sembrare più vittima e più samaritano di quanto non fosse.
30 maratone per beneficenza in 35 giorni (12 delle quali con una gamba mezza rotta), la diagnosi di autismo a pochi anni, l’incapacità di parlare fino agli 11, l’aver imparato a leggere solo a 18 anni. Poi la scalata accademica, nonostante un curriculum abbastanza modesto, con pubblicazioni piene di errori grammaticali e un cursus honorum non all’altezza.
Non solo. Nel 2025 un giornalista di Times Higher Education aveva inviato un report a Cambridge con tutte le incongruenze su Arday, e il professore aveva sguinzagliato contro un giornalista di una rivista di settore gli avvocati, accusandolo di intimidazione.
Stesso modus operandi di questi mesi, quando ha risposto alle accuse sostenendo di aver ricevuto minacce tra cui: un proiettile (nessuna prova), una sostanza corrosiva (nessuna prova), una banana (nessuna prova) e persino una testa di maiale (nessuna prova), in spregio alla fede islamica dei suoi genitori.
Allora no, Arday non è stato perseguitato perché nero, neurodivergente o per invidia, ma perché è stato il simbolo di quella cultura del piagnisteo (Robert Hughes) e della vittima (Pascal Bruckner), figlia degli studi intersezionali, la grande giostra delle sfighe che diventano arma politica per abbattere “l’Occidente cattivo”.
Arday ha creato un’immagine di sé stratificata eppure banale, basata sull’idea che sommando varie vicende commoventi, in cui lui era o la vittima (il ragazzo che non sapeva né leggere né scrivere) o l’eroe (l’uomo che correva più e meglio dei migliori atleti al mondo per fare beneficenza) si potesse fare strada. Questa è l’accusa sottesa alle indagini di giornali seri.
Lui non ha retto, ha ceduto. Prima di tutte le verifiche, prima di poter anche rispondere di tutto questo. L’attenzione verso di lui era proporzionata? Come lo si stabilisce nell’epoca del giornalismo online, dove migliaia di testate pubblicano decine di migliaia di articoli ogni giorno? Arday aveva raggiunto la vetta della sua carriera e più in alto si sale più metri si fanno cadendo.
È morto, e non doveva morire. Ma la colpa non è di chi ha puntato i fari su una presunta favola ideata per impietosire e costruirsi un’identità in un settore che evidentemente ha un debole per queste storie (Arday non insegnava fisica, ma sociologia dell’educazione e studi sulla decolonizzazione, il razzismo e il privilegio de bianchi). Il responsabile, per le sue bugie e per la sua morte, è uno solo.