La proprietà privata non è un furto, né può essere abolita quando c’è di mezzo la Torre medievale di Chia, che Pier Paolo Pasolini ebbe modo di acquistare, regolarmente, sul finire degli anni Sessanta, gli stessi luoghi dove sono state girate alcune scene del suo “Vangelo secondo Matteo”. Il torrente Castello, proprio lì, a Chia, frazione di Soriano nel Cimino, terre di Tuscia, scelto dal regista per rappresentare il fiume Giordano, la sequenza del battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Accade invece che, sia detto con semplicità estrema, il suo ultimo acquirente, dunque proprietario, l’attore Gabriele Gallinari, per paradosso incomprensibile, si trovi minacciato di sfratto esecutivo, sebbene si tratti, appunto, di un bene, come già detto, in suo possesso ricevuto su regolare atto d’acquisto dagli eredi del poeta assassinato il 2 di novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia… Ora provo a chiamare Ninetto Davoli, rammento infatti di avere letto che Pasolini, proprio a Chia, nella “sua” Torre, avrebbe voluto trascorrere i giorni della vecchiaia, condividendo il luogo proprio con Ninetto e i suoi familiari. Per disdetta degli ultimi momenti, Ninetto si trova adesso dal dentista: “… Fulvio, non ti posso parlare in questo istante, sto con il trapano, ti richiamo…”. In attesa di ritrovare il racconto, la voce, le parole esatte di Ninetto, richiamo a quel punto Gabriele Gallinari. Che fare? L’intento è di metterlo in contatto, prima che sia troppo tardi - la data dello sfratto segna infatti il prossimo, imminente 7 ottobre, pochi giorni appena – con Alessandro Giuli, un amico, ma anche, pensandoci bene, l’attuale ministro della Cultura. L’ho già detto che occorre far presto? Spiego così a Gabriele di stilare, buttare giù, poche righe affinché Alessandro comprenda il nodo del problema.
Eccole: “Caro Ministro Giuli, sono felice di potermi rivolgere a Lei grazie all’aiuto del comune amico Fulvio, per sottoporLe questa vicenda che riguarda non soltanto la mia abitazione, ma un luogo di straordinario valore culturale e simbolico: l’ultima casa e lo studio di Pier Paolo Pasolini, dove furono scritti ‘Petrolio’ e molte delle ‘Lettere luterane’. Il complesso era stato sottoposto al vincolo del Ministero dei Beni Culturali e lo Stato aveva rinunciato all’esercizio della prelazione. Per salvarlo dal degrado ho deciso di acquistarlo regolarmente dagli eredi di Pasolini, dopo aver ottenuto la certificazione del Comune che escludeva la presenza di usi civici e altri gravami e l’ho restaurato per quattro anni sotto la guida della Soprintendenza. Per fare tutto questo ho venduto la mia abitazione di Roma, la mia prima casa. Ho subito stipulato una convenzione con il Comune di Soriano per riaprire il sito al pubblico con le medesime modalità con cui lo facevano gli eredi, ho accolto con entusiasmo la manifestazione di interesse dell’Istituto ministeriale Ville Monumentali della Tuscia e ho intensificato le visite e le attività culturali a titolo gratuito. Un Ente agrario privato (circa 120 iscritti) che gestisce il bosco demaniale circostante la proprietà, dopo 200 anni ha rivendicato l’esistenza di un uso civico. Ha quindi agito in giudizio nei miei confronti, sostenendo che persino Pasolini fosse stato abusivo a casa sua, e chiedendo l’esproprio del bene a titolo gratuito. Nel frattempo però, lo stesso Ente utilizza arbitrariamente il nome e l’immagine di Pasolini, così come quella della Torre, come principale richiamo turistico dell’area circostante abusivamente trasformata in un parco a tema a pagamento dedicato proprio a Pasolini.
Nel corso del processo, il Giudice di primo grado ha nominato un proprio tecnico di fiducia, il quale ha escluso la presenza di usi civici e ha confermato la natura privata della mia proprietà. Il Giudice, tuttavia, si è discostato totalmente dalle conclusioni del tecnico da lui stesso nominato, senza motivarne il perché. Mentre l’iter giudiziario è ancora in corso, con appello pendente, la Regione Lazio ha avviato la procedura di esproprio. Mi sono stati concessi 30 giorni per lasciare la mia prima casa, senza alcun indennizzo. Non solo: è stato addirittura stabilito che sia io a dover pagare un indennizzo, come se avessi “occupato” un bene che ho acquistato regolarmente. Un esproprio senza indennizzo sulla base di una sentenza non passata in giudicato. Un esproprio incostituzionale. A sostegno della causa ho lanciato una petizione sottoscritta da oltre quattromila persone, tra cui importanti esponenti della cultura e del cinema italiano, come Dacia Maraini, Marco Tullio Giordana, Liliana Cavani, Ascanio Celestini, Marco Risi, Dante Ferretti… Alcuni di loro hanno condiviso con Pasolini parte del suo percorso umano e artistico e hanno frequentato personalmente questa casa. Oggi sono fortemente a rischio non soltanto il futuro della mia proprietà - diritto tutelato dalla nostra Costituzione - e l’affidamento che ho fatto nelle Istituzioni, ma anche la conservazione della Torre e la possibilità che essa continui a essere accessibile al pubblico. Come ha scritto Graziella Chiarcossi, cugina ed erede di Pasolini, che per cinquant’anni ha custodito questo luogo, la Torre rischia oggi di essere ‘consegnata in mani sbagliate’ e di essere esposta allo sfruttamento commerciale e al turismo di massa. Non Le chiedo ovviamente di prendere posizione sulla controversia giudiziaria, ma di valutare se sia possibile esercitare, anche attraverso il Suo ruolo - anche a livello locale - ogni iniziativa istituzionale utile a scongiurare una situazione che rischia di compromettere definitivamente la conservazione e la fruizione pubblica di questo luogo così importante per la memoria culturale del nostro Paese. Con i migliori saluti, Gabriele Gallinari”.
Sono felice d’essermi imposto gli alamari di “ufficiale di collegamento” con le istituzioni, in questo caso nella persona di un amico, Alessandro Giuli. Auguro a Gabriele, e forse anche a me stesso, che questa paradossale vicenda giunga a soluzione, così che Gabriele Gallinari non si ritrovi costretto a subire il più crudele dei paradossi, un esproprio che molto racconta di un costuma provinciale, un palese arbitrio che mette in discussione il concetto stesso di inviolabile proprietà privata, sebbene in questa storia appaia del tutto ininfluente citare il socialismo utopistico, se non proprio anarchico, di Pierre-Joseph Proudhon, che reputava appunto la proprietà privata stessa “un furto legalizzato dallo Stato”. Cosa so con esattezza della Torre di Chia, quali suggestioni in mio possesso? Comincio con ordine, rassettando i pensieri che mi restituiscono un Pasolini ancora fra noi, i giorni in cui usciva nelle sale il “Decameron”, rammento un trafiletto dove si narrava che alcuni frati avevano ritenuta l’opera tratta da Boccaccio decisamente “offensiva”, se non addirittura “blasfema”; la risposta di Pasolini tagliava tuttavia, con garbo, la testa al toro d’ogni equivoco, lo scrittore spiegava infatti di ritenere la vita monastica come una scelta che coincideva con il suo sentire poetico, e, se credo di ricordare bene, la Torre di Chia, la sua torre, da intuire come luogo ideale, non meno elegiacamente proprio, da immaginare residenza ultima del suo stesso destino futuro.
C’era poi alcune foto, ultimative, pronte a raccontare gli ultimi suoi giorni d’esistenza, scattate da Dino Pedriali: mostrano Pasolini nel corpo aggiunto alla Torre, intento a disegnare con un carboncino o forse con pastelli a cera, un ritratto del suo maestro di predilezioni pittoriche Roberto Loghi… Dove sarà adesso quello schizzo… E ancora, le pose che mostrano Pier Paolo nudo, in controluce, quasi che Pedriali lo stia ritraendo segretamente, forte di una complicità intima e programmaticamente “scandalosa”, se è vero che quegli scatti, segnati da una luce serale lattiginosa, così è stato detto, erano destinati, in forma di appendice visiva, alle pagine terminali di “Petrolio”, il suo romanzo destinato a uscire postumo, un romanzo che ha l’andamento di un “verbale”, sì, quasi un brogliaccio, un’opera letteraria che addirittura avvicina PPP alle tecniche delle neo-avanguardie, un paradosso che teniamo a mente che i critici del Gruppo 63, sperimentalisti letterari dei giorni del boom economico, lo avevano definito, insieme ad altri autori suoi coevi, “Liale degli anni Sessanta”.
Cercando nella sterminata bibliografia filmica pasoliniana un qualcosa che possa restituire infine il paradosso di una vicenda che mostra Gabriele Gallinari parte lesa, ritrovo una scena di “Uccellacci e uccellini”: un cartello reca la scritta “Proprietà privata”, le note di regia suggeriscono che “per un fazzoletto di terra è scoppiata la guerra”, in campo lungo appaiono Totò e lo stesso Ninetto, corrono a perdifiato sotto i colpi di chi cerca di abbatterli con un fucile da caccia da un abbaino… In attesa che Ninetto lasci lo studio del dentista, provo a immaginare un lieto fine per questa nostra storia, per Gabriele, per la memoria stessa di Pasolini e dei luoghi che custodiscono ancora adesso l’irripetibilità della sua poesia in forma di rosa. E anche di torre, in questo caso. “Pronto, Ninetto, allora, dimmi un po’, com’era la storia che Pier Paolo avrebbe voluto trasferirsi insieme a te e alla tua famiglia laggiù a Chia?”