Poche cose al mondo, proprio così scrivevo anni fa, temo sappiano raccontare l'Italia, le umane attese sentimentali, allo stesso modo di “Uomini e donne”, capolavoro, summa mediatica di Maria De Filippi, dating show pomeridiano amministrato, con interessato distacco, postura da attesa d'aliscafo su un gradino provvidenziale, Canale 5, fascia determinante per un pubblico sinceramente, spietatamente pop; remake d'antico rotocalco, in questo caso animato, inattaccabile dagli arcieri d'ogni possibile Intelligenza artificiale nel frattempo sopraggiunta. Neo-neo-neo-post-post-realismo. La una nuova stagione da lunedì 21 settembre.
Ritroveremo Maria De Filippi, intatta nel suo trono informale per la trentesima edizione; la prima puntata risale infatti al 16 settembre 1996.
Il nome della nuova opinionista, giunta ad affiancarsi a Tina Cipollari, risponde al lucidalabbra di Alessandra Mussolini, già vincitrice dell'ultima edizione del Grande Fratello Vip, forte di un'onorificenza mediatico-spettacolare che, a ben riflettere, equivale a un titolo di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone, comprensivo in questo caso di Biscione, sicuro supplemento araldico. Voci di dentro assicurano che Alessandra M. dopo essersi “giocato molto bene l'opportunità che le era stata offerta all'interno della casa più spiata d'Italia. Sarà interessante a questo punto capire come si inserirà la nuova opinionista nei meccanismi già largamente rodati nel corso degli anni fra Gianni Sperti e Tina Cipollari”.
Già, avevo rimosso la non meno apicale presenza di Gianni Sperti, ballerino infine consegnato ai servizi sedentari, barba modellata come pochi al mondo, dunque il furiere del format.
Chi ha ordito la presenza di Alessandra M. non ha timore che la cifra di quest'ultima possa oscurare “i veri protagonisti, ovvero dame, cavalieri, tronisti, troniste, corteggiatori e corteggiatrici”. I primi nomi lasciati baluginare, destinati al “trono”, Giovanni Grazioso, già protagonista di “Temptation Island”, e Giorgia, che così presenta le proprie credenziali: “Ho 25 anni e sono nata a Roma, sono laureata in Psicologia alla triennale e attualmente sto conseguendo la laurea magistrale in Psicologia clinica. Ho iniziato a lavorare quando avevo solo 15 anni, la mia vita non è stata affatto semplice. I miei genitori si sono separati quando io avevo 13 anni, mia sorella più grande 15 e quella più piccola 8. Qualche mese dopo la separazione di miei genitori scopriamo che mio padre aveva contratto il Parkinson giovanile, all'epoca aveva solo 50 anni. In questi ultimi anni si è aggravato molto e lì per me è stato veramente tosto. Cerco di fargli vivere dei momenti di allegria, nonostante la sua vita non sia affatto allegra o semplice. Per quello che posso cerco di rendergli le giornate migliori portandolo a fare una passeggiata o magari mangiando insieme un gelato”.
Lo scrittore Goffredo Parise, commentando le foto del barone Von Gloeden, aristocratico omosessuale giunto nel Teatro del Sole dalla terra germanica sul finire dell'800, che amava ritrarre, possibilmente nudi, i ragazzi di Taormina, trasfigurandoli in divinità d'arcadia ellenica, provò a ravvisare in quei volti i progenitori dei nostri attuali contemporanei, destinati a diventare chi assessore, chi carabiniere, chi forse, inutile mettere limiti al bisogno onirico-occupazionale, perfino tronisti, creature pronte a comporre il walhalla feriale di “Uomini e donne”, perché no? I pronipoti dei fauni ritratti dal barone si sono forse spettacolarmente reincarnati negli studi in fondo a via Tiburtina, pochi passi dalla contea di Guidonia, dove appunto Maria De Filippi li rende “tronisti” o “troniste”, ancora meglio se “Over”, spettacolo dedicato agli ultraquarantenni e perfino più su; i protagonisti di “Uomini e donne” sono infatti lo spietato terminale antropologico dell'“orgogliosa razza italica”, i nostri parenti, i nostri vicini, i nostri cognati, i nostri zii e zie, talvolta perfino noi stessi, i volti “lavorati” dai nostri cugini che, metti, hanno scelto di diventare parrucchieri e visagisti, non certo dedicarsi alla lettura dei menzionati implicitamente “Sillabari” di Parise, e ancor meno del Pasolini dell'omologazione culturale.
Anch'io, da anni, confesso di sognarmi lì, seduto tra i “corteggiatori”, il nome — “Fulvio” — appuntato sul petto insieme a un bocciolo di rosa, immobile, e mai chiamato davvero in causa dalla De Filippi, giusto un primo piano sfuggente di tanto in tanto, suggerito ai cameramen dalla regia complice. Finalmente testimone vivente incarnato nel carosello sentimentale nazionale; e molti, da casa, a domandarsi se davvero, quel “Fulvio”, cinto dal bocciolo di rosa, è davvero, “… sì, quello, come si chiama di cognome? Quello che ha inventato la parola amichettismo, sì, dai, come cazzo fa di cognome, 'sto scemo?”, un qualcosa che crei un piccolo mistero, come quando, era il 1967, Ugo Tognazzi compariva in veste di ballerino di fila in una trasmissione intitolata “Il tappabuchi”, e anche allora, nell'Italia in bianco e nero in attesa di un miracolo “Cibachrome”, tutti a chiedersi se fosse davvero lui.
Di Alessandra Mussolini, proteiforme regina e insieme ancella di sé stessa, cognome dall'immenso peso specifico iconico e memoriale, portatrice sana in tempi recenti di parole limpide e soprattutto determinate in difesa delle libertà sessuali, pronta a figurare, magari in forma di polena vivente arcobaleno, sui sound system semoventi d'ogni Pride a venire; il suo brano “Tokio Fantasy”, perché no, diffuso a palla in versione remixata techno, immaginiamo già le prove d'autore che saprà consegnare nel dominio di “Uomini e donne”. Così nella certezza d'essere italicamente bifronte: un ircocervo vivente, in grado, per grazia d'anagrafe, di riassumere ora il DNA implicitamente littorio ora la discendenza attoriale con zia Sophia Loren: due fustini di identità compresi in un'unica confezione regalo. Se è concesso un inciso rispetto alla presunta omofobia del fascio, raccontava Giò Stajano, già contessa Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico, nipote di Achille Starace, orgogliosamente transessuale in tempi di fotoromanzi siglati “Bolero Film”, la risposta che Mussolini dette al capo della polizia Arturo Bocchini sul bisogno di inasprire le pene per gli “invertiti”, come usava dire allora: “In Italia non ci sono omosessuali!”
Ignoriamo se Alessandra Mussolini sia mai venuta a conoscenza di queste parole, destinate alla rimozione del “problema”, attribuite proprio a nonno duce, lo stesso che Carlo Emilio Gadda, in “Eros e Priapo”, cataloga come “il Culone in cavallo, il Primo Maresciallo del Cacchio, il Mascelluto, il Gaglioffo ipocalcico, il Fava, il Maccherone Ingrognato…”.
Osservata nel presente, l'ormai “elastica” Alessandra Mussolini, a dispetto d'ogni stigma trascorso — “Meglio fascista che frocio!” rivolto, era il 2006, alla collega deputata Vladimir Luxuria durante una puntata di “Porta a Porta”, in attesa della consacrazione extrapolitica definitiva, c'era stato comunque modo di apprezzarla scenograficamente nelle foto apparse su “Chi” con abbigliamento da falena arcobaleno a sostegno del DDL Zan.
Il sogno finale, almeno agli occhi di alcuni, vederla, appunto, trasfigurata in sirena sul carro festante del Circolo “Mario Mieli”, consacrato all'autore de “La Traviata Norma ovvero: vaffanculo... ebbene sì!”. Cui Alessandra potrà opporre il costo record del suo disco, il già citato “Tokio Fantasy” del 1982, interpretato da lei addirittura in lingua nipponica.
In attesa dei tronisti e delle troniste a venire, restano le suggestioni che il format da sempre mi consegna: maschio e femmina medi, curati nei dettagli fin dalla barba, metti, pronti, lui, lei, l'altro, l'altra e ogni altro ancora, a rendere l'idea di una “romantica” assemblea condominiale: incontrarsi, studiarsi, scrutarsi, piacersi, blandirsi, scazzare, mettere il muso, sentirsi talvolta un ca*** e un barattolo, come usa dire nell'Urbe. Così nel gioco dell'Oca e dell'Oco del corteggiamento davanti alle telecamere, e ancora precipitare giù dallo scivolo del vero o presunto “fascino” maschile o femminile, dove questa parola, un tempo magica, si carica di doverosa lucente banalità. Lo Stivale dei maschi e delle femmine italici che, come la foresta di Macbeth, si muove prodigiosamente per mostrarsi e finalmente accedere — direbbero i Matia Bazar — a un'ora d'amore.
Chi scrive, vanta una ipnotica frequentazione di “Uomini e donne”, fin da quando lì a brillare accanto a Tina c'era modo di scorgere “la signora Claudia” (Montanarini), sorta di Catherine Deneuve tra Vigna Stelluti e Vigna Clara, luoghi assoluti della topografia capitolina Nord, dove quest'ultima ambiva alla mano di Roberto, che, a sua volta, offriva alla dama un anello con “brillocco”. Non se ne fece nulla, così, tempo dopo, giunse tale Benny, cioè Benedetto, palermitano, ballerino convinto, passi da scimmia di Villa d'Orléans; Benny addirittura rilanciava portando in dote un appartamento, apprezzabili le immagini di sfondo del “villino” di città che il cavaliere sicano offriva alla fortunata, Benny non giovanissimo, alla frase: “Sarebbe bello avere anche dei figli”, con strascico d'accento da impiegato di concetto dell'Enasarco, tuttavia chiosò: “Questo mi pare un po' difficile”.
Soffermarsi sulle prime, le seconde e le terze file di chi è giunto in studio per corteggiare o magari essere corteggiato, notato, conquistare un tozzo di attenzione, un miracolo per maschi e femmine talvolta non più freschi, esponenti tutti di un'Italia da libretto della pensione nel cassetto del comodino, la mobilia di fòrmica in cucina a fare da fondale. Ora agenzia matrimoniale ora eco delle canzoni di Charles Aznavour reinterpretate da Achille Lauro.
Penso che il vero capolavoro della televisione di Silvio Berlusconi sia proprio Uomini e donne, chissà se è Maria De Filippi ne è cosciente, non “Amici” o “C'è posta per te”, non “Stranamore”, non “Drive In” o “Striscia”. Certi giorni, muovendo da quel format torna in mente un collega di mio padre, i capelli lunghi fin sulle spalle, Porsche, maglione modello “Coppa Davis” annodato sopra la giacca, immagino proprio lui tra i partecipanti, improbabile eppure corteggiato, intuisco che a un certo punto inviti a ballare Gemma, che in una foto d'anni fa si accompagnava a Walter Chiari, insieme allo stadio o magari all'ippodromo, già, più uno scatto da ippodromo, o chi per lei… Il fascino del brizzolato, un frasario sentimentale povero e tuttavia che conquista, “…lo sai che sei tanto bella!”, “…come sei romantico”, e poi, “…balliamo? Sì, balliamo”, le mani di lei sul collo o la nuca di lui, “la tua giacca sul mio viso…”.
Mi domando se, amore a parte, la presenza di Alessandra Mussolini solleciterà ai tronisti tutti altri pensieri, che so, metti, su Vannacci che dice “Me ne frego” a chi dovesse obiettargli nostalgie autoritarie, magari decisamente da omaggio alle Brigate Nere, ma invece che attimo struggente che tutto travolge, dalla memoria di Piazzale Loreto all'ultimo selfie di Belen, quando la regia fa arrivare il brano, metti, di Biagio Antonacci per ancora abbracciarsi, e solo in due, lui e lei ancora, restano seduti, come alle feste da ragazzi, quando nessuno ti invitava a ballare.