Sugli scaffali della mia libreria, immagino assai presto un nuovo titolo pronto a prendere il posto accanto alle “Lettere dei condannati a morte della resistenza europea”, alle lettere dal carcere di Antonio Gramsci, alla corrispondenza amorosa che Franz Kafka inviava a Milena, alle lettere drammatiche della poetessa Silvia Plath, alle lettere mistiche della non meno poetessa e traduttrice di Simone Weil, Cristina Campo, per l’amica Mita, all’epistolario di Albert Camus indirizzato a un’attrice non meno amata, Maria Casarès. A tutto questo si aggiungeranno presto le lettere di Valter Lavitola, spedite da quest’ultimo dal Nuovo complesso della Casa Circondariale romana di Rebibbia, lo stesso luogo restituito in versi da Pier Paolo Pasolini: “Ah, giorni di Rebibbia, che io credevo persi in una luce di necessità, e che ora so così liberi!” La mia persona risulta infatti tra i possibili destinatari di un’imminente missiva di Valter. Se le cose stanno così, ricordando il citato Gramsci, torna in mente che Mario Schifano, molti anni addietro, mi fece dono di un ritratto multiplo del fondatore de “L’Ordine Nuovo”, raffigurato infine, quasi in dissolvenza incrociata, sulla facciata del carcere di Turi, dove proprio questi si trovò ristretto durante gli anni della dittatura fascista. Ah, se solo fosse ancora vivo Schifano, lo pregherei, in nome della nostra amicizia, di replicare l’opera, sostituendo però il volto di Gramsci con la faccia sorridente del mio amico Valter. Leggendo infatti un articolo di Giacomo Amadori, apparso su “Libero” giorni fa, scopro appunto che Valter racconta espressamente di cercare la mia mail per restituirmi, suppongo, l’immagine dei suoi attuali giorni segnati dalla triste restrizione carceraria.
Restando invece alle carte che cantano, dunque alle suggestioni apparse finora su “Libero”, c’è subito modo di intuire “le discese ardite e le risalite” dell’ambizioso Lavitola, pronto a fare ritorno alla ribalta dei suggeritori, ricco e spietato, come già il Conte di Montecristo. A proposito: questa citazione tratta dal prontuario sentimentale firmato Mogol-Battisti appena consegnata al mio racconto, si sappia apparve perfino sul primo comunicato delle Brigate Rosse nei giorni, era il 1978, del rapimento di Aldo Moro, un documento assai presumibilmente concepito in combutta con chi, tra i loro compagni, si trovava già in carcere. Scorrere le sei lettere inviate da Valter ai suoi destinatari consente di penetrare e forse anche comprendere “il saliscendi emotivo che tormenta dal 10 agosto il faccendiere, incarcerato per aver organizzato l’attentato contro Sigfrido Ranucci”, così almeno assicura testualmente Amadori. Chi può dirlo però con esattezza? Si accenna infatti a una persona, Lavitola stesso, che si riteneva assai potente, perfino convinto d’essere capace di selezionare il futuro invincibile presidente del Consiglio, Sigfrido Ranucci nelle sue intenzioni, nel suo sogno narcisistico, così dopo essere stato vicino a Silvio Berlusconi e Bettino Craxi. Accade però che, abbandonato dalla compagna di vita, vive la pratica e banale necessità di avere del cibo, posto che le pietanze offerte dalle cucine carcerarie di Stato lascerebbero notevolmente a desiderare sul piano del sapore e della qualità. In una missiva inviata il 26 agosto al fidato Carmine, suo ottimo dipendente che ha in gestione la pescheria del “Cefalù bistro”, Valter nostro si ritrova umanamente costretto a una riflessione gastroenterologica, lamentando che il pesce che gli è stato recapitato a Rebibbia lasciava altrettanto a desiderare: “Lo sgombro che hai inviato ha fatto stare noi quattro compagni di cella in bagno tutto il giorno. State attenti con i clienti”. Portando un istante dopo il discorso sulla reputazione del locale in sua assenza, così ancora Lavitola interroga Carmine: “Dimmi se state lavorando. Cosa dice la gente? Riuscite a pagare le spese? Ci sono nuovi problemi? Vorrei solo sapere se la clientela ci ha abbandonato, è necessario per individuare soluzioni efficaci”.
“Cefalù Bistro”, si conosca anche questo dettaglio, nell’impropriamente ritenuto “radical chic” quartiere romano di Monteverde Vecchio, rappresenta plasticamente il fulcro residenziale di ciò che fin dall’inizio ho definito come autentica “commedia all’italiana” con innesti narrativi tra “Tolo Tolo” di Checco Zalone e “Il sorpasso”, assodato che Valter mostra spunti attitudinali presi in prestito da Bruno Cortona-Vittorio Gassman. Se non, citando opportunamente Carlo Emilio Gadda, un andamento che ci consente di definire l’intero caso che lo vede protagonista al fianco dell’evocato Ranucci, quest’ultimo parte lesa, sia chiaro, nell’intera storia: “Quer pasticciaccio brutto de viale de’ Quattro Venti”, giusto per indicare l’epicentro antropologico dell’intero “affaire”. Poco oltre, Valter, nelle stesse lettere, dopo essersi soffermato sullo stato d’animo dei suoi figli ancora in tenera età, chiamandoli ora “cuccioli” ora “puzzoli”, domanda se il muro del giardino di casa, che dalle alture di Monteverde s’affaccia direttamente su viale Trastevere, già viale del Re, è stato sistemato; il quartiere di Monteverde, si sappia, talvolta è orograficamente soggetto a frane e smottamenti, sorgendo su un terreno che nasconde al suo interno ogni genere di cavità talvolta perfino inesplorate. Nello stesso giardino, Valter Lavitola si era altrettanto assicurato che, tra le prime opere necessarie, fosse realizzato un recinto per il pregiato cane da caccia che prevedeva di far lì risiedere con opportuno agio cinofilo. Le foto mostrate in anteprima al Tg1 e infine riprese da ogni organo di stampa e altrettanto dall’imperdibile “Dagospia” di Roberto D’Agostino, d’altronde hanno iconicamente restituito un Lavitola cacciatore addirittura di leoni ed elefanti, scatti che lo presentano in appuntabile tenuta da caccia suggerendo un’ulteriore citazione cinematografica, cioè “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa?”, tra le migliori prove di Ettore Scola, a proposito della call con i capi-tribù africani che avrebbero dovuto fornirgli lumi sull’agognata impresa del carbon credit. La necessità far sistemare il muro di contenimento del giardino a rischio frana è tuttavia tra le primarie preoccupazioni paterne di Valter: “Se ritieni che per i bambini sia un bene”. La vita in carcere riporta al centro di tutto ora e sempre la questione del cibo e il modo di procurarsi il necessario sostentamento alimentare: “Nessuno crede che non abbia soldi. Mi aiutano gli altri detenuti, ma mi rendo conto che dubitano tutti che sia vero. Sono arrivato con 400 euro. Tutti hanno il cibo da casa”.
Lavitola elenca poi i problemi che devono affrontare i residenti forzati di Rebibbia: “Il caldo rende i materassi di gommapiuma roventi. Ho battuto involontariamente l'occhio destro in uno sportello e adesso mi sembra di vedere dei moscerini, ma il reparto ospedaliero è insostenibile. Siamo in una cella grande come una stanza del b&b”. Restando in tema di epistolari, appare opportuno riportare ciò che Kafka confessava all’amataMilena Jesenská, giornalista, scrittrice e traduttrice, intellettuale, già militante comunista fino al suo rifiuto dello stalinismo, arrestata a Praga all’arrivo dei tedeschi e deportata nel campo di concentramento femminile di Ravesnbrück, dove morirà nel 1944. Ecco le parole di Franz per lei: “Ero convinto che non mi avresti scritto più, ma non ne ero né stupito né triste. Non triste perché al di là d'ogni tristezza mi pareva necessario e perché probabilmente non ci sono in tutto il mondo pesi sufficienti per sollevare il mio povero piccolo peso”. Escludendo Cristina Campo, che nelle parole indirizzate all’amica Mita trova soltanto considerazioni sulla Purezza e l’Assoluto, ho provato a cercare in Gramsci nei suoi giorni trascorsi nella cella del carcere di Turi qualcosa che rimandasse all’umano tema del cibo, trovando un passaggio del 24 settembre 1928, che appare in consonanza con i timori intestinali manifestati da Valter: “Il vitto consiste in ciò: 300 grammi di pane, 700 grammi di latte, circa 200 grammi di pasta al burro e 2 uova crude. Questo sarebbe un vitto d'infermeria, che mi viene dato perché non posso mangiare carne, né la ministra col pomodoro. Digerisco male anche questo cibo, che pure è tanto leggero”. Cercando però una conclusione, una morale tra l’esistenziale e il letterario, una semplice e immediata risposta al nostro “pasticciaccio” chissà che non possa andar bene il titolo di un’opera in versi di Jana Černá, proprio lei, figlia di Milena amata da Kafka, Jana che, a sua volta, conoscerà l’esperienza carceraria per non avere ottemperato ai doveri materni, versi che così pronunciano: “In culo oggi no”.