C’è un libro molto famoso di Robin Norwood che si intitola Donne che amano troppo, lo lessi quando frequentavo le medie; in una domenica soleggiata e noiosa che trascorrevo a casa di mia zia, lontana dalla città. Il titolo mi colpì immediatamente e allora iniziai a sfogliarlo incuriosita. In effetti, è il titolo perfetto da vendere alle donne: quale donna non ha mai creduto di amare troppo? È la prima cosa che mi viene in mente quando leggo il titolo del nuovo album di Paola Turci: Amore a dismisura, in uscita il 2 ottobre. “Troppo amore, ma che significa? L’amore deve essere centrale, può arrivare a un confine ma non può assolutamente oltrepassarlo, altrimenti diventa un’altra cosa. E in questo disco ci sono dei confini. Perché il nostro Paese continua a parlare di amore quando è tutto il contrario?”. Questo è ciò che risponde Paola; l’abbiamo incontrata alla presentazione del disco alla BMG di Milano. Il titolo già parla da sé: Amore a dismisura. Ma “amare a dismisura” vuol dire amare troppo e quindi varcare quella famosa linea che sfocia nel “tossico”? Eppure dire che l’amore fa male è un ossimoro, come fa notare giustamente l’artista: l’amore non può fare male. Eppure quante volte i giornali titolano: "L'ha uccisa perché la amava troppo"? Ce lo ricorda la stessa Paola con una punta di disappunto nella voce.
Una copertina essenziale quella del disco; se ci penso, lontana da quel "troppo": lei in bianco e nero e la scritta del titolo dell’album in rosso. Paola ci spiega che non voleva vedersi con dei connotati articifiosi, non voleva ritocchi. Un'immagine coerente con il contenuto dell'album che, come vedremo, dà la sensazione di puntare sulla sottrazione.
La reference visiva è sempre Patty Smith: “Con questa somiglianza c’ho giocato”, ci racconta. In questo lavoro, spiega, ci sono diversi riferimenti, invece, in termini musicali: a Perfect day di Lou Reed, a Battiato, a Johnny Cash. Questo è un disco - come fa notare lei - che è principalmente suonato: c’è solo un mellotron e tutti gli altri sono: archi, fiati, varie tastiere ma non elettroniche e ovviamente gli immancabili basso e batteria che sono da sempre parte del suo universo sonoro.
Dopo aver ricevuto il prestigioso Premio Tenco, Paola dichiara di volerlo dedicare proprio a quest’ultima fatica. Non è un disco autobiografico, dice, anche se “ci sono granelli di sabbia residua che escono dalle scarpe”. Un disco pieno di strumenti, ma anche di dubbi il diciassettesimo di Paola Turci. Lo abbiamo ascoltato in anteprima e immediatamente ci siamo accorti che a sette anni di distanza dall’ultimo, Viva da morire, e dopo quasi 40 anni di carriera, Paola è ancora piena di domande. E in questo disco, in particolare, si parla d’amore. Ma “amore” in questo album non è un contorno smielato o un discorso retorico: è concreto e a scandirlo è anche il rock presente nella prima traccia e non solo, come vedremo. In E va bene così si sente il rumore, il caos, quel disordine che è poi l’amore; d’altronde non si può mica pretendere di definirlo in maniera netta, precisa, ordinata. Ma è proprio lì che “oggi è uno di quei giorni in cui ritrovo la mia anima”: il titolo lo anticipa già, Paola è pronta ad accettare la mancanza di controllo e l’imprevedibilità della vita, con annesse delusioni. Questo brano grida forte una parola: perdono, verso se stessi, e quindi accettazione. E questa sarà una parola che sentiremo spesso riecheggiare scorrendo le varie canzoni, seppur non verrà mai pronunciata.
Il luogo di questo disco è Roma, tanto che in Mi manchi gli alberi sono i pini marittimi romani tra cui l’artista si perde nel ricordo di un grande amore vissuto in quella città; anche se durante la presentazione ci tiene a specificare che il brano non è tanto il racconto di un amore, ma la narrazione della presenza assente; perché forse quando si ama tutto dell'altro rimane impigliato nei luoghi che percorriamo. E “vita” non poteva che essere una parola presente in questo disco che parla d’amore. In un mercato discografico che parla di nichilismo e distruzione, ci vuole coraggio per cantare un inno alla vita e farlo nella più straordinaria ordinarietà: qui Paola Turci non ci sorprende, ci regala conferme su che tipo d’artista è. Una che non ha bisogno di stupire per forza, di fare scalpore; fa una cosa super trasgressiva: rimane fedele a se stessa. Non ha paura della noia, Paola, e “noia” è proprio la parola della terza traccia: Che noia mi fai. E, al di là della canzone, l’artista dimostra di non averne paura.
In questo disco Paola Turci si lascia scorrere come l’acqua di un fiume e si osserva senza giudizio: è questa l’impressione che si ha scorrendo le tracce. Dopo un inizio rock, Paola scandisce un tempo musicale lento, fuori dalle tendenze e dalla frenesia discografica. Turci sembra quasi voler tradire appositamente la promessa di un disco scoppiettante che fa nella prima traccia. A differenza di molte recenti opere discografiche contemporanee, in Amore a dismisura si sente l’esigenza di una scrittura che non segua le regole dell’industria. C’è solo quel bisogno antico di esprimersi cantando che Paola sembra riscoprire. Il disco è lento, ma si ascolta con piacere. È un disco parlato che celebra i fuochi lenti, la delicatezza, nonostante parli di mancanze e delusioni.
Giunti a metà disco ci siamo chiesti dove fosse questo “amore a dismisura”. Con un titolo del genere ci si aspetta un album travolgente, focoso, passionale; invece la sorpresa è scoprire che l’amore a dismisura si può cantare anche con i toni bassi e un andamento cadenzato. Soprattutto quando a cantarlo non è una ventenne, ma una donna fatta e matura che rimane aperta alle domande. Miss, anche se scritta da Bianconi, la riguarda fortemente perché Paola è molto attiva nel sociale per quanto riguarda il tema donne, consapevolezze e violenza.
Le dieci tracce del disco sembrano parte di un’unica narrazione frammentata, e infatti Paola ci conferma di averle scritte tutte insieme. Ma sono pezzi da rimettere in ordine? Anche no. Paola Turci non ha fatto un disco pensato, ha messo insieme delle tracce di sé e non lascia neanche a noi il compito di riordinarle. Sono “braccia che riaccolgono come Gesù di Michelangelo”, lo dice nell’ottava traccia con un intro e un outro in lingua araba che recita la psiconcologa pediatra conosciuta in Palestina. Paola ha vissuto sulla sua pelle il passaggio dei check point e in questo brano ci restituisce quell’immagine rumorosa e disumana. L’intro e l’outro in arabo si traducono così: “Che le nostre voci siano un grido di pace, per tutta l’umanità, per tutti i bambini e le donne che soffrono in Palestina e in tutto il mondo; che sia un abbraccio che guarisce. Veglia su di noi. Tu, che sai come abbracciare, come tua madre faceva, come nella Pietà di Michelangelo, resta vicino a noi e insieme possiamo ritrovare la speranza”. Una preghiera in un brano che ha molto da dire: “Quando ti ritroverò, tu mi riconoscerai” detto con la speranza di chi deve attraversare un lungo viaggio per ricongiungersi a chi ama. Qui Paola si chiede l’umanità dov’è finita, la pietà.
Ed ecco che arriva la penultima traccia, omonima dell’album, con un bridge che sembra un climax emotivo, ’esplosione di tutti i sentimenti cantanti nelle tracce precedenti; come se Paola li avesse cullati e accumulati per arrivare qui a buttarli via “urlando”: “La voglia, la fame, l’amore a dismisura, il freddo, la notte, il buio e la paura, il bianco del cielo, il rosso dell’amore, la noia, la sete, la sete da morire”. Qui torna il graffio nella voce di Paola Turci e le chitarre, la batteria, il rock. E proprio qui abbiamo la conferma: Amore a dismisura non è un disco che scuote, è un disco che invita a fermarsi ed ascoltare. In realtà, durante la presentazione Paola ci rivela di non aver registrato le tracce nell’ordine della tracklist e che quel bridge è nato proprio così come lo sentiamo; è quasi una versione “live”. Non ci stupisce, perché a sentirlo si ha la percezione di un canto che viene dalla pancia. La canzone che chiude l’album è la più poetica: Lo stesso errore potrebbe benissimo essere una poesia, scritta su un foglio di carta e basta. Ma Paola Turci la canta con sullo sfondo piano e violini che la impreziosiscono. “In Lo stesso errore mi chiedo perché continuo a sbagliare: perché non ho ancora finito di comprendere”; afferma lei. La traccia è collocata nel punto giusto del disco: è quella che ti fa venir voglia di riascoltarlo da capo. Perché Amore a dismisura non è un disco che comprendi al primo ascolto: richiede attenzione e analisi, probabilmente perché la stessa cura Paola l’ha usata per scriverlo.