Non c’è di che... Che frase strana. La diciamo quando qualcuno ci ringrazia, quasi a voler sminuire quello che abbiamo fatto, come se fosse niente. Ma può anche voler dire che non c’è niente di cui parlare, proprio nel momento in cui, al contrario, di cose da dirsi ce ne sarebbe parecchio. Willie Peyote con me ha sempre avuto questo problema: può parlare di politica, società, musica, gente che ci sta sul cazzo e mi trova praticamente sempre d’accordo. Ma quando si mette a parlare d’amore diventa tremendamente fastidioso, perché riesce a infilarsi con la sua voce in ogni mia relazione passata, presente e, con un po’ di sfiga, futura. Con il suo nuovo singolo, Non c’è di che, lo fa di nuovo. Solo che questa volta lascia da parte il suo consueto sarcasmo e racconta una cosa difficilissima almeno per me: come si esce da una storia d'amore senza distruggere anche quello che c’è stato di bello. Non c’è di che racconta la fine di una relazione attraverso la concretezza degli oggetti che lui sceglie di lasciare a lei: le foto dei viaggi, i vinili presi in America, l’accappatoio a scacchi, il cibo dei gatti. Piccole cose quotidiane che fino a un attimo prima appartenevano a un “noi” e che adesso devono tornare a essere semplicemente cose. Inevitabilmente penso a Marmellata #25 di Cesare Cremonini. Anche lì, dopo la fine di una storia, ci sono le cose: le scarpe, un libro, una patente, le sigarette. Ma se Cremonini si ritrova circondato dagli oggetti di chi non c’è più, Willie fa la mossa opposta: li lascia andare insieme a lei. Perché gli oggetti si possono restituire, i ricordi evidentemente no. Quel vuoto io l’ho provato. Quello strano momento in cui una cosa qualsiasi smette di essere una cosa e diventa Qualcuno, solo che io li ho tenuti quei ricordi e se li guardo ancora sanno di qualcosa che poteva essere.
Quindi cosa invidio a Guglielmo? La sua lucidità, quella serenità amara e adulta di chi sa tenersi i bei ricordi e lasciare andare tutto il resto. Sia chiaro, a nessuno fa piacere chiudere una relazione in cui ha creduto, investito, magari immaginato un futuro. Non stiamo parlando di uno a cui non frega più niente. Forse è esattamente il contrario. Quel non c’è di che suona quasi come un ultimo gesto d’amore: ti lascio al tuo futuro, anche se sarà senza di me. Tieniti le foto, i vinili e tutto il resto. Io mi tengo quello che siamo stati, senza bisogno di sporcarlo con il rancore solo perché non siamo riusciti a diventare quello che avevamo immaginato. Perché la fine di una storia dice molto di noi, soprattutto quando fa male. C’è una forma di rispetto nel non sbattere la porta, nel non trasformare un amore finito in una conta dei torti e delle ragioni. Nel riconoscere che qualcosa può essere stato importante anche se non è durato per sempre. E quella stessa lucidità amara sta anche nel modo in cui suona Non c’è di che. La produzione musicale non forza mai il dolore, non cerca il momento strappalacrime: resta pulita, trattenuta, attraversata da una malinconia nobile. E allora per me quel non c’è di che, alla fine, significa proprio questo. Non che non ci sia più niente da dire, e nemmeno che quello che c’è stato non conti più. Anzi, di che ce ne sarebbe parecchio. Solo che non tutto quello che finisce ha bisogno di un colpevole, di un’ultima parola o di una porta sbattuta. A volte basta riconoscere quello che è stato, tenersi il pezzo di strada fatto insieme e lasciare andare l’altro. Non c’è di che. Ma c’è stato. E forse è questo che conta.