“Non credo nel cinema politico, perché ogni film è generalmente politico. Il cinema apolitico è un'invenzione dei cattivi giornalisti”. Per anni ci siamo ripetuti questa frase pronunciata da Gian Maria Volonté, associandola magari a una certa idea di cinema del passato. Oggi, però, le logiche industriali e produttive del cinema, almeno di quello destinato al grande pubblico, paiono andare nella direzione opposta. Si tende a limare ogni asperità, a disinnescare ogni possibile conflitto o tema delicato, a neutralizzare qualsiasi risvolto politico, sociale o etico di ciò che arriva sul grande schermo. Eppure, ogni tanto, l'ordine degli addendi cambia. E cambia anche il risultato. È quello che è successo proprio in questi giorni, anche in Italia, con Naza, il documentario diretto da Yuval Abraham, giornalista investigativo e documentarista israeliano e Rachel Szor, regista, direttrice della fotografia e montatrice israeliana, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e capace di imporsi al botteghino durante i tre giorni di programmazione con risultati, francamente, sorprendenti. Sessantamilaquattrocentosessantasette presenze al cinema (per di più in un lunedì) sono un dato impressionante per quello che, a conti fatti, è un racconto durissimo di fatti reali che continuano ad avvenire non soltanto nella Striscia di Gaza ma anche negli altri territori palestinesi occupati. Ed ecco allora che, proprio partendo dai freddi numeri del botteghino, possiamo forse capire meglio quali siano le passioni, le inquietudini e le battaglie etiche, politiche e civili che attraversano una parte consistente del pubblico italiano.
Perché il dato più interessante non è soltanto l'incasso ma è la scelta, la scelta di migliaia di persone di entrare in una sala cinematografica per confrontarsi con un documentario che affronta una delle questioni più drammatiche e divisive del nostro tempo. Da questo punto di vista, poco importa che gli incassi complessivi della riedizione estesa di Avengers: Endgame rimangano superiori. Quella, direbbe qualcuno, è la normale legge del mercato. Rimane però un dato che Gian Maria Volonté avrebbe probabilmente definito come squisitamente politico: in un lunedì qualunque di fine settembre il film più visto in Italia è stato un documentario dedicato alla guerra a Gaza e alle conseguenze dell'occupazione israeliana raccontate dai suoi autori. Le immagini raccolte nel film, il racconto delle tecnologie militari impiegate, l'utilizzo di droni e sistemi di intelligenza artificiale e le testimonianze raccolte sul campo costruiscono un atto d'accusa che, sul grande schermo, acquista una forza ancora maggiore. E anche la decisione dei due registi di metterlo, nelle prossime settimane, disponibile gratuitamente per la visione online, è un altro segnale fortissimo: volere arrivare al maggiore numero di persone possibili, fare conoscere la “verità dei fatti” potenzialmente a tutte e a tutti noi. Se quasi sessantamila persone (scritto in lettere fa ancora più impressione) hanno deciso, in un normale giorno lavorativo, di investire tempo e denaro per conoscere una realtà tanto dura, forse qualcosa significa. Forse significa che non siamo ancora del tutto anestetizzati, che esiste ancora uno spazio per un discorso etico, civile e politico, che la voglia di capire ciò che accade fuori dai nostri confini non è stata completamente sostituita dal bisogno di evasione. E forse significa anche un'altra cosa. Che Gian Maria Volonté aveva ragione: il cinema non smette mai di essere politico. Semmai siamo noi, qualche volta, a dimenticarcene.