C’è chi ormai lo paragona esplicitamente a un dittatore e chi a un megalomane assetato di potere. C’è chi sotiene che non sia idoneo a diventare (ancora una volta) il presidente della Fifa e chi ne mette in evidenza le incongruenze operative. Gianni Infantino è sempre più nell’occhio del ciclone e il suo futuro è tutto da scrivere. Qualche settimana fa, sorridente sul manto verde del MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, Mr. Gianni assisteva alla premiazione della Spagna vincitrice della Coppa del Mondo in compagnia del suo “amicone” Donald Trump. Pochi giorni dopo annunciava urbi et orbi il suo progetto per i mondiali del futuro: privatizzarli coinvolgendo lo stesso Trump. Da questo momento in poi l’uomo che controlla il calcio globale é stato attaccato da ogni lato. Gli ex membri del Comitato di governance della Fifa sottolineano che Infantino non può diventare, per la quarta volta consecutiva, il presidente della Fifa. Hai voglia che organizzare i Mondiali in Qatar, negli Usa e in Russia, affidarsi alle grazie del presidente statunitense e dare spazio al calcio femminile. La rivoluzione di Gianni sta rompendo il caz*o a tutti. Anche alle federazioni calcistiche che lo avevano sempre sostenuto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? L’allontanamento dalla Fifa di Kevin Lamour, direttore operativo che aveva osato criticare la possibile vendita di pezzi del Mondiale a privati. Ebbene, pare che Lamour sia stato licenziato per volere di Infantino: voce da verificare ma plausibile.
Per Infantino, insomma, é un periodaccio. Vedere il proprio impero sgretolarsi e i propri sogni evaporare come neve sotto al sole non è bello nessuno. Tanto più per chi pensava di aver fatto bingo diventando un inseparabile di Trump. Non è bastato perché la rivolta interna alla Fifa ha ormai assunto dimensioni difficili da ignorare. Come racconta il Guardian, Lamour aveva definito il piano dei Mondiali di Infantino “il progetto di una sola persona” e sostenuto che l’amministrazione della Fifa fosse stata “ingannata”, aggiungendo di essere pronto a perdere il posto pur di non avallarlo. E il posto lo ha perso davvero. Il 17 agosto la Fifa ha confermato la fine del rapporto, senza fornire spiegazioni sulle circostanze del licenziamento. Il caso ha però alimentato ulteriormente le accuse di gestione autoritaria dell’organizzazione. Anche perché, nel frattempo, il progetto è stato ritirato e un altro alto consigliere di Infantino, Carlos Cordeiro, si è dimesso in protesta. Insomma, il presidente non sembra più riuscire a controllare il dissenso che cresce attorno a lui.
Il fronte degli oppositori si sta allargando e comincia a mettere in discussione direttamente la permanenza di Infantino alla guida della Fifa. Le figure più combattive sono anche alcune delle poche donne presenti nei vertici del calcio internazionale: Laura McAllister, Lise Klaveness e Debbie Hewitt hanno contribuito a costruire una risposta coordinata delle federazioni europee contro il progetto di vendita. Klaveness, presidente della federazione norvegese, non usa mezzi termini: parla di una “crisi profonda”, di un colpo gravissimo alla fiducia e di un sistema nel quale i controlli sul potere di Infantino non funzionano più. La Norvegia è diventata inoltre la prima federazione nazionale a chiedere apertamente le dimissioni del presidente. E proprio Klaveness ha attaccato la gestione del caso Lamour, definendola “management by fear”. Una fotografia pesantissima per un’organizzazione che dovrebbe rappresentare il calcio mondiale. Ma la vera bomba è arrivata da un fronte ancora più sorprendente: Israele. Secondo il Telegraph, la Israel Football Association ha formalmente ritirato il proprio sostegno alla rielezione di Infantino. Il presidente della federazione israeliana, Moshe Zuares, ha inviato una lettera nella quale prende le distanze dal numero uno della Fifa. Se persino un alleato che finora non aveva messo in discussione la sua leadership comincia a sfilarsi, significa che la rete di consensi costruita da Infantino sta mostrando crepe sempre più profonde. E qui entra in gioco il problema più delicato: il quarto mandato. Infantino è stato eletto per la prima volta nel 2016, poi rieletto nel 2019 e nel 2023. Lo statuto della Fifa stabilisce che nessuno possa ricoprire la presidenza per più di tre mandati. Eppure Infantino punta a presentarsi nuovamente nel 2027. Il trucco sta nell’interpretazione secondo cui il primo periodo, quello compreso tra il 2016 e il 2019, non dovrebbe essere conteggiato come mandato completo. Una lettura che nel 2022 sarebbe stata avallata dagli organi interni della Fifa, ma senza che l’organizzazione abbia mai pubblicato le motivazioni giuridiche alla base della decisione. FairSquare ha ora chiesto al Governance, Audit and Compliance Committee di dichiarare Infantino ineleggibile, sostenendo che quella deroga svuoti di fatto il principio dei limiti di mandato. La questione è enorme: se l’interpretazione venisse confermata, il presidente potrebbe arrivare a quindici anni consecutivi al comando. È esattamente il tipo di concentrazione del potere che le riforme varate dopo lo scandalo che travolse Sepp Blatter avrebbero dovuto impedire...