L’affaire Ranucci si è complicato in maniera sempre più incredibile. Certo, naturalmente il cuore di questa storia è la pista brasiliana, ma pure quella africana degli ormai tristemente noti carbon credits. Ma, ecco, vale la pena spendere qualche parola in più anche sul lato un po’ più banale di questa vicenda. Quello dei botta e risposta di Ranucci contro tutti, un po’ alla Carmelo Bene, ma in salsa Monteverde. Non staremo qui a elencare tutti i passaggi di questa infinita lotta social che si sta combattendo tra le colonne di Facebook, ma soffermiamoci un attimo sull’ultimo post di Ranucci. Quello in risposta alle parole di Alberto Nerazzini dal prestigioso palco del Dig, ex Premio Alpi, condiviso con il collega Giorgio Mottola e l’ex consulente delle procure e di Report, Gian Gaetano Bellavia. Le parole di Nerazzini sono state riprese dai “colleghi di trasmissioni dichiaratamente di destra”, ovvero quelli di Filorosso, condotto da Antonino Monteleone. “Spero non vi offendiate se vi chiamo con il nome giusto. Ma la critica anche da big dev’esserci, si può criticare da sinistra. Sigfrido Ranucci non ha niente di sinistra. Come fai ad essere migliore amico di un criminale berlusconiano spregiudicato come Lavitola? Mi sono state bloccate tre inchieste dal simbolo del giornalismo Sigfrido Ranucci”, ha detto l’ex firma di Report che nel 2014 e nel 2018 se ne andò da viale Mazzini sbattendo la porta. A questa presa di posizione molto dura Ranucci ha risposto punto per punto su Facebook, sostenendo di non aver censurato proprio nessuno. E l’inchiesta sulla “palazzina” era già stata pagata dalla Rai, quindi lui non la acquistò da Nerazzini. E quella sugli istituti religiosi non venne trasmessa “perché sarebbe stato un errore”. Poi Ranucci parla delle “collette” che sarebbero state fatte “per ricomprargli le attrezzature di produzione che risultavano rubate in diversi furti”. Ma, ecco, di tutto questo Nerazzini che ne pensa? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui. All’inizio non voleva parlarci, poi però si è lasciato andare e, diciamo, la sua versione dei fatti, punto per punto, non combacia affatto con quella di Ranucci. A partire dalla colletta per il furto subito, che alla fine non sarebbe mai stata realizzata, lasciandolo col cerino in mano, sino ad arrivare all’inchiesta stoppata sul palazzo di un giornalista molto vicino a Silvio Berlusconi. Ma andiamo con ordine.
Alberto Nerazzini, Ranucci ha replicato alle tue parole pronunciate dal palco del Dig, il festival di cui sei direttore, riprese da Filorosso. Ha scritto un lungo post su Facebook in cui ti accusa di dire il falso. Cosa rispondi ai tre punti sollevati da Ranucci?
Ho parlato al festival che dirigo, che si chiama Dig, e da cui Filorosso ha ripreso degli spezzoni di un panel molto importante, faticoso e necessario sul caso Report, l’ultimo giorno del festival. Ho ovviamente letto la replica. Tra l’altro erano le ore 12 di domenica, poi c’è stato anche l’incontro con Marco Travaglio alle 17, dove si è tornati a parlare inevitabilmente di Ranucci, e avrei una gran voglia di non replicare. Anche se la sua risposta è completamente scompigliata e fuori luogo. Tra l’altro, in quel post, sbaglia tutto. Sbaglia anche i riferimenti che fa alle tre situazioni a cui ho accennato. Ovviamente i colleghi di Filorosso hanno abilmente preso degli spezzoni qua e là e quindi hanno strumentalizzato il ragionamento, che era un po’ più alto, ecco.
Qual era il punto del tuo discorso?
Semplicemente trovo insopportabile, in questa polarizzazione, che non si possa criticare Ranucci. Se uno critica Ranucci o critica il comportamento di un giornalista così importante dentro una vicenda così assurda, parrebbe essere necessariamente di destra. Il giornalismo non è né di destra né di sinistra, quando è giornalismo. Poi uno può avere il suo punto di vista e, quando lo ammette, io lo apprezzo perché lo trovo onesto. Però, ecco, questo lavoro lo faccio da trent’anni. Monteleone e i suoi hanno fatto il loro. Sulla replica di Sigfrido mi limiterei a dire che è completamente fuori bolla. Mi ha ricordato altre cose che ha riportato male. Per esempio, lui parla di un’inchiesta sui francescani e non era una di quelle tre che avevo in mente: era un’altra vicenda, motivo di discussione, tra l’altro non riportata in maniera corretta. Ma comunque non sono quelle le tre vicende che ho citato senza nominarle. E soprattutto non c’è mai stata nessuna colletta organizzata per ripartire dopo il furto della mia attrezzatura. Questo è successo nel 2013, ma purtroppo da 13 anni mi chiedo come mai non sia mai stata organizzata questa colletta tra colleghi che era stata annunciata dentro la redazione. Quindi devo dire che è riuscito a fare parecchi errori in poche righe.
C’è un altro punto che non mi è chiaro. Quale sarebbe l’inchiesta che “la Rai, da contratto”, aveva già pagato e che quindi Ranucci dice di non aver acquistato? Che cosa vuol dire?
La Rai me l’ha pagata e lui non l’ha acquistata. Questo sta dicendo. Quindi, se la Rai compra, poi Report ricompra dalla Rai? Interessante.
Di cosa parlava quell’inchiesta?
Preferirei non parlarne. Ad ogni modo, non era già stata acquistata dalla Rai. Faccio una premessa. Io sono l’unico che se n’è andato da Report, ok? L’ho fatto per motivi etico-deontologici. Due volte. La prima volta fu nel 2014, sotto la gestione Gabanelli, per motivi etico-deontologici, motivi molto seri, come dichiarai al tempo, e ho conosciuto l’esperienza di ripartire fuori. Quando Ranucci prende il programma nel 2017, vado a memoria, comunque nel 2016 mi richiama e mi dice: “Prenderò io il testimone, Milena lascia tutto a me e la redazione mi ha detto che la prima cosa che devo fare è richiamarti a Report. Anche io credo molto in te”, insomma, le solite cose. Io torno, ma sono sempre quello di una volta. Cioè, se le regole sono sempre quelle, sono quelle base del giornalismo, soprattutto dell’inchiesta: decidiamo un’inchiesta, si parte con l’inchiesta. Visto che sono freelance e sono là fuori, mentre tu, Ranucci, stai al sicuro nella tua azienda Rai, non voglio sorprese. Non devi cambiare idea sulla messa in onda, tanto meno voglio che ci siano pressioni per ammorbidire una parte rispetto a un’altra. “No, no, no, questo con me non succederà mai”.
E poi che è successo?
In sintesi, è successo quanto era già accaduto nel 2014, se non di peggio, perché sono rimasto due stagioni, dopodiché me ne sono andato una seconda volta. Ho detto: “Io qua non ci sto”, perché avevo un’inchiesta su un grande istituto bancario, avevo un’inchiesta su questa palazzina milanese, avevo una terza inchiesta che era stata bloccata ma, con un sotterfugio di grande abilità – mi faccio i complimenti da solo –, sono riuscito a evitare che anche quella fosse bloccata alla messa in onda. Dunque non capisco cosa stia dicendo quando dice che quell’inchiesta non la acquistò perché la Rai l’aveva già pagata. Non so cosa voglia dire. Credo che nessuno riesca a sviluppare il pensiero nascosto in quella struttura sintattica.
Sì, ma l’inchiesta sulla palazzina in questione di cosa parlava? Di chi era la palazzina?
Era un’inchiesta che riguardava gli interessi legati alle televisioni concorrenti alla Rai e c’era protagonista un grande personaggio del giornalismo, cosiddetto, insomma, del giornalismo, che era un ex conduttore molto legato a Berlusconi. Io ho lavorato tanto, adesso senza usare le parole di Monteleone, che ha pure esagerato, però ho dato tanto per Report, ho fatto tante inchieste importanti e sono l’unico nella storia di Report che davvero si è licenziato nel 2014 e nel 2018, sempre per motivi deontologici.
E tu Lavitola in Rai l’hai mai incontrato? Hai mai avuto qualche notizia di questa amicizia di Sigfrido?
Nel 2018 io me ne vado. Come tu ben sai, i primi accessi in Rai di Lavitola risalgono al 2019. Quindi io ho saputo degli accessi in Rai da esterno, nel 2019. Non voglio neanche stare lì a parlare troppo di Lavitola. È un problema di come fai giornalismo, che non cambia nel momento in cui incontri quella grande figura di Lavitola che diventa il tuo amico fraterno. L’amicizia è una cosa seria e gli amici uno se li sceglie. Ma non è solo Lavitola il punto. Fare giornalismo d’inchiesta in Italia non è semplice. E non è che queste cose le tiro fuori adesso perché sono, come dice qualche stolto, di destra. Al Dig non c’eravamo solo io, Mottola e Bellavia. C’era pure Axel Björklund, che forse è il più grande giornalista investigativo di Svezia in questo momento. Ci ha raccontato come funziona un programma di giornalismo d’inchiesta in un Paese come la Svezia, che nessuno di noi vuole mitizzare o idolatrare. Ma non esiste all’estero una concentrazione di potere, di disposizione, in una sola persona che si chiama Milena Gabanelli o si chiama Sigfrido Ranucci, perché questa è la storia di Report. Sono stati loro a gestirlo. E per me i problemi c’erano già ai tempi di Milena Gabanelli.
Sui primi tempi di Ranucci in Rai hai mai saputo qualcosa di particolare? La stampa, ad esempio, quest’estate è tornata a scrivere della sua impresa di import-export di pesce
Io giocavo a tennis in gioventù, ero anche abbastanza bravo, ma non ho mai giocato a tennis a Roma. Non so nient’altro. Poi i ristoranti, insomma, non si sbaglia mai quando si va a lavorare sui ristoranti, no? Vedi, vedi, da Del Mastro fino al buon Lavitola. Questo è un Paese dove il tavolo è fondamentale: mettere le gambe sotto al tavolo per intrecciare rapporti e interessi mi pare essere cosa, purtroppo, fondamentale. Io vorrei tanto aprirlo, un ristorante, ma non l’ho mai fatto. Adesso ci penso.