Dopo innumerevoli altre, oggi assistiamo alla “cristologia” di Sigfrido Ranucci: una forma narrativa tipicamente cristiana, anzi cattolica, che prevede il martirio. Una narrazione pubblica (all’inizio evangelica, oggi direi più di marketing politico-editoriale) che in Italia funziona benissimo anche quando chi la pratica è ateo, agnostico, progressista, anticlericale o semplicemente non credente. Il santo, il martire, il testimone, il peccatore, il potere corrotto, il sacrificio, la persecuzione, la verità che viene dall’alto o dal basso, il Male che deve essere smascherato, il corpo del testimone esposto alle conseguenze della sua missione: questa grammatica ce la portiamo addosso. E in quanto “grammatica”, essa è forma e non contenuto (vedere “L’arte di ottenere ragione” di Arthur Schopenhauer, ed. Adelphi). Soltanto in un Paese dove esiste il Vaticano una cosa come la cristologia di Ranucci può diventare un fenomeno popolare. È una struttura narrativa che in America potrebbe essere costruita attraverso il mito del reporter, dell'investigatore, del whistleblower, del citizen hero. In Francia attraverso la tradizione dell'intellettuale pubblico. In Inghilterra attraverso quella del giornalista d'inchiesta. In Italia, inevitabilmente, sotto sotto c'è anche San Sebastiano, con tutte le frecce azzeccate nel corpo (la riflessione non sarebbe completa se non aggiungessimo che in America anche la cristologia ha preso piede, ultimamente, grazie ai Cristiani Rinati e a una qual certa propensione a vedere unti dal Signore o da Dio). E quindi arriviamo a Ranucci.
Ranucci non è soltanto il conduttore di Report. La sua autobiografia si chiama La scelta. La casa editrice presenta il libro come il racconto di un uomo che, davanti alla realtà, deve continuamente decidere, e che cerca ogni volta la risposta giusta per mantenere la promessa fatta a un pubblico che ha ancora a cuore “legalità e giustizia sociale”. Il libro, secondo la Rai, aveva già venduto 30 mila copie nell'estate del 2024 ed era arrivato all'ottava ristampa; Bompiani oggi lo definisce un longseller. È un vocabolario religioso trasportato dentro il giornalismo. La scelta, la promessa, la verità, il bene pubblico, il male da smascherare, il testimone e, infine, il martirio. Nel 2026, dopo la vicenda dell'attentato e quella relativa ai suoi rapporti con Valter Lavitola, la parola “martire” è diventata una delle parole centrali della rappresentazione pubblica di Ranucci. Non perché lo dica io: lo hanno scritto e detto gli altri, fino allo stesso Ranucci, che ha accusato Giorgia Meloni di essere preoccupata del fatto che fosse stato trasformato in un martire: un inedito caso di automartirio per interposta persona, di carambola, diciamo così.
Ma “martire” non è semplicemente una metafora giornalistica, è una parola cristiana. Non si usa la parola “eroe” – diciamo la verità – perché non funziona, sa di autoelogio, ma “martire” sì, si può dire, funziona, crea quella compassione e identificazione che “eroe” non crea: gli eroi possono stare sulle balle, i martiri no, esigono rispetto, è un riflesso pavloviano di un Paese cattolico. E il martirio non dimostra necessariamente che il testimone abbia ragione, dimostra, nella struttura narrativa, che ha pagato per le sue idee, quali che fossero. È un meccanismo potentissimo. Ranucci può quindi essere discusso, criticato, difeso, accusato, assolto o sottoposto al più spietato fact checking. Ma intanto la macchina simbolica è partita. Noi abbiamo una particolarità quasi grottesca: siamo uno Stato laico con dentro un altro Stato che è il centro simbolico della più grande religione occidentale. L'articolo 7 della Costituzione riconosce la sovranità e l'indipendenza reciproche di Stato e Chiesa e costituzionalizza i Patti Lateranensi; il Vaticano è, fisicamente, dentro Roma e rappresenta la sede della Chiesa cattolica.
Il cattolicesimo, dunque, non è soltanto una religione italiana. È una tecnologia narrativa italiana (Paolo di Tarso scriveva in greco antico, scritto e parlato comunemente nelle comunità ellenico-romane, ma mentre la Grecia divenne ortodossa il mondo romano diede vita al Vaticano). I suoi archetipi sono: il peccatore, il convertito, il persecutore, il perseguitato, il traditore, il martire, il confessore, il testimone (prendete I promessi sposi o un qualunque giallo). Ha insegnato che la sofferenza può diventare prova, che il corpo può diventare documento, che la vittima può diventare autorità morale. Ed è per questo che Ranucci può funzionare anche quando il suo discorso è completamente secolarizzato. Abbiamo eliminato il Padreterno dalla frase, ma abbiamo conservato la sintassi. E quando qualcuno racconta di avere visto il Male, di essere stato minacciato dal Male, di avere continuato a parlare nonostante il Male e di essere eventualmente perseguitato per avere detto la Verità, una parte del pubblico italiano sa perfettamente dove mettersi. Poi si può discutere se ciò che il testimone racconta sia vero, parzialmente vero, falso, manipolato, esagerato, documentato o da verificare. Questa è la cronaca. Ma prima della cronaca arriva il rito.