Premettiamo che ognuno è libero di baciare chi e cosa gli pare. Che in un mondo dove c’è chi bacia i piedi alla gente, non scandalizza di certo un sindaco che bacia il teschio di una santa. Il ribrezzo è sempre un fatto soggettivo. C’è chi ha ironizzato sulla teoria del consenso e anche chi ha parlato di necrofilia analizzando l’immagine diventata virale del sindaco di Catania, Enrico Trantino, che si accinge a stampare un bacio in bocca al teschio di Sant’Agata, in occasione della processione per il IX Centenario della traslazione delle reliquie.
Ma la verità (amara) che mette in luce questa vicenda è una sola: dalla Sicilia vanno via tutti, tranne i fanatici religiosi. E i fanatici non li trovi solo in mezzo al popolo, dove ti aspetti di trovarli. Non li trovi tra “le signore sulle sedie quanto torno al mio paese” (per citare Brancale), seduti davanti alle proprie abitazioni per godersi qualche scarso soffio di vento durante le serate umide di agosto. Ma li trovi in giacca e cravatta, con la fascia tricolore. E quindi, in un giorno di metà agosto, succede ciò che non si verificava da sessant’anni: che il teschio di una santa viene ricollocato nel busto reliquiario. E proprio nel momento in cui l’arcivescovo porge il teschio al sindaco per la ricollocazione, Trantino si lancia “tranto” (che in dialetto gelese vuol dire “pronto e sicuro”) e lo bacia. Sente “il peso della ruolo”, racconta, perché ogni cittadino catanese - a detta sua - avrebbe voluto essere al suo posto. E noi, per amore verso i catanesi, ci permettiamo di dubitarne. Sui social, ovviamente, il gesto è diventato argomento di polemiche, tra disgusto e critiche ironiche al sindaco. Trantino ha risposto dicendo che il suo è stato un gesto puro e spontaneo, di amore e devozione per la santa e che non pensava di attirare a sé tante polemiche. Anche altri esponenti della politica locale e regionale hanno espresso solidarietà al sindaco di Catania.
Il punto non è massacrare di odio il povero Trantino, che ha sicuramente agito in buona fede ed esercitando la sua libertà com’è lecito. Qui si tratta di analizzare un fenomeno più ampio che serve a chiedersi: perché il sud Italia continua ad essere avvolto da questo fanatismo religioso? Se a baciare la santa fosse stato il pensionato siculo in canotta bianca, con coppola e ciabatta in pelle marrone, ce ne saremmo stupiti meno. Il fatto che a farlo sia stato una carica politica, desta sicuramente più scalpore. Perché evidenzia quanto al sud Italia il fenomeno del fanatismo sia così atavico da non essere soltanto una questione di fede, ma un codice culturale profondamente radicato, capace di insinuarsi persino nei gesti e nei comportamenti di chi dovrebbe rappresentare le istituzioni. Un retaggio che, travestito da devozione popolare, finisce talvolta per confondere la partecipazione religiosa con la teatralità del momento.
E in Sicilia, in questi giorni, non si dibatte solo del bacio del sindaco a Sant’Agata, ma anche di opere abusive “apparse” d’improvviso sulla scogliera di un’area marittima molto celebre nei pressi di Gela (CL). Qualche giorno fa sullo scoglio di Manfria è stata collocata la statua di una Madonna, un omaggio di un artista che non ha voluto rendersi noto. Ad aprire la vicenda sui social è stato lo scherzo di ignoti di riporre sulla statua una parrucca fucsia: un gesto che ha scatenato risate e non poca indignazione da parte di alcuni fedeli. Ad essere rimossa in fretta, però, è stata solo la parrucca. La vicenda della Madonna sullo scoglio continua a dividere gli abitanti, che dibattono sulla eventuale rimozione dell’opera. Un dibattito che, valutato lucidamente, non avrebbe ragione di esistere: si tratta di un’opera abusiva, pertanto senza se e senza ma andrebbe rimossa immediatamente. E invece la statua per il momento rimane ancora lì, mentre sui social e tra le piazze della città si alimenta il confronto sempre più acceso tra quelli che “è una Madonna, che male fa?” e quelli che ragionano. Il punto è che quella Madonna, prima di essere tale è una statua e prima ancora di essere una statua è un’opera abusiva. Eppure, coloro che ne difendono la permanenza, motivano la loro posizione evidenziando come già nella città ci siano diverse costruzioni abusive e quindi una più, una meno, cosa vuoi che sia? Se poi si parla pure della Madonna che ci protegge, la tesi viene sostenuta con ancora più veemenza.
Anche qui non si tratta semplicemente di fede, ma di un fanatismo cieco che non contempla nemmeno la convivenza con altre religioni, per esempio. Un po’ come quando in Italia si discuteva della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche: non c’era nulla di male? Certo che c’era. Perché imporre l’immagine della propria religione in un luogo pubblico, quando in quello stesso luogo possono esserci persone che professano altro? Perché l’Italia è un Paese prevalentemente cattolico, dicevano alcuni. Invece, sulla carta, l’Italia è un Paese laico. E quanto sta succedendo a Gela non si discosta da questo concetto. Qualcuno costruisce una madonna e si prende la libertà di piazzarla in un’area di proprietà del Demanio Marittimo. E siccome si tratta di un’immagine sacra, allora va bene pure che rimanga, perché tanto che male fa?
Tra l’altro, coloro i quali ritengono che la statua debba rimanere lì dov’è, non considerano che l’opera potrebbe danneggiarsi facilmente, poiché il posto in cui è collocata è fortemente soggetto ad eventi naturali. Non considerano che la statua potrebbe sradicarsi e cadere in testa a qualcuno: in quel caso di chi sarebbe la colpa? Del diavolo, ovviamente. E qualora la statua cadesse senza danneggiare nessuno, di chi sarebbe il merito? Della Madonna che non ha voluto danni. Il fanatismo racconta questo: la deresponsabilizzazione più totale dal nostro ruolo decisionale di esseri pensanti. Ci si affida al fato, a una presunta fede, per non opporsi al volere del Creatore, per superstizione e per timore verso il divino. La fede cattolica, in questo caso, funziona da pretesto perfetto per non prendere una decisione.
Scoraggiare l’abusivismo dovrebbe essere l’abc per un cittadino civile, invece, una parte della popolazione si è talmente abituata a conviverci che quasi non ci fa caso. Ed è proprio quella la radice del problema. Perché al sud ci si è abituati a convivere con troppe cose che dovrebbero essere respinte: i valori e i non valori che si accettano diventano parte integrante della cultura e, in questo caso, contribuiscono ad alimentare stereotipi.
Il problema, dunque, non è una Madonna su uno scoglio né tantomeno un bacio a un teschio, ma ciò che questi gesti mettono in luce. È soprattutto l’idea che, quando a proteggerci dovrebbe essere una regola, basti invocare qualcosa di sacro per sentirci autorizzati a ignorarla. I siciliani che hanno a cuore lo sviluppo della propria terra sono stanchi di essere rappresentati da tutto ciò. Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dal giorno in cui smetteremo di chiamare “tradizione” tutto ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere in discussione, tornando a un concetto fondamentale in una società civile: il senso di responsabilità.