È morto Guccini. Comprate Pastorale Siciliana. No, tranquilli. Non l'ho fatto davvero. Non ho pensato di infilare il titolo del mio nuovo romanzo dentro il necrologio di Francesco Guccini. Non mi è venuto in mente di dire: "È morto uno dei più grandi cantautori italiani, e già che ci siamo ricordatevi che il mio libro è in libreria". (Nolan: "È morto Guccini, andate a vedere l'Odissea"). Perché esiste una linea invisibile che separa la comunicazione dal narcisismo. E quando la attraversi, non stai più parlando di Guccini. Stai parlando di te.
È esattamente la sensazione che lascia il post di Sigfrido Ranucci. L'incipit è doveroso: è morto Francesco Guccini. Poi, però, succede qualcosa di straordinario. In poche righe il protagonista smette di essere Guccini e diventa Report. A cazzo di cane: "Noi a Report continueremo a batterci...". La morte di Guccini come aiuto motivazionale: "È morto Guccini, ricordatevi che gli zuccheri fanno male". E subito dopo arriva la chiamata all'azione: volete contribuire insieme a noi a cambiare il mondo? (No, io no, insieme a voi no).
Ma non stavamo parlando di Guccini? È come andare a un funerale, prendere il microfono durante l'omelia e dire: "Comunque ricordatevi di seguire il mio podcast".La morte di una figura pubblica è diventata il gancio emotivo. Il trampolino dell'algoritmo. Il dolore come SEO. Ed è incredibile che questo meccanismo venga utilizzato proprio da chi, per mestiere, denuncia le manipolazioni della comunicazione.
Facciamo un esperimento. "È morto Guccini. Se volete onorare la sua memoria acquistate Pastorale Siciliana. Anche nel mio romanzo si parla di società civile, di Sicilia, di uomini, di verità. Cambiamo il mondo insieme". Vi farebbe schifo? Spero di sì. Perché farebbe schifo anche a me.
E allora perché dovrebbe risultare meno discutibile sostituire Pastorale Siciliana con Report? Il problema non è Report. Il problema è l'egocentrismo digitale che ormai divora tutto. Qualunque fatto deve diventare una rampa di lancio per il proprio marchio personale. Muore un artista? Parliamo di noi. Succede una tragedia? Ricordiamo il nostro spettacolo. Cade un meteorite? Iscrivetevi alla newsletter.
I social hanno trasformato molti comunicatori in immobili sul lungomare: qualunque panorama esista serve soltanto ad aumentare il valore della proprietà. E così Guccini, che ha passato una vita a raccontare gli altri, finisce usato come introduzione a un'autopresentazione. È una forma di cannibalismo comunicativo. anzi, di necrofilia pubblicitaria. Non serve nemmeno la cattiva fede. Anzi, spesso è peggio quando non c'è. Significa che il riflesso è ormai automatico: ogni avvenimento viene immediatamente tradotto nella domanda fondamentale dell'epoca contemporanea. "Come posso far parlare di me?". Il risultato è un mondo in cui nessuno riesce più a stare un passo indietro, nemmeno davanti alla morte.
E la cosa più ironica è che Guccini, probabilmente, avrebbe scritto una canzone proprio su questo. Una ballata feroce su quelli che non riescono a pronunciare un elogio funebre senza infilarci il proprio curriculum. Su quelli che confondono l'impegno con il branding. Su quelli che trasformano perfino un lutto in una campagna di fidelizzazione.
Forse il vero omaggio a Guccini sarebbe stato il silenzio. O semplicemente raccontare chi era, cosa ha lasciato, perché ci mancherà. Senza "noi". Senza "insieme a noi". Senza call to action. E ricordatevi di seguire MOW.
P.S. Da oggi si potrà tranquillamente dire che Ranucci è uno Scanzi che non ce l'ha fatta.