Mea culpa. Non ho mai ascoltato Guccini. Di lui conosco solo qualche fotografia capitatami per caso online, la R moscia, alcune recenti dichiarazioni e qualche frase estrapolata dalle sue canzoni. La verità è che in questi giorni tutti stanno dicendo la loro sulla scomparsa del maestrone e io non so che dire. Mi sento persino ridicola a chiamarlo col suo soprannome, perché mi sembra una forzatura da parte di chi, come me, a stento ne conosceva nome e cognome. Ovviamente mi è capitato di ascoltare qualche frammento di sua canzone, ma ricordo solo di non averci capito molto. Di aver captato che si trattasse di un contenuto profondo, ricercato e non alla portata di tutti. Non alla mia evidentemente. Ma la verità non è neanche quella, è che sono fondamentalmente distratta. Sono una Millennial e so che non tutti i Millennial sono come me, quindi questa non è una giustificazione né un’ammissione di colpa da vittimista dell’ultimo minuto. Non merito d’esser presa d’esempio e questo articolo non vuole essere un manifesto d’ignoranza: l’ignoranza non è una roba figa. So che merito di essere crocifissa a testa in giù, ma in un mondo di idolatria del morto spesso ipocrita, io voglio essere onesta: io del Maestrone ignoravo l’esistenza. Anche se risulta imperdonabile, per chi come me è appassionata di musica. Ma c’è qualcuno che può dirsi davvero onnisciente? “So di non sapere”, diceva Socrate. E io di questo aforisma me ne approprio per pararmi il culo, perché in quello - sempre per essere onesti - sono bravissima.
Inoltre, lo stile cantautorale di Guccini, un po’ “cantastorie”, non è mai stato tra le mie preferenze. E ho sempre detestato quelli che "I Bealtes piacciono a tutti". A me, per esempio, mai piaciuti. Nutro grande rispetto per i big della musica nazionale e internazionali, ma almeno il gusto potrà essere o no libero? Anche a costo di essere etichettata come "ignorante". Accetto il rischio. E pure Guccini non l'ho mai approfondito e da quel poco non l'ho mai apprezzato. Non che lo disprezzassi, è ovvio, ne riconoscevo la grandezza, ma personalmente ero neutrale sull'argomento. Se tutto questo è una colpa, provate a perdonarmi, se potete. Che poi - giusto per pararmelo ancora- secondo me Guccini questa mia sincerità che desta scalpore nei signor “so tutto io”, l’avrebbe apprezzata. Così mi pare di capire dagli aneddoti che raccontano vari artisti che lo hanno incrociato. Come quel ricordo condiviso da Frankie hi-nrg che racconta di essersi presentato a lui come rapper e di aver ricevuto da lui una secca risposta prima di girare i tacchi ed andarsene: “A me il rap mi fa cagare”.
Dopo questo bagno di onestà e autoflagellazione, però, ho deciso di “recuperare”. Ma come fai a recuperare in poche ore una biografia come quella di Guccini? Puoi leggere, ascoltare parte della sua discografia, giusto per limitarci alla musica. Ma questo Francesco Guccini, da come lo descrivete tutti, lo sento infinitamente gigante e non solo dal punto di vista musicale: io mi sento un puntino spaesato che non sa dove collocarsi. Mi sento come una con la terza media che deve parlare di un plurilaureato. Ma voglio comunque provarci, quindi ho deciso di tentare un rimedio: ascoltare i suoi tre brani più conosciuti. A dirla tutta, Guccini - per quel poco che conosco - l’ho sempre ritenuto di nicchia. Ma ascoltandolo con attenzione, come mai avevo fatto, ho dovuto ricredermi. Non mi fraintendete: non sono diventata d’improvviso fan di Guccini ora che è morto. Non sarebbe troppo tardi, non lo è mai, ma la sensazione che ho ascoltandolo è che quel modo di cantare, che mi sembrava un monocorde lamentoso, iper mentale e complicato da cogliere, lo abbia reso di gran lunga più semplice di quanto abbia mai pensato. Semplice, punto. Non qualunquista. Ho ascoltato nell'ordine: L’avvelenata, La Locomotiva e Dio è morto. E in tutte e tre ho letto il disincanto di chi fa il cantautore quasi per caso. Zero fame e zero voglia di fama. Solo un’esigenza naturale - niente di ossessivo - di mettere i pensieri su carta, senza preoccuparsi di renderli orecchiabili. Più che pensieri, constatazioni lucide. Mi dà l'impressione di non costruire artificialmente il gesto del cantautore. Guccini che scrive me lo immagino così: che scrive e basta. Senza passare da chissà quale pathos, senza essere attraversato “dal sacro fuoco dell’arte”. Con la naturalezza di chi non vuole dimostrare niente nemmeno a se stesso.
Per un po’ di anni mi sono cimentata nel cantautorato. Il mio era un genere completamente diverso da quello di Guccini, ma ricordo quanta adrenalina muovesse la mia scrittura. Ricordo quell’istinto divorante che faceva impazzire il mio ego. Quel “conato” di parole che fluiva rapido e senza intoppi dalle mie dita. Era una perdita di controllo. Era quasi tossico, tanto che ho preferito fermarmi. In Guccini, invece, scopro un modo completamente diverso di vivere la musica, diverso anche da quel tipo di musica che ho sempre ascoltato: c’è una naturalezza priva di urgenza e voracità, che lo caratterizza più di ogni altra cosa. Eppure quel modo di cantare disincantato è un inganno, perché nei testi c’è sempre la rabbia e una speranza che arriva quando non te l’aspetti più e ti prende a schiaffi. È la forza delle parole, quella dei poeti. Quella che urla anche senza una voce che le legga. Guccini “legge” le sue canzoni con voce neutra, come dicesse nulla di che. In lui non c’è l’esibizionismo dell’artista contemporaneo, che deve catturare la tua attenzione nei primi tre secondi di reel su Instagram inventandosi qualcosa di strambo. Guccini non deve convincerti di prestargli ascolto. E forse per questo io ho peccato. Perché pretendevo di capirlo con l’impazienza di chi si distrae facilmente, immersa anch’io in quella Vita liquida di cui parla Bauman, dove persino il tempo sembra non voler più restare abbastanza a lungo da lasciarci comprendere qualcosa.
Ma Guccini non si ascolta distratti. E scrivere di lui mi ha fatto capire quanto io lo sia, viziata dal mondo mainstream e “troppo impegnata” per ascoltare artisti “troppo impegnati”. Chissà quanti altri modi di vedere il mondo ci perdiamo per questo peccato.