Durante i miei anni di università, facoltà di filosofia, a Bologna Guccini era passato di moda. Negli ambienti Antifa, dove si militava, lui, i Modena e gli altri erano figli di una generazione passata che, vuoi per la natura stessa della lotta, che è sempre parricida, andava rifiutata perché eccessivamente romantica o, meglio, non abbastanza disincantata. Per lo stesso motivo, e cioè perché troppo romantico, Francesco Guccini era nelle playlist delle ragazze di Scienze della comunicazione e di lettere che frequentavo, perché la politica senza romanticismo è ragioneria culturale e nessuno lo sa meglio di una ragazza che non sa nulla di politica ma vuole spiegarti come si debba amare in questa città.
Per me Guccini era tutto fuorché politico. Perché i bambini non sono animali politici: anzi, si potrebbe dire che la politica, rovinandoli, fa diventare i bambini adulti (e infatti il peggior ricordo che ho della mia infanzia è anche l’ultimo, un PowerPoint in seconda media su Karl Marx). Quello che ami da bambino sono le storie e per me Guccini le raccontava quasi meglio di tutti. Quasi. La prima generazione dei cugini Canaletti, composta da me, il più grande dei tre (di quattordici giorni) e la più piccola (di due mesi), aveva da dibattere. Mi pare di ricordare che per mia cugina il migliore fosse De André, per me era Vecchioni, per mio cugino Guccini, appunto, forse influenzati dai nostri genitori. In Vecchioni io ci vedevo una filosofia dell’antieroe che gli altri due non avevano, in De André c’era fin troppo pathos, in Guccini fin troppa rima. Quella cadenza da stornello, da cantastorie, non l'apprezzavo fino in fondo. Invece di darmi più orizzonte, di farmi capire, le sue rime talvolta mi precludevano la comprensione. Non credo che nessuno di noi avesse ragione comunque.
Da piccolo di Guccini amavo Bisanzio e Antenòr e ovviamente la sua Cirano, la cui indignazione era tanto dolce quanto innocua, come la luce della luna piena. Avrei voluto imparare a raccontare come faceva lui quel duello per poco o niente, i colori di Costantinopoli, e con essi la normalità che mi sembrava legasse tutti questi cantautori. Guccini canta: “È difficile far rumore sulle cose che ci hai ogni giorno, / le tue braghe, il tuo sudore e l'odore che porti attorno…”. E Lucio Dalla: “Ma l’impresa eccezionale / dammi retta, è essere normale”, mentre Vecchioni canterà di quanto facessero pena quelli “con un grande amore”, invocando invece il “piccolo amore”, cioè l’amore normale. Amavo anche Venezia, la tristezza nelle calle della vita, lasciate al buio di notte, affumicate dall’umidità della laguna di giorno. E amavo, a proposito di ciò che mi era incomprensibile, la Canzone delle domande consuete, perché la tensione linguistica, data dalla forma interrogativa, era tale da far sì che di domande me ne facessi anche io, per quanto diverse.
Guccini è stato un esercizio di complessità, anche una sfida di resistenza. Con mio cugino ci coordinavamo per leggere i suoi libri, tutti più o meno pesantissimi e superflui, un po’ come succede a tutti i cantautori. Erano un’estensione naturale della loro potenza naturale di narratori e poeti, qualcosa che tuttavia aveva fin troppo a che fare con la loro vita e fin troppo poco con la mia. Le canzoni no, quelle erano non solo l’unico modo serio di affrontare un viaggio in auto di sei ore verso la Puglia, ma anche l’unico modo di affrontare il viaggio ben più lungo che mi portavo dentro. A sedici anni Guccini mi aveva spiegato che la mia Route 66 non era in America, come anche per lui. Poteva essere la via Emilia, o la via di casa. E infine c’entrerà pure lui, con questo lavoro da antipatici e avvelenati che è il giornalismo. Perché è con la penna, “con questa spada”, è solo con essa, che, come il suo Cirano, “vi uccido quando voglio”.