Ieri, nei cieli israeliani, solo una combinazione di prontezza e di coraggio ha evitato quello che avrebbe potuto trasformarsi in un nuovo 7 ottobre. Sul volo Flydubai da Dubai a Tel Aviv, il secondo pilota, un cittadino dell'Oman munito di arma da taglio, ha tentato di dirottare l'aereo a pochi chilometri da Tel Aviv. A evitare il peggio uomini addestrati e semplici cittadini che sono riusciti a neutralizzarlo e due piloti di riserva che sono riusciti a portare in salvo l'aereo. Ma, con tutte le cautele del caso, è un tentativo che non può non lanciare un allarme. Chi è l'attentatore? Un “semplice” squilibrato o parte di un organismo più ampio? C'è un mandante? C'è stata qualche leggerezza negli apparati di sicurezza? Con le elezioni alle porte Hamas e Hezbollah “sono in grado di colpire Israele”, aveva detto Marco Mancini al Riformista, con un accento particolare sulla presa degli ostaggi: “Il tentativo potrebbe essere quello di sequestrare soldati”. Marco Mancini è l'ex capo del controspionaggio italiano, poi dirigente del DIS, a lungo impegnato in delicate operazioni in Medio Oriente. Lo abbiamo intervistato per provare a capire qualcosa di più sulla sicurezza israeliana in vista delle elezioni.
Lei di recente ha detto che Hamas potrebbe puntare a ostaggi israeliani. Secondo lei questo si potrebbe legare a quanto accaduto ieri?
Sull'attentato sta indagando l'intelligence israeliana, e credo sia prematuro attribuirgli una connotazione o un'origine. È però ormai chiaro che molte azioni contro Israele, soprattutto in questo periodo pre-elettorale, hanno origine dall'Iran o da Hamas, che dall'Iran è finanziato. Sull'attentato attenderei. Di certo, però, la logica del sequestro e dell'uccisione dei cittadini, che era ciò che voleva fare l'attentatore, rientra sempre tra gli obiettivi primari della lotta di Hamas e dell'Iran contro Israele.
Hamas, al contrario di quanto qualcuno pensi, rimane attivissima.
In questo periodo di pseudo-tregua ci siamo dimenticati che il gruppo terroristico di Hamas, quello che vive ancora sotto i tunnel, si è ricomposto in circa 40.000 unità. Questa dimensione terroristica che ancora insiste al di qua della “linea gialla” sfugge ai più. Sono pronti a combattere, anche perché hanno già detto da tempo che non vogliono essere disarmati. Anche Hezbollah in Libano ha ancora postazioni molto forti e consolidate, dove la presenza di Hezbollah, di cittadini libanesi sciiti e anche di elementi dei Pasdaran è ancora importante per combattere Israele.
Come modus operandi, lei ritiene plausibile l'infiltrazione di persone di Hamas, o legate ai servizi iraniani, all'interno delle compagnie aeree o di apparati simili?
Gli obiettivi che Iran e Hamas vogliono colpire sono sempre strutture di Israele all'estero, o di quei paesi che in qualche modo collaborano con Israele o lo aiutano, anche commercialmente. Questo è un dato di fatto. La penetrazione nelle compagnie aeree è sempre stato un tentativo, un percorso che hanno provato a usare sia Hezbollah, sia soprattutto Hamas per colpire Israele. Certamente è possibile che siano strumenti e percorsi utilizzabili.
Si pone un problema di sicurezza per il corridoio, aperto con gli Accordi di Abramo, che parte dagli Emirati e arriva a Israele?
Molti stanno collegando gli Accordi di Abramo a ciò che è avvenuto sull'aereo. Io non ho elementi per dirlo, quindi lascio da parte queste considerazioni. Mi baso soprattutto su ciò che circa venti giorni fa ho scritto sul Riformista con Aldo Torchiaro: Iran e Hamas vogliono tentare di sequestrare cittadini israeliani per poi ucciderli. Quello che hanno fatto il 7 ottobre è quello che vogliono sempre fare.
Dobbiamo ricordare che l'unico strumento di dialogo è questo. Pensiamo al sequestro del caporale israeliano Shalit nei primi anni 2000, venne tenuto per cinque anni da Hamas nei tunnel e per ottenerne la liberazione Israele concesse la libertà a 1047 terroristi di Hamas, tra cui Sinwar, l'ideatore del 7 ottobre. Hamas, Hezbollah e l'Iran hanno quindi ben chiaro che, per poter trattare e incidere su Israele, occorre sequestrare e uccidere israeliani. Lo tentano sempre, e qualcuno pensa che sia ciò che si è tentato anche con l'aereo.
Dobbiamo chiederci cosa sarebbe successo se il dirottatore fosse riuscito nel suo intento. Staremmo parlando di un piccolo 7 ottobre. Non ne parliamo, perché c'è stata una reazione da parte di persone dell'intelligence presenti sull'aereo e di normalissimi passeggeri, che hanno permesso di neutralizzare l'attentatore. Se fosse riuscito nel suo intento, staremmo parlando di un nuovo 11 settembre, di un nuovo 7 ottobre.
Dal punto di vista dell'intelligence, secondo lei era qualcosa che sarebbe stato possibile prevenire?
Io conto poco. Ho solo scritto che in prossimità delle elezioni volevano sequestrare dei cittadini. Quotidianamente arrivano 10-11 notizie di qualcuno che vuole colpire Israele o obiettivi israeliani nel mondo, e se l'ho appreso io che non conto niente, sicuramente vuol dire che all'interno di Hezbollah, dell'Iran e di Hamas c'è la volontà di colpire. Sapere che sarebbe stato su quell'aereo e che stavano realizzando qualcosa penso sia molto difficile.
Parliamo di uomo che era cittadino dell'Oman, già questo non avrebbe potuto far scattare un principio di allarme?
Nel 2004 il SISMI sventò l'11 settembre italiano a Beirut, un'operazione che ci ha permesso di non avere il nostro 11 settembre alla nostra ambasciata: centinaia di persone salvate, 40 membri di al-Qaeda catturati. L'abbiamo fatto con un'attività di controspionaggio molto forte e sul territorio. Occorrerebbe investire ancora di più, mantenendo ovviamente l'attività cyber, sul fattore umano: infiltrare quelle strutture terroristiche che in qualche modo stanno ancora agendo contro Israele. Abbiamo già visto molte volte che la cyber ha sì un valore molto importante, ma non è definitivo, non è completo, manca esattamente ciò che l'uomo può sapere preventivamente. L'intelligence non raccoglie i cadaveri per strada, l'intelligence previene.