“Ho iniziato a sentirmi male per un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato”. Alessandro Di Battista ha scelto la televisione, gli studi televisivi della tramissione DiMartedì, su La7, per raccontare in collegamento la sua malattia. Quella stessa malattia che, alla fine di agosto, gli aveva causato un misterioso malore a Cuba con annesso ricovero d'urgenza e decine di teorie del complotto. C'era chi accusava il Mossad di averlo avvelenato, chi puntava il dito contro le armi soniche e chi alludeva quanto capitato all'ex parlamentare del Movimento 5 Stelle alle sue posizioni politiche o al suo imminente spettacolo teatrale sugli Epstein Files (il titolo: Epstein: tutto quello che il potere cerca di nascondere). In breve il dibattito pubblico ha cannibalizzato la privacy di Di Battista con la solita morbosità che contraddistingue l'epoca attuale. Poche le notizie certe fino al 23 settembre, giorno della prima comparsa pubblica del “Dibba”, sempre in collegamento a DiMartedì, che rassicurava i telespettatori sulle sue condizioni di salute e sui progressi clinici. Tre giorni più tardi, il 26 settembre, Il Corriere della Sera pubblicava per sbaglio un “coccodrillo” sui social dal titolo “È morto Alessandro Di Battista, ex deputato M5S”. Sipario.
Al di là della spiacevole gaffe di uno dei più autorevoli quotidiani d'Italia – grave, ma possono sbagliare tutti, non è quello il problema - l'aspetto più squallido dell'intera vicenda è un altro: da quando Di Battista è finito in ospedale a Cuba, e ancor più da quando ha reso pubblica la sua malattia, chiunque parli dell'ex pentastellato lo fa quasi esclusivamente in riferimento al tumore che lo ha colpito. Le battaglie politiche sono evaporate lasciando spazio al duplice ritratto di personaggio pubblico moribondo o persona da riempire con il solito pietismo farcito da luoghi comuni. È stato poi lo stesso Di Battista a mettere in chiaro di non voler sposare “la retorica del guerriero”, sennò chissà cos'altro avremmo letto in giro. Farà quindi sicuramente piacere al Dibba ricapitolare le sue idee principali che in nessun caso devono finire in secondo piano. Impossibile non partire dalla Palestina, dalla Striscia di Gaza, dalla guerra in Medio Oriente e dalle durissime invettive contro Israele accusato di perpetuare un genocidio. Il tema si inserisce nella più ampia critica della politica occidentale nella regione e dell'appoggio dato dai governi occidentali allo Stato ebraico, Italia compresa.
Emblematica, sempre in politica estera, anche la posizione sul conflitto tra Russia e Ucraina: “Inviare armi a Kiev non serve a porre fine alla guerra, serve a iniziare una nuova corsa al riarmo”. A chi lo ha accusato di essere un filorusso, Di Battista ha sempre replicato di non stare né con Vladimir Putin né con Donald Trump, ma di sposare un vero multilateralismo. Pesanti anche le critiche contro la Nato, da riformare in toto, e l'industria delle armi. Arriviamo quindi al suo impegno per la pace, alla richiesta di dare importanza al Sud del mondo, e cioè a quei Paesi oltre l'Occidente. In politica interna le grandi battaglie del Dibba sono due: la critica all'establishment, a 360 gradi, e la crociata contro il finanziamento pubblico a partiti e giornali, posizioni sintetizzabili nel taglio dei costi della politica, nel rifiuto totale dei finanziamenti pubblici e dei privilegi della classe politica. Ecco: le battaglie di Di Battista non devono finire in secondo piano. A maggior ragione adesso.