È notizia di poche ore fa. Hamas ha annunciato lo scioglimento dell’organismo che ha governato la Striscia di Gaza per vent’anni per spianare la strada ad un nuovo governo civile voluto dal Board of Peace dell’amministrazione Trump. Che si tratti di una svolta diplomatica reale è tutto da dimostrare. Resta il fatto che la linea dell’intransigenza e della lotta in questi anni di morte non ha portato a grandi risultati. Gaza è ridotta a un deserto e Israele non accenna a cedere su alcun fronte, anzi, continua ad aprirne dei nuovi. Ne abbiamo parlato con l’analista e storico militare Mirko Campochiari, fondatore dell’osservatorio Parabellum che 24 ore su 24 monitora gli sviluppi tattici dei maggiori teatri di guerra.
Questo avvenimento è un punto di svolta storico? Che cosa significa davvero?
Secondo me è un tentativo di riorganizzazione, magari in formule apparentemente più accettabili. Bisogna vedere quanto ci crederanno gli occidentali. Probabilmente quell’organismo lì, che si è radicalizzato, ha portato al disastro più totale e quindi si sta provando a vedere se magari cambierà qualcosa nella gestione. Può essere anche una mossa per ingraziarsi una ricostruzione, qualcosa del genere. Il Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza, ricordiamo, sta cercando di seguire gli accordi e forse una fazione meno estremista e più riformista sta cercando di raggiungere un punto di caduta. Chissà se riusciranno a marginalizzare gli elementi più radicalizzati che presero il sopravvento.
Un po’ quello che era successo con l’OLP nel periodo del terrorismo palestinese insomma
Sì, un governo tecnico di transizione. Però la decisione ha effetti limitati nell’immediato, perché comunque alla fine il personale amministrativo è quello di prima. Però è un messaggio politico per Hamas che è salito semplicemente quando chi cercava la mediazione non ha ottenuto nulla. La radicalizzazione per dimostrare che combattere avrebbe portato a qualcosa, però, a quanto pare non è servito. Anzi. Nonostante ciò Hamas non ha ancora accettato di disarmarsi. Ad ogni modo, secondo me, questo è sicuramente un passo nella direzione giusta. L’amministrazione, però, rimane la stessa seppur indebolita dallo sfoltimento dei leader, falcidiati da Israele. Tra l’altro è stato di recente organizzato un meeting al Cairo per negoziare tra le varie fazioni su come governare la Striscia di Gaza. Il fatto che Hamas, che prima decideva tutto e non ascoltava nessuno, ora debba mediare con le altre fazioni fa capire quanto sia stato decurtato il suo potere e la sua linea.
Un’apertura per dimostrare qualcosa alla vigilia del vertice Nato di Ankara?
Certamente. Anche perché se non arrivano fondi occidentali non ricostruiranno mai la Striscia di Gaza. Servono veramente grandi investimenti, quindi se non ti fai vedere più “normalizzato” nei rapporti non ottieni nulla. Il problema è che finché Hamas deterrà il potere, non gli verrà mai dato nulla e Israele non lo permetterà. E infatti difficilmente gli israeliani crederanno a questa mossa.
C’è lo zampino di Erdogan dietro questa mossa?
Questo non posso dirlo con certezza. È comunque interessante notare che ultimamente Israele ha riconosciuto il genocidio degli armeni per rompere le scatole ai turchi. Tra le due parti c’è frizione, però non credo che in questo momento il governo di Hamas dipenda così tanto da indicazioni esterne iraniane o turche o cose del genere, perché il flusso di aiuti si è ridotto. Quindi anche il loro potere di influenza è venuto meno in questo senso. Hamas è sempre stata una scheggia impazzita. Quindi sono convenienti da finanziare perché comunque danno fastidio a Israele, ma non è che fossero proprio utilizzati come dei burattini. Anzi, a volte facevano anche azioni che gli iraniani non condividevano. D’altronde quando è scoppiata la guerra a Gaza, Hamas non aveva informato l’Iran e tantomeno si era coordinato con Hezbollah. Neanche gli iraniani avevano ben chiaro cosa stava per accadere. L’abbiamo visto anche nella reazione del mondo arabo: quali paesi si sono schierati a favore? Gli Houthi, lo Yemen. Loro pensavano di riportare al centro la questione palestinese con un supporto degli altri paesi, che invece non si è manifestato praticamente.
Gli Accordi di Abramo in tutto questo che fine hanno fatto?
Gli Accordi di Abramo secondo me hanno creato delle distanze tali per cui questi paesi non si impegnano più sulla questione palestinese, anche perché le esperienze passate non sono state positive. La Giordania ha preso le distanze da questa guerra, non vuole più nemmeno i profughi palestinesi. Nemmeno l’Egitto: la prima mossa che ha fatto è stata chiudere la frontiera. Questo fa capire quanto poco vogliano essere coinvolti. Ci hanno già provato per 40 anni a entrare nelle guerre con Israele e non ha funzionato. E questa versione palestinese di Hamas è ancora più debole delle precedenti, quindi nessun paese comprometterebbe i propri rapporti con Israele per una situazione a Gaza. Vediamo ora quali saranno le reazioni. Se non ci sarà risposta, vi sarà un ritorno al regime precedente e tutti staranno a guardare. Non è che ci si aspetti chissà quale rivoluzione nella politica a Gaza perché fai un governo tecnico dove non hai quasi più leader, dove comunque i dirigenti erano quelli più radicali di Hamas: cambia la facciata, ma il resto della struttura è quello.