C’è un film presentato come Evento Speciale delle Giornate degli Autori che parla di Resistenza. O forse di più resistenze: culturali, sociali, morali verrebbe da dire. Specie dopo aver intervistato il cast del film in questione, l'ultimo di Samuele Rossi, presentato alla Mostra del cinema di Venezia. In Se venisse anche l’inferno siamo nel 1944, ci perdiamo nell’inverno, attraversiamo le Alpi. Il protagonista è un giovane partigiano di vent’anni sopravvissuto a una violenta imboscata che ha spazzato via la sua brigata. E l’isolamento, i pensieri, una serie di incontri e di strade che odorano di guerra, di corpi travolti, di dolori ammassati l’uno sull’altro. Con il cast del film è stato possibile - finalmente - mettere in discussione il presente, problematizzarlo proprio a partire da quell'aria di indipendenza che abbiamo il privilegio di respirare grazie allo sforzo e alla fatica degli uomini e delle donne che quasi un secolo fa ci hanno liberato. E sulle destre che nel mondo imperversano, una società composta da adulti - troppo adulti - e pochi giovani che portano in dono almeno la luce e il bisogno di edificare un domani diverso: ecco la nostra intervista al regista e agli attori protagonisti Luca Tanganelli e Giorgio Colangeli.
Samuele Rossi, il tuo film è ambientato nell’inverno del 1944. Negli anni hai realizzato il documentario su Carmelo Bene, Berlinguer. Quanto è importante per te che il cinema conservi e sveli chi siamo stati e le figure che hanno segnato il nostro tempo, magari per anticipare il futuro?
Samuele Rossi: Questa è una domanda importante perché ci riporta al significato di memoria, che è un tema per me decisivo, in primis per quello che sono come essere umano. Io credo che la memoria, individuale e collettiva, sia fondamentale nella crescita della persona e della società. Senza memoria non sapremmo ricostruire o riconoscerci in un’identità precisa. La stessa cosa avviene a più livelli, come popolo e all'interno della nostra democrazia, in un momento in cui tutte le democrazie hanno un rapporto conflittuale e problematico con la memoria, soprattutto di ciò che è accaduto all’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Stiamo perdendo il ricordo di ciò che è stato, delle libertà e dei diritti ottenuti grazie alle lotte di resistenza. È drammaticamente urgente tornare a parlarne. Realizzare un film dove la parola resistenza partigiana fosse al centro era importante proprio per tenere salda una memoria che a volte sembra perduta, minacciata e deformata brutalmente. Ho ritenuto fosse un impegno civile, non solo artistico e culturale, riportare quella pagina di storia, perché lì poteva esserci il modo di riattivare il discorso su come dovremmo essere oggi. E su come dovremmo agire: dalle lotte quotidiane, dalla resistenza culturale a quella del popolo palestinese in primis. Raccontare la nostra resistenza era un modo, almeno per me, per provare a parlare nuovamente ai nostri tempi in modo forte e determinante.
Se venisse anche l’inferno è un film antimilitarista che condanna gli orrori della guerra. A proposito di tensioni, di battaglie, vi fa paura quello che sta succedendo nel mondo?
Luca Tanganelli: Sì, totalmente. Tuttavia ho fiducia nelle nuove generazioni perché mi sembra che siano molto più avanti, o forse ho avuto la fortuna di incrociare nel mio percorso molti esempi positivi, dunque non mollo, continuo ad avere fiducia. Non possiamo non chiederci cosa accadrà in futuro e trovo che il cinema possa darci delle risposte. Tutti abbiamo aderito profondamente al progetto, siamo convinti che questo film possa essere un modo per dire che le cose si possono fare diversamente. Possiamo cambiare strada. Sia come dice Samuele dal punto di vista produttivo, di fare cinema, sia da quello umano. Restare liberi di scegliere chi avere accanto, di raccontare ciò che vogliamo. Mi spaventa il futuro, ma se resistiamo e combattiamo per portare avanti queste libertà, io ho una fiducia di fondo che spero non si spenga.
Giorgio Colangeli: Sì c’è da essere preoccupati, almeno per quanto riguarda la nostra Europa e i Paesi che possiamo ritenere affini per pregresso storico e cultura. Intanto c’è un’età media che è aumentata. In Italia la situazione è preoccupante, altrove forse meno perché ci sono politiche per la famiglia che aiutano i giovani. Però l’Europa sembra una casa di riposo diffusa. Sono stato quattro giorni in Argentina per lavoro poco tempo fa e lì senti proprio un’altra aria. E non parlo del governo attuale, bensì dell’aria che si respira: le persone si svegliano e devono darsi da fare, parteggiare, scegliere. Da noi è come se tutti avessero paura di perdere ciò che già hanno, perché abbiamo tanto rispetto a molte altre realtà nel mondo, quindi abbiamo paura di perderlo. È come se ci fossimo un po’ stancati della democrazia, ci siamo fatti sorprendere dal fatto che la democrazia non è un regime politico naturale. Non è che l’uomo, per sua natura, è democratico. Aristotele diceva che l’uomo è un animale politico, sì, ma la democrazia è una conquista quotidiana: ci diamo delle leggi, dei protocolli, dei modi di procedere per cui tutti possano avanzare senza lasciare indietro nessuno, evitando che pochi abbiano privilegi ingiusti, così che chiunque possa godere di un po’ di libertà e non danneggi quella altrui. È una costruzione difficile e faticosa. Ripeto, è come se ci fossimo stancati, come se la libertà non la sentissimo più come una cosa che ci riguarda. "Sono disposto a sacrificare la mia libertà perché gli altri la usano male": è questa l’opinione diffusa tra i fiancheggiatori delle destre.
Cioè?
C’è una specie di fretta di arrivare a un regime giusto, che premi le persone buone e che punisca le persone cattive. Ci aspettiamo il dittatore illuminato, un’oligarchia illuminata che possa risolvere questi problemi in tempi brevi. Ma la democrazia non ha questi tempi brevi, come tutte le cose difficili. Bisogna crederci. È venuta a mancare questa fede, ed è un dato molto inquietante perché fa della maggioranza della popolazione, potenzialmente, un serbatoio per la nuova destra, la quale fa leva sui disagi della gente, incolpa qualcuno, cerca colpevoli seguendo un giustizialismo da quattro soldi. Il sostegno a queste ideologie è larghissimo. I giovani forse sono esenti da queste logiche: per così dire "biologicamente" ragionano in un altro modo. È questa la grande speranza. Bisogna indicare gli esempi giusti. E quello che vedono intorno non aiuta.
Samuele Rossi: La sensazione che provo di più, almeno nell’ultimo periodo, non è paura, è qualcosa di simile alla rabbia. Rabbia che nasce dalla consapevolezza che non comprendiamo che alcuni temi e forme del nostro vivere quotidiano sono conquiste a cui non possiamo e non dobbiamo rinunciare. Ecco, questa situazione mi crea una rabbia che mi ha portato, attraverso il cinema, a tentare di costruire un argine. L'ho fatto raccontando la Resistenza in tutta la sua fisicità, non nel suo aspetto ideale, costruendo il film perché potesse essere un’esperienza quasi fisica e permettere al pubblico di trovare dentro di sè il motivo di lottare ancora per quei valori. Ho creduto fosse il modo migliore per tenere viva la consapevolezza di quello è successo. Per conservare la nostra memoria.