La politica, nella sua versione peggiore, è semplificazione, slogan, incapacità di raccontare valori a chiunque, indipendentemente dall’estrazione sociale. Serve umiltà, per mettere al centro le storie delle persone. Il cinema ha l’obiettivo di mantenere la complessità, e in questo senso è simile alla politica: diversamente, però, ha la capacità di trasmettere quella stessa complessità. Balcanica di Nicola Sorcinelli è il film dell’unico italiano delle Giornate degli autori. Il suo primo lungometraggio. La vicenda di due musicisti afghani (interpretati da Babak Karimi e Ivar Wafaeiche) arrivano, attraverso la rotta balcanica, in Europa, perché in patria la musica è vietata. Incontrano una dottoressa, interpretata da Matilda De Angelis (in Balcanica anche produttrice associata): “Periodicamente ci chiedeva: allora quando iniziamo?”, ricorda il regista quando lo intervistiamo. È un progetto indipendente, incentrato su una questione che “occupa parecchio spazio nello stomaco” di Sorcinelli (lo ha analizzato anche nel corto L’ape regina – realizzato con Emergency). Stavolta ha avuto l’opportunità di parlare di migranti in un lungometraggio. Ed è arrivato a Venezia.
Dopo gli episodi delle serie, sei arrivato a un progetto tutto tuo.
Il giorno prima della proiezione è stato strano, avevo quasi paura, è una cosa che non avevo mai provato. Nelle serie tv c'è sempre una distanza, hanno un coinvolgimento diverso. Ho lavorato per quattro anni a questo film, non è stato semplice completarlo. Verso la fine c'è stata una super accelerata, poi ci hanno invitato al festival. È stata una corsa.
È stato un set internazionale. Com’è andato il confronto culturale?
C’erano professionisti italiani, serbi, croati, tedeschi, altri dall’Iran, dall’Afghanistan: ho percepito l'entusiasmo vero, la voglia di portare avanti il progetto, il calore di tutti.
La fotografia è un elemento che spicca.
L’ha realizzata Damjan Radovanović, direttore della fotografia croato, bravissimo. E con risorse non enormi, perché comunque è un film molto indipendente. Ne parlavo con Matilda: è una delle esperienze più belle di sempre nel cinema.
L’attenzione e la cura derivano anche dall’importanza dell'argomento.
È un tema che ho già affrontato in passato, ho fatto anche un cortometraggio insieme ad Emergency (L’ape regina), è una questione che mi occupa una bella parte di stomaco, mi trasmette emozioni che poi inevitabilmente si sfogano da qualche parte.
Matilda De Angelis ti ha seguito in questo?
È stata strepitosa, in fase di scrittura avevamo in mente lei, e lo spirito che ci ha messo ci ha dato ragione. Dalla proposta a Matilda a oggi sono passati diversi anni, fare un'opera prima ci vuole tanto tanto tempo, lei periodicamente ci chiedeva: allora quando iniziamo? Balcanica non è sicuramente un film facile, Matilda ci ha creduto, tanto da diventare produttrice associata. Anche per lei è un tema fondamentale.
Come lavori sull’aspetto linguistico?
Avevo un traduttore simultaneo, ma comunque mi chiedevo se la recitazione fosse quella giusta. Cercavo di arrivarci con il tono della voce, con la fisicità. Ho lasciato molto liberi gli attori, perché poi il dari, un lingua persiana diffusa in Afghanistan, è molto complicato. I nostri attori sono madrelingua, serviva adattarsi anche alle loro osservazioni.
Per un attore è una sfida importante.
Sì, molto potente. Matilda sul set era seguita da una dottoressa per delle indicazioni sulle scene più tecniche, di movimento, di pulizia. Solo che la dottoressa parlava solo serbo. E Matilda ha detto che, in qualche modo, le rispondeva in italiano. Ma si capivano magicamente. Abbiamo veramente sfondato quella barriera. Si può fare.
Come sei arrivato a pensare quella come luogo diciamo della tua storia.
Era essenziale girare veramente lungo la rotta. Siamo molto affezionati a quel luogo così selvaggio, ci restituiva ciò che cercavamo dal punto di vista visivo. Spazi ampi, boschi fitti, il fiume gigantesco con cui inizia il film. Lì c'è anche un vero centro di accoglienza per coloro che attraversano la rotta balcanica. Io non lo sapevo: non dico fosse un segno, ma ho ritenuto importante restare lì, coinvolgere quelle persone.