Francesca Comencini stavolta è leggera sul Lido. Alla Mostra del Cinema di Venezia non ha film da presentare - due anni fa aveva portato al festival Il tempo che ci vuole con Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano nella sezione fuori concorso (titolo vincitore del Nastro d'Argento al miglior film nel 2025). Così Comencini ci racconta di un progetto speciale del Centro Sperimentale di Cinematografia condotto insieme ad Alba Rohrwacher con gli alunni e le alunne del corso di recitazione del terzo anno: “Alba mi ha chiamato con molta insistenza e alla fine ho deciso di accettare e di provare a lavorare su un classico”. Partiamo dai giovani nella nostra intervista alla regista di Amori che non sanno stare al mondo e la miniserie Django per poi, lentamente, anzi, naturalmente, avvicinarci alla politica. “Il rischio che vedo”, ci dice, “è la solitudine”. Serve “fare massa”, spalleggiarsi, proporre idee comuni. “Non è una cosa idilliaca”. È vero: è complicato. Ma è anche una difesa contro il potere che ci fa “disgregare”. Francesca Comencini ha consapevolezza e sentimento (non sentimentalismo). Anche fuori dallo schermo, in un incontro autentico come questo. La ascoltiamo, come lei ascolta le nuove generazioni. Le parole, le domande che leggerete qui sotto sono figlie di un incontro, di una conversazione vista Laguna, a Isola Edipo, fatta di cinema reale, sensibilità e questioni aperte.
Francesca Comencini sei al Lido di Venezia per un progetto speciale insieme ad Alba Rohrwacher. Su quale classico avete lavorato insieme agli studenti e le studentesse di recitazione del Centro Sperimentale di Cinematografia?
Sogno di una notte d'estate di Shakespeare, tradotto da Patrizia Cavalli. Un testo difficilissimo sull’amore, controverso e violento. I ragazzi e le ragazze si sono messi in gioco, hanno attraversato il testo come fosse l'Everest. Si sono messi insieme a noi in cammino per cercare di capirlo e metterlo in relazione con le loro vite, con le loro emozioni. Hanno contribuito anche coloro che studiano fotografia, montaggio, suono. È diventato un piccolo film di 40 minuti che racconta questo esperimento e l'amore nella sua forma talvolta più orribile e devastante. È un testo che risuona molto.
Pasolini definiva il cinema “l'arte migliore per guardare le cose fuori”. Anche il tuo cinema guarda al reale. Ti auspichi per il cinema giovane di proseguire in quella direzione?
Inevitabilmente sì, perché è il cinema che amo. Per me realtà non vuol dire realismo. C'è molta realtà in una poesia o in una favola. Il genere è una cosa interessante e anch'io l'ho fatto, con Gomorra, e mi appassiona. Però credo che in questo momento ci siano delle cancellazioni di vite che non hanno spazio per esprimersi. Mentre queste vite possono essere raccontate con mille sguardi, devono essere raccontate con mille sguardi.
Per esempio?
Com'è il concetto di lavoro per i ragazzi? Si devono accumulare mansioni, altri non ne hanno nessuna. Oppure che forma hanno il desiderio, il sesso, l'amore dentro queste generazioni. Mi appassionerebbe e credo che l'industria dovrebbe dare più spazio ai registi e alle registe emergenti. Ma che anche loro se lo devono prendere.
Qual è l'elemento necessario per non lasciarsi schiacciare dall’industria?
La ribellione, la disubbidienza. La ribellione e la disubbidienza non solo alla mia generazione, ma anche ai canoni che vengono dettati oggi e che sono molto pervasivi. Il cinema sta cambiando con una velocità incredibile, non è neanche più pensato per la sala e viene sempre più codificato. Io non penso mai che la realtà abbia torto. Non puoi incolpare la realtà per essere ciò che è. Però la puoi piegare, la puoi fare tua, cercando di raccontare qualcosa che non sia stato già raccontato. Questa è ribellione.
Anche in politica può esserci una reazione talvolta disordinata. Ma c’è. Il giorno dell’anniversario della morte di Carlo Giuliani, su cui tu hai fatto un film, a Bologna si manifestava per Fakir.
Non ho mai pensato che i giovani fossero depoliticizzati. Penso per esempio che l'esito del referendum sia stato positivo con la vittoria del no e che il voto dei giovani sia stato determinante. C'è una cosa che mi commuove quando ne parlo.
Dicci pure.
Alla mia età è prezioso questo confronto. Per quel poco che posso, da parte mia, provo a ricevere le loro idee, ascoltare cosa hanno da dire. È difficile parlare in maniera generale, ma i giovani che ho incontrato sono qualificati, preparatissimi. Bisogna fare attenzione alla solitudine, all'isolamento. Bisogna fare massa, stare insieme, perché sennò ci si disgrega.
Nella miniserie che hai diretto insieme ad Enrico Maria Artale e David Evans, Django, New Babylon è una città in cui nessuno è escluso, ma accolto e libero. Anche in varie interviste hai parlato dell’importanza della comunità.
È la cosa più importante per me. Anche tornando al cinema: vediamo film e serie sul pc, un contenuto dietro l’altro. Ma da soli. Costruirsi delle comunità è politicamente e artisticamente la cosa più importante. Non so come si possa fare, però credo che sia fondamentale. Altrimenti l'umanità rischia di estinguersi. La solitudine ci uccide. Servono spazi in cui ritrovarsi, luoghi che oggi vengono sempre più spesso chiusi.
Questo cosa comporta?
È faticoso. Parlare di collettività sembra una cosa idilliaca, ma non è così.
È il bello della Mostra del cinema, uscire dalla sala e parlare con qualcuno.
Certo, perché tutti siamo troppo soli. È una cosa che va vista, riconosciuta e combattuta.
Tornando alla ribellione: come lo racconteresti il potere oggi?
Il cinema l'ha fatto e lo continua a fare. Ma io mi attacco sempre alla realtà. Occorre rompere il meccanismo delle immagini per come ci vengono proposte a tonnellate. Quelle dei social sono immagini irreali. In uno scambio o in uno sguardo c’è la realtà. Se il cinema riesce a cogliere questi aspetti, allora combatte il rischio della disintegrazione.
Hai iniziato la tua carriera in un periodo in cui le registe avevano ancora meno spazio rispetto ad oggi. Per le tematiche e i film crudi che hai realizzato ti sei mai stata sentita giudicata in quanto donna?
Sì, è capitato. Però mi piace molto che si percepisca questa crudezza. I sentimenti lo sono. Ho sempre rifiutato il sentimentalismo. Ho cercato l'“intranquillità”, di stare nelle cose che fanno più paura, attraverso le quali, forse, trovare pace. Voglio rovesciare la domanda. Io credo di essere stata molto fortunata a essere donna. C'è stata una grande pensatrice femminista che è morta da poco, Luisa Muraro, che parlava dell’“indicibile fortuna di essere nata donna”. Io, anche grazie al fatto di essere cresciuta in una famiglia con quattro sorelle, dico che essere donna è una grande fortuna, perché si è differenti. Per Carla Lonzi dovevamo approfittare del fatto di essere state tenute lontane dal potere per millenni. È una battaglia continua. I numeri qui alla Mostra lo dicono chiaramente: i film di donne erano una minoranza incredibile.
Torniamo al tema della possibilità.
Non è un problema delle donne: è un problema di tutti e soprattutto degli uomini. Mi chiedono sempre: cosa pensi della presenza delle registe? Come se fosse una categoria. Siamo un'umanità fatta di differenze e sarebbe meglio per tutti che queste differenze si esprimessero. Non è una questione femminile, è l'umanità. Mi batto ancora per questo.
Tutti gli argomenti che abbiamo toccato sono politici: da cosa deriva la reticenza da parte di alcuni artisti nel parlarne?
Parlare di politica comporta responsabilità. Sull’ultimo argomento che abbiamo toccato ho pensato e lavorato tantissimo, sono convinta di poter dire qualcosa. Ma non mi sento tuttologa. Tutto è politica, l'ho sempre pensata così. Non ho nessun timore a dire che ho cercato di fare dei film impegnati, talvolta anche militanti, cosa che per me non è in contraddizione col valore artistico. E poi non lo so, c'è un clima di timore. Il momento è brutto, abbiamo visto le elezioni in Germania. Ci sono cose che fanno paura.