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24 settembre 2026

Con Serpenti abbiamo scoperto che Dostoevskij fa ridere.

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

24 settembre 2026

"Serpenti" racconta il peso dei legami familiari senza cedere al melodramma. Con una regia asciutta e uno sguardo profondamente umano, il film esplora ciò che ereditiamo da chi ci ha cresciuti e quanto sia difficile, a volte, trovare il coraggio di spezzare quel filo.
Con Serpenti abbiamo scoperto che Dostoevskij fa ridere. E Kafka pure

Gli sguardi luciferini di Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino, in contrapposizione agli occhietti neri e quasi da roditore di Leonardo Lidi, sono forse l'intuizione visiva più acuta di Serpenti. È da questo contrasto che Roberto De Paolis Maino costruisce una commedia nera sorprendentemente compatta, dove humour, tragedia e un pizzico di thriller convivono con naturalezza. Il regista dirige con eleganza e sicurezza, lasciandosi andare soltanto a qualche raro compiacimento registico, ma dimostrando soprattutto di saper tenere sempre vivo il ritmo di una storia che, almeno sulla carta, avrebbe potuto esaurire le proprie cartucce già dopo pochi minuti.

Serpenti è infatti la storia di una confessione, quella di Paolo Marra, interpretato da un eccellente Leonardo Lidi, un uomo che si presenta davanti alla macchina da presa e ammette con una semplicità quasi disarmante di avere ucciso la moglie. De Paolis apre il film con uno zoom in lentissimo, glaciale e inesorabile, che sembra stringere progressivamente “il cappio” attorno al protagonista. Sono minuti di grande cinema, essenziali e asciutti, che racchiudono già tutto il peso della vicenda. Da quel momento il film parte a duecento all'ora. Marra si presenta in commissariato per costituirsi, convinto che confessare basti a chiudere la questione. Scoprirà invece che perfino un omicidio può rimanere ostaggio dei tempi della burocrazia, delle procedure e delle persone che quelle procedure le incarnano. Il primo ostacolo ha il volto di un irresistibile Alessandro Borghi, che interpreta un poliziotto tanto assurdo quanto incredibilmente verosimile.

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Un poliziotto dal volto umano? Via www.chiesadimilano.it

È un agente che ripete di avere studiato psicologia, legge un saggio de Il Mulino su Napoleone, è tormentato da una feroce emicrania a grappolo e riceve telefonate dalla moglie che gli chiede cosa voglia mangiare per cena, salvo poi decidere tutto da sola. Più che interessarsi davvero al delitto, sembra quasi divertirsi a prolungare il dialogo con Marra, come se l'interrogatorio fosse diventato un esercizio di conversazione. È un personaggio scritto con enorme precisione, buffo e irritante allo stesso tempo, attraverso il quale De Paolis comincia già a mettere in scena un mondo in cui la macchina della giustizia sembra interessarsi più ai propri rituali che alla verità dei fatti.

È proprio qui che entra in gioco la scrittura. De Paolis, affiancato dai fratelli D'Innocenzo, costruisce una rete di dialoghi di rara precisione, capaci di trasformare le piccole idiosincrasie quotidiane in autentico motore narrativo. Non ci sono grandi monologhi né colpi di scena continui: il film vive di microespressioni, di esitazioni, di battute fulminanti che sembrano deviare dal punto e che invece finiscono sempre per raccontare qualcosa di decisivo sui personaggi. Borghi è eccellente nel dare corpo a questa scrittura, lavorando più sugli sguardi, sui tempi morti e sulle inflessioni della voce che sulle parole stesse.

Dall'altra parte c'è un Leonardo Lidi praticamente perfetto. Paolo Marra è un uomo che sembra vivere ancora in un mondo ingenuo, quasi infantile, convinto che basti dire la verità perché la realtà si rimetta automaticamente in ordine; ha confessato un omicidio, vuole essere arrestato e scontare la propria pena. Non gli interessa difendersi, non cerca attenuanti e non tenta mai di manipolare chi gli sta davanti: è semplicemente convinto che la colpa, una volta ammessa, coincida con la giustizia. Ed è proprio questa convinzione a essere demolita, scena dopo scena, da tutti coloro che incontra.

Lo stesso meccanismo si ripete infatti con gli altri personaggi che attraversano il film. Prima con l'avvocato d'ufficio interpretato da Pietro Castellitto, poi con la cartomante interpretata da Valeria Golino. Sono figure diversissime tra loro, eppure entrambe finiscono per incrinare le certezze di Marra, costringendolo a guardare il proprio gesto da prospettive sempre nuove. È soprattutto Castellitto a regalare alcuni dei momenti migliori del film. Il suo avvocato ha qualcosa di mefistofelico, ironico e sottilmente manipolatorio. Seduto in un bar sudicio della periferia romana, sembra quasi divertirsi a insinuare nel protagonista il dubbio che la verità dei fatti conti meno della loro interpretazione. È probabilmente il personaggio che più chiaramente mette in discussione il senso stesso della colpa.

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Voi vi fidereste di un avvocato così? Via www.dasscinemag.com

“Partiamo dai sentimenti. A un buon avvocato interessano i sentimenti, ancora più dei fatti”. È una battuta che racchiude il cuore di Serpenti. Perché De Paolis non sta raccontando un'indagine, ma il progressivo sgretolarsi dell'idea che la verità sia un dato oggettivo. Tutti i personaggi che Paolo incontra sembrano sapere che tra ciò che è accaduto e ciò che verrà riconosciuto esiste uno spazio enorme, fatto di interpretazioni, convenzioni, burocrazia e rapporti di forza.

Qui si avverte anche la mano dei fratelli D'Innocenzo. Non tanto per qualche virtuosismo stilistico, quanto per quella capacità tutta loro di tratteggiare personaggi che sembrano usciti dalla periferia romana senza mai trasformarsi in caricature. Figure bizzarre, a tratti assurde, ma sempre profondamente credibili. De Paolis le dirige con misura, senza perdere mai il controllo del ritmo, riuscendo nell'impresa forse più difficile: mantenere costantemente interessante una storia di cui conosciamo praticamente tutto fin dai primi minuti. Eppure, la tensione non cala mai, perché ciò che cambia non sono i fatti, ma il modo in cui vengono continuamente riletti.

Fino a questo momento Serpenti funziona come un meccanismo a orologeria. Gli ingranaggi non si vedono mai, ma ogni scena si incastra perfettamente nella successiva, mentre Paolo Marra continua a essere un uomo trascinato dagli eventi, incapace di orientarsi in un mondo che sembra parlare una lingua diversa dalla sua. Peccato che proprio quando questa tensione dovrebbe raggiungere il proprio apice il film compia una scelta tanto affascinante quanto problematica. Dopo l'eccezionale e surreale lettura delle carte della cartomante interpretata da Valeria Golino, Paolo Marra smette improvvisamente di essere un uomo passivo. Per la prima volta reagisce. Non accetta più il ruolo della vittima inerme, ma si ribella al potere costituito, opponendosi con uno scatto d'ira in cui affiorano perfino venature maschiliste.

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Strani incontri al commissariato Via labiennale.org

L'idea, sulla carta, è tutt'altro che sbagliata. Anzi. Forse De Paolis vuole suggerire che il vero volto dell'uomo che ha ucciso la moglie non sia quello dell'elettricista mite, spaesato e quasi infantile che abbiamo imparato a conoscere, ma quello che emerge soltanto nell'ultimo istante. Un uomo capace di ribellarsi, di imporsi e perfino di aggredire. Il problema è che questa trasformazione arriva senza essere realmente preparata. Marra non aveva mai mostrato nulla di simile, né davanti al poliziotto interpretato da Borghi, né con l'avvocato di Castellitto, né tantomeno con la cartomante, dalle cui parole sembra anzi dipendere fino all'ultimo. Certo, si era lamentato, aveva anche alzato la voce o litigato ma mai passato veramente il segno. Così quella ribellione rimane quasi sullo sfondo: è tanto improvvisa quanto fugace, tanto che lo spettatore rischia perfino di non coglierne il peso. Un'intuizione potente che avrebbe meritato più tempo per dispiegare tutta la propria forza.

Eppure i meriti di Serpenti restano di gran lunga superiori alle sue sbavature. È una commedia nera come se ne vedono poche nel cinema italiano contemporaneo, scritta con intelligenza, interpretata magnificamente e capace di far convivere umorismo, tragedia e riflessione senza perdere mai il ritmo. Si ride, spesso, ma si ride più di testa che di cuore, perché ogni battuta nasconde una domanda scomoda: che cosa significa davvero essere colpevoli? Basta confessare un delitto per diventarlo? O la colpa è qualcosa che gli altri, le istituzioni e perfino noi stessi continuiamo a riscrivere all'infinito? C'è quindi un qualcosa di profondamente dostoevskiano nella colpa che divora Paolo Marra sin dalla prima scena e qualcosa di irresistibilmente kafkiano nella macchina burocratica, che sia il commissariato o il giudice d’ufficio poco importa (o anche un potere “alternativo” come quello delle carte) che gli impedisce perfino di confessarla. Solo che De Paolis compie un piccolo miracolo: trasforma entrambi in una commedia nera. In cui si ride.

Ed è forse proprio qui che tornano quegli sguardi. Per tutto il film abbiamo creduto che gli occhi di Paolo Marra fossero quelli di una preda, mentre quelli degli altri appartenevano a grandi rettili che conoscevano già il funzionamento del mondo. Il finale, invece, insinua un dubbio molto più inquietante: e se dietro quello sguardo mite si fosse sempre nascosto un predatore? È una domanda che arriva troppo tardi per trovare una risposta pienamente convincente, ma abbastanza presto da continuare a mordere anche dopo i titoli di coda.

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