Cari haters dell’autotune, sappiamo bene che siete stanchi di ascoltare musica cantata da voci metalliche. Sappiamo bene che il panorama mainstream italiano è costellato da artisti dal talento discutibile, che hanno poco da dire e lo dicono (e cantano) pure male, se non fosse per l’autotune che rende le loro canzoni contemporanee e commerciali, seppur - ahinoi - spesso tutte uguali. E diciamolo: la trap ha rotto i coglioni, ma esiste e dobbiamo prenderne atto.
E ora che Stefano De Martino debutterà come direttore artistico di Sanremo 2027, speravate in un cambiamento drastico: un divieto dell’utilizzo del correttore vocale più usato e odiato degli ultimi anni. Ma De Martino è un pischello che strizza l’occhio alla gioventù: ammettiamolo, se non l’ha vietato Carlo Conti, non c’era da aspettarselo proprio da lui.
Però c’è un però. Negli ultimi dieci anni l’effetto vocale è stato decisamente abusato; non solo nei brani che sono stati rilasciati, ma anche nei talent. Ci è toccato assistere a grandi brani della musica italiana storpiati da voci elettroniche che non avevano idea di cosa stessero toccando e ha fatto male, sì. E nei live. Quante volte scrollando sui social ci siamo imbattuti nel video-scandalo: “A tizio/a smette di funzionare l’autotune” + steccata che faceva indignare gli utenti nei commenti? Un cantante deve saper cantare: ci sembra quasi un’ovvietà. Il punto però è che non bisogna essere generalisti. Se molti “artisti” hanno approfittato della wave dell’autotune pur essendo privi di qualsivoglia forma di talento cantautorale, non significa che tutti quelli che lo utilizzano lo siano.
Prendiamo Madame, ad esempio. Lei usa l’autotune: ma avete ascoltato i suoi album? Siete mai stati a un suo live? Vi possiamo assicurare che questo è uno di quei casi in cui del correttore vocale non ci si accorge nemmeno. Perché quello è uno di quei casi in cui l’effetto diventa solo un plus, un arricchimento del brano. Madame è riuscita a costruirsi un’identità unica anche per via delle sue linee melodiche. Ma Madame senza autotune sarebbe comunque Madame: provate a scrivere e a dare anima ai suoi brani come lei. E questo prescinde dal gusto soggettivo. Insomma: l’autotune non ti regala il talento se non ce l’hai.
Prendiamo un esempio internazionale: i Daft Punk. In questo caso la loro discografia e la loro identità artistica è fondata sull’utilizzo di Vocoder o Talkbox, nonché di autotune. Ci troviamo di fronte a un caso in cui l’intonazione “spianata” è fondamentale perché diventa uno strumento vibrante, euforico e, a volte, anche malinconico. Pensare alla musica elettronica senza l’uso di effetti vocali - tra cui l’autotune - è paradossale e anche molto triste. Tutto questo per dire che non è che perché ci siamo rotti i coglioni dei trapper, dobbiamo sfoderare il solito estremismo che ci unisce in un corale: “vaffanculo all’autotune”.
E allora Stefano De Martino, dato che conduce Sanremo 2027 e non del 1987, ha fatto quel che andava fatto: non l’ha vietato. In compenso, però, il regolamento è molto chiaro in merito all’uso dell’Intelligenza Artificiale: è un no netto. E su questo possiamo dirci non poco sollevati. Anche qui c’ha azzeccato. La notizia della pubblicazione del Regolamento di Sanremo 2027 porta con sé una ventata di lucidità che non ci aspettavamo, e la dobbiamo proprio a De Martino, piaccia o no. Nel tracciare le linee guida della sua prima edizione da conduttore e direttore artistico, De Martino ha detto una cosa semplice, quasi banale per chiunque viva nel XXI secolo, ma che nell'Ariston-centrico mondo della musica italiana suona ancora come un’eresia: l'autotune è un fatto stilistico, e vietarlo significherebbe fare un Festival fuori dal tempo. Subito si sono alzate le solite grida di dolore della brigata del “ai miei tempi si cantava davvero”, gli orfani della musica “suonata e cantata col cuore”, quelli per cui qualsiasi strumento digitale è una truffa per vendere dischi a chi non sa tenere una nota. È il momento di dirlo chiaramente: hanno torto marcio. Il pregiudizio universale verso l'autotune non è un baluardo a difesa dell'arte, è solo pigrizia culturale. Non è una protesi vocale, è una chitarra elettrica. Non serve solo a coprire le stecche. Pensate che Cher nel 1998 non riuscisse a cantare Believe senza?
Oggi, nel 2026, la voce nel rap, nella trap, nella drill e nell’iper-pop non è più un semplice organo biologico: è uno strumento sintetico. E anche se questi generi o chi li canta non ci piacciono, non per questo dobbiamo perdere l’oggettività e il contatto con la realtà contemporanea che, sì, contempla tutto un immaginario di effetti vocali di cui abbiamo parlato. Pretendere che un artista urban canti all'Ariston “al naturale” è stupido quanto chiedere a un chitarrista rock di staccare il pedale del distorsore perché “la chitarra acustica è più vera”. L’autotune altera il timbro e trasforma la voce in un sintetizzatore umano. Provate a pensare alla musica senza sintetizzatori: sarebbe una privazione inutile, oltre che un grande peccato. Fa parte dell’identità stessa del brano. Se togli l’autotune a quel tipo di scrittura, non stai valutando la bravura del cantante, ma stai distruggendo la canzone. Ha ragione De Martino quando ricorda che Sanremo è una gara di canzoni, non una corrida di vocalisti. Non siamo a Tale e Quale Show e nemmeno a un esame del Conservatorio. Ci interessano la contemporaneità e il linguaggio del presente. Pretendere di giudicare un brano trap con i parametri d’ascolto di una romanza lirica è un errore logico da analfabeti musicali. La paura dei puristi, De Martino l’ha brillantemente disinnescata: l’Ariston non si riempirà di stonati patentati capaci di esistere solo grazie al software della regia, rilassatevi. La distinzione fatta dal neo-direttore artistico è chiarissima: un conto è chi usa l’autotune come effetto estetico esibito e dichiarato; un altro è chi cerca di vendersi come la nuova Céline Dion senza averne la voce, sperando che un filtro gli aggiusti l’intonazione. Per questi ultimi, la porta delle selezioni resterà chiusa a monte. Pretendere che gli artisti siano quelli di una volta, non significa chiedergli di tornare a fare buona musica, ma di smettere di evolversi e perdere il contatto con la realtà per fare un favore alla nostra nostalgia. E se a qualcuno la cosa fa ancora storcere il naso, a noi viene in mente una frase di Rkomi nel brano Così non va di Night Skinny: “Vuoi me al primo album? Comprati il primo album”. A buon intenditor.