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29 settembre 2026

“Sono stanca del giudizio degli altri: con il corpo ho deciso di riprendermi il mio spazio”. L’attrice Liliana Fiorelli sul cinema tra luci e ombre e “I predatori” di Castellitto

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

29 settembre 2026

Una, tante, centomila. Le versioni che possiamo essere, le vite che vogliamo vivere. Da Isola Edipo abbiamo intervistato Liliana Fiorelli, attrice romana del documentario “Juso per ferie” di Karen Di Porto e “I predatori” di Pietro Castellitto. Circa venti minuti con lei per riavvolgere il nastro e tornare agli inizi, anche se, quando ami ciò che fai, ti sembra che un inizio non ci sia mai stato. Venti minuti per capire perché, a volte, chi ci guarda da fuori vorrebbe “fermarci” e non solo…

PH Marta Mancuso

“Sono stanca del giudizio degli altri: con il corpo ho deciso di riprendermi il mio spazio”. L’attrice Liliana Fiorelli sul cinema tra luci e ombre e “I predatori” di Castellitto

Ci chiedono spesso di essere una, e noi insistiamo per essere tante. Autrice, attrice e ora produttrice, Liliana Fiorelli è stata ospite di MOW, in occasione della 83esima Mostra Internazionale d'arte Cinematografica di Venezia, nella cornice di Isola Edipo - Una risata vi seppellirà (questo il titolo, il tema dell'edizione 2026 che si è svolta tra Riva di Corinto e Sala Laguna). Quella dell'attrice romana è un'emotività accogliente ed entusiasta, come lei stessa si è definita durante la nostra intervista. Entusiasta che vuol dire "avere Dio in sè", ci dice. Con l’attrice de I predatori, Chiamami ancora amore e Confusi e felici, abbiamo ragionato sul senso di fare comunità tra donne in un mare che ci vorrebbe sole, sul documentario Juso per Ferie di Karen Di Porto, presentato nella sezione Venice Open, e i ruoli che ha interpretato al cinema. La nostra intervista ha ripercorso le sue prime esperienze in un piccolo teatro di San Lorenzo in cui ci ha confessato di essersi occupata di tutto, dalla biglietteria alla gestione dello spazio, per arrivare poi alla carriera  maturata sul set. Le prime emozioni, i primi successi, ma anche una serie di prese a male, disavventure che solo a narrarle sembrano impensabili. Sarà che essere donne brillanti e poliedriche, evidentemente, fa ancora paura a molti, e allora desiderare di essere sovrane dei nostri mille talenti diventa qualcosa da difendere.

PH Marta Mancuso Liliana Fiorelli ospite di MOW a Isola Edipo
Liliana Fiorelli ospite di MOW a Isola Edipo Marta Mancuso

Liliana Fiorelli. Pare che Anna Magnani riconducesse la propria scelta di fare l’attrice al bisogno di essere amata e di ricevere amore. Per chi o per cosa hai cominciato?

C’è sempre un inizio. Effettivamente, credo che tutto sia iniziato quando ho capito di essere una persona entusiasta. Da grande ho cercato l’etimologia di questa parola, entusiasta, che vuol dire, letteralmente, "avere Dio in sé"; io mi sono sentita proprio avvolta da questo spirito creativo, come qualcosa che mi potesse muovere in senso virtuoso, come una luce che stava entrando. Esiste un inizio preciso, sì, ma quando entrano la luce e il vento, questo universo che ti avvolge, è come se non ci fosse mai stato un principio esatto, ma che tutto vivesse già dentro di te, da sempre. Poi l’entusiasmo mi appartiene. Anche se cambiassi professione, io resterei comunque un’artista e una creativa.

Alle donne è davvero permesso essere belle, simpatiche, intelligenti, brave? Ti sei mai sentita giudicata o, in qualche modo, penalizzata per questo?

In alcune occasioni, mi sono effettivamente sentita pre-giudicata, pre-osservata, pre-desiderata. Ancora prima che io diventassi donna, dunque cosciente della mia femminilità, mi sono sentita predata come fossi un oggetto. Poi è vero anche che ogni persona solare che lavora sul proprio entusiasmo, deve far pace con la propria ombra, perché tanta è la luce, tanta è l’ombra. Rispetto al fatto di essere stata giudicata affrettatamente ricordavo proprio qualche giorno fa di quando su un set - parliamo di una delle mie prime esperienze in questo mondo, ero molto piccola con gli occhi ancora pieni di sogni - un uomo, che avrei scoperto dopo essere un produttore, proprio per via del fatto che facessi molte domande, mi notò e mi disse "sembri troppo intelligente". Mi esortò come a essere “meno”, a moderarmi. Essere ricondotta a un corpo, a una voce, persino a un seno che occupi meno spazio, mi è capitato. Ti racconto un altro episodio. Una volta arrivai in finale al provino di un film, per un ruolo che prevedeva delle parti di seminudità. A un certo punto, il regista affranto venne da me e mi disse: "Liliana ora che ti vedo, pensandoti con questo corpo, in questo film… il tuo seno è poco drammatico". Ma come può un corpo essere meno o troppo legato alle emozioni?

Parlando di emozioni, di ruoli "pieni". Quali sono i personaggi, le donne che hai interpretato tra cinema e teatro che senti ti abbiano permesso di esprimere maggiormente te stessa?

Credo Luisa in L'appartamento - Sold out, un personaggio che a livello professionale ho potuto studiare e vivere a 360 gradi. Sono riuscita a immaginarla, si trattava di una donna complessa, contradditoria, è stato un ruolo molto simile a una persona, nel senso che a volte esistono dei personaggi che non ti lasciano il tempo, non ci sono le pagine per poterli osservare con tridimensionalità; invece, l’impianto di questa storia mi ha permesso di entrare in relazione, di scoprire Luisa all’interno degli altri, con gli altri. È questo il bello dei prodotti corali, il ruolo si univa in questo caso a un coro di abitanti di un appartamento e di una realtà di Roma. Di solitudini, di soli che cercano di trovare il proprio posto nel mondo. Poi, io in generale sono dalla parte dei soggetti ben scritti e il fatto è che a volte, seppur l’inversione di tendenza stia già avvenendo, per fortuna, purtroppo spesso i ruoli femminili vengono ancora definiti ancillari. Capita che la donna all’interno di un film rappresenti l’elemento colorato, il rosa all’interno di una produzione; quindi, un grande sollievo me lo dà il teatro. Ci fu uno spettacolo speciale che portai in scena con Edoardo Purgatori per la regia di Maurizio Mario Pepe, Girl in the machine, raccontava l’innamoramento di una ragazza nei confronti di un progetto di intelligenza artificiale e la virtualità che diventava la realtà, un po’ come in Her. Una sfida che mi coinvolse molto.

Il teatro dove la libertà si attraversa davvero. Quando è arrivato nella tua vita? Dov’eri e chi eri?

Il teatro è arrivato prima del cinema, quando ero appena diplomata. Sempre con Maurizio, Edoardo e altri amici dell’epoca avevamo preso in gestione un piccolo teatro di Roma, a San Lorenzo, abbiamo lavorato a lungo a uno spettacolo tratto dalle opere di Tennessee Williams. Quel progetto in lingua inglese per le scuole ci ha portato avanti per un lavoro durato anni. Mi piace tanto il teatro artigianale, di bottega, per così dire, perché vengo da lì, da un tipo di educazione unita alla formazione. In questo piccolo teatro romano mi sono occupata proprio dello spazio, letteralmente: biglietti, pulire i bagni, il teatro lo avevamo percepito come una casa.

Teatro, cinema, e ora il mondo della produzione.

Sì, ho aperto la mia casa di produzione e ci tengo a dire che è, ancora, una casa, sto capendo come arredarla, sto cercando di comprendere che tipo di gusto, di approccio voglio avere. A tal proposito, vorrei invitare le persone a inoltrarmi i propri lavori, sono una attenta lettrice. Sto cominciando con i cortometraggi. Devo ammettere che, in questi anni, ho avvertito una certa incontenibilità sana dentro di me, che fa parte del mio estro anche se spesso è stata una caratteristica mal interpretata.

liliana fiorelli marta mancuso ph
Liliana Fiorelli Marta Mancuso

Eppure, Margot Robbie, Emma Stone, a Hollywood (e non solo) sono tante le attrici di successo che hanno aperto una casa di produzione. Pensi che in Italia abbiamo ancora dei passi avanti da fare in questo senso?

Sì, la buona notizia è che possiamo farli tutti insieme. Siamo noi a dettare le regole di questo gioco e alla fine contano i risultati. Ti faccio un esempio. È come se nella ‘mia gelateria’ volessi aggiungere un nuovo gusto ma tenere tutti gli altri, senza sovraccaricare il cono, senza eliminare nulla. Il ruolo dell’attrice è un mestiere meraviglioso che porta, se si è anche un po’ creatori e ideatori di una propria autorialità, a essere relegati, a essere ultimi rispetto anche a una filiera, si rappresenta la parte finale di questo enorme fiume incontenibile. E così mi sono detta: desidero non attendere qualcuno che mi dia il permesso o il momento giusto per proporre un mio progetto. Volevo eliminare quel tempo svenuto in cui poi spesso le idee si infrangono, si frantumano e non si realizzano mai. Per quanto riguarda l’Italia, probabilmente adesso che veniamo da questo terribile periodo di crisi, il fatto che ci possano essere delle personalità creative un po’ factotum, anche a livello fiscale, organizzativo, che una sola persona possa avere più ruoli, può essere una grande risorsa. Credo molto nel learning by doing, imparando facendo il mestiere, e ciò mi permette di ritrovare l’entusiasmo con cui è iniziato tutto, di lasciare che la noia - che è anche una cosa bellissima - conduca a delle nuove scoperte. Mi sono letta tante scartoffie, burocrazie di cosa vuol dire avere una casa di produzione. Voglio capire, mi sono detta: non voglio perdere l’occasione di poter creare una piattaforma su cui lavorare a dei progetti che prima avrei solo ammirato. Oggi sento di poter essere la persona che, anche in piccolissima parte, può sostenere e supportare la crescita di un progetto.

Sei a Venezia anche per il documentario di Karen Di Porto, Juso Per Ferie.

Juso per ferie è un’ode scanzonata, pulita e onesta, come è stato lui, Galliano Juso, produttore irrefrenabile e affamato di cinema, di produzione, un inesauribile creatore, fino all’ultimo giorno di vita ha sempre pensato al prossimo progetto a cui avrebbe preso parte. Questa febbrilità sana e incredibilmente pura l’ho incontrata ne Il grande Boccia, presentato nel 2025 a Roma, sempre per la regia di Di Porto e la produzione di Juso. Avrei voluto conoscerlo prima. Juso per ferie è un documentario necessario per portare avanti la memoria anche di quei produttori che mettevano avanti la necessità di una scintilla, di vivere, di esistere al di là delle difficoltà, delle realizzazioni. È un film che rinforza il desiderio di fare cinema anche con il vento e il mare contro. Inoltre, ammetto che girare un documentario che racconta una persona a cui si è voluto bene è impagabile. Il bello del cinema è ricordarci che siamo una comunità non capita da fuori. Siamo qui, in questa oasi, in questa situazione irreale, poi torneremo a casa, ma riconoscerci e ritrovarci come appartenenti a questa comunità, che esiste grazie a noi, forse ci migliora e ci ricorda che dobbiamo proteggerci. A volte l’artista è molto forte, ma al contempo frangibile dalle paure, dalla scarsità dei mezzi, dai rifiuti, dalla sindrome dell’impostore. Invece guardare documentari come questo, Juso per ferie, o riconoscersi in conversazioni come queste ti fa esclamare: ‘Ok, sento qualcosa, ancora respiro in questo lavoro. Sono io e la strada è giusta’.

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