Un fulmine, ma non a ciel sereno. Tanto è bastato per far esplodere la polveriera che negli ultimi tempi era diventato il carcere di Enna. Un istituto quasi centenario, vecchio, fatiscente nonché, come quasi tutti i carceri italiani, altamente sovraffolato. Secondo i dati del Ministero della giustizia infatti, nel carcere di Enna sono presenti 214 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 167 posti, con un tasso di affollamento di circa il 128%. Lì, il 4 luglio, i detenuti hanno messo in atto una rivolta che ha mandato in tilt l'intero istituto. I rivoltosi hanno conquistato il vecchio padiglione, la parte più vecchia e mal messa dell'istituto con tre piani di celle, alcune delle quali addirittura senza doccia, e il nuovo padiglione, costruito su una struttura che era rimasta abbandonata e che ospita ora i carcerati protetti. Hanno occupato l'istituto generando momenti di tensione fino all'intervento degli agenti del Gio, gruppo intervento operativo, di Catania e di altre forze giunte da altre carceri che sono intervenute per sedare la rivolta.
A far scattare la scintilla della rivolta sarebbe stato un fulmine, che nei giorni precedenti avrebbe fatto saltare la centralina telefonica, impedendo ai detenuti di comunicare con l'esterno nel contesto già isolante della detenzione. La versione del governo però è un'altra, “Il motivo dei disordini è stata l'intercettazione tra le 10 e le 10.30 di quattro pacchi lanciati dall'esterno e contenenti materiale illecito diretto ai detenuti – ha detto il sottosegretario alla giustizia Alberto Balboni – L'impianto telefonico ha sempre funzionato”. Una versione però smentita da un comunicato diramato dal Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, attraverso la voce del segretario Donato Capece. “Dispiace constatare – dice – che qualcuno continui a minimizzare problemi che, invece, erano sotto gli occhi di tutti. Se davvero il disservizio telefonico fosse stato risolto nell'immediatezza, come viene sostenuto, qualcuno dovrebbe spiegare perché il personale di Polizia Penitenziaria, ad ogni cambio turno, era costretto a lasciare in portineria il proprio numero di telefono cellulare privato affinché potesse essere contattato in caso di necessità, visto che le linee telefoniche dell'istituto risultavano fuori uso. Questo è un fatto concreto, conosciuto da chi presta servizio nella Casa circondariale di Enna”. Guardie contro ladri dunque non sono divisi uno contro l'altro, ma uniti nel denunciare i malfunzionamenti e la situazione che al carcere di Enna, come in tutte la patrie galere, sta diventando invivibile.
Infatti qualunque fosse stato il motivo della rivolta, è evidente che dietro si celi un pretesto per manifestare un malcontento che non si limita ai detenuti ma che attraversa anche gli stessi operatori penitenziari. La scorsa settimana al Parlamento Europeo, nella più mite Bruxelles, era scattata una polemica perché ai piani inferiori era stata spenta l'aria condizionata. Pensate che, per motivi di sicurezza, è vietato in tutte le carceri l'utilizzo di ventilatori o di frigoriferi. Secondo i sindacati quella di Enna è stata solo il preludio di un'estate infernale per le carceri italiane: “La rivolta di Enna è la riprova che lo Stato ha perso il controllo degli istituti penitenziari – ha detto al Manifesto il segretario del Sap Aldo Di Giacomo – È stato sufficiente il pretesto dell'impossibilità di contatti telefonici tra detenuti e famiglie per scatenare le violenze e le distruzioni per almeno 200 mila euro di danni che pagheranno i contribuenti italiani. A pesare sul clima afoso che in alcune celle supera i 40 gradi è la crescente tensione per le mancate risposte alla diffusa emergenza carceraria. In queste ore siamo certi si scoprirà che il sovraffollamento delle carceri, che ha raggiunto livelli sino al 150% in alcuni istituti, insieme al sottodimensionamento degli organici del personale penitenziario e alle carenze infrastrutturali sono le cause reali”.
Concorda anche Giorgio Bisagna, avvocato e presidente di Antigone in Sicilia, raggiunto da Fanpage: “C'è una situazione esplosiva in tutte le carceri siciliane in questo momento. E gli inneschi sono molti: l'assenza di attività nei mesi estivi, il caldo nelle celle sovraffollate, la mancanza di servizi minimi. Quello che è successo a Enna è destinato a ripetersi a breve”. Bisagna ha riportata quello che ha visto con i suoi occhi durante le visite all'istituto: “Ho assistito a un vero e proprio sfogo collettivo sia dei detenuti che del personale. Ci hanno elencato tutte le cose che non andavano bene, quasi all'unisono. Il personale direttivo o di Polizia Penitenziaria non è dissonante rispetto alle criticità che denunciamo. Infatti sappiamo già quale sarà la prossima criticità che ci troveremo ad affrontare”. Problematiche che, con l'arrivo della stagione estiva, non fanno che esacerbarsi, a causa del già citato problema del caldo unito alla diminuzione delle attività rieducative e risocializzanti. Dopo la rivolta otto persone individuate come promotori saranno trasferite e, come se non bastasse, il resto dei detenuti sono stati stipati nelle celle rimaste, fino a dieci nella stessa stanza.
Sia chiaro, nessuna rabbia, per quanto comprensibile, giustifica la distruzione di un'ala di carcere: chi ha devastato celle e telecamere pagherà, ed è giusto così. Ma continuare a leggere ogni rivolta come un episodio isolato, da sedare e archiviare, significa curare la febbre ignorando la malattia. E non è solo chi scrive a dirlo: è la stessa Europa, da anni, a ricordarlo all'Italia. Nel 2013 fu la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con la sentenza Torreggiani, a condannare Roma per il sovraffollamento delle sue carceri, definendolo un trattamento inumano e degradante. Da allora il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura è tornato più volte a bussare alla porta dei nostri istituti, e ogni volta ha trovato la stessa fotografia. Quello che è successo a Enna, allora, non è un'anomalia da irreggimentare con più sicurezza, ma il sintomo, ormai cronico, di un sistema che l'Europa ci dice essere malato da più di un decennio — e che continuiamo, ostinatamente, a non curare.