Ci sono film che non invecchiano, ma che invecchiano noi, ponendoci di fronte all’inevitabile resa dei conti tra ciò che ci eravamo promessi e ciò che siamo diventati. Into the Wild compie vent'anni, e rivederlo oggi significa fare i conti con un rito di passaggio che non perde mai la sua urgenza, specchio spietato in cui rivedere ciò che eravamo da giovani e il peso degli ammonimenti che ci ponevamo sull’imminente dopo, su cosa saremmo diventati in termini di cinismo e cosa sarebbe rimasto della nostra purezza originale con il passare degli anni, tra compromessi e disillusioni quotidiane. Vent'anni fa cominciava la sua lavorazione e il cinema accoglieva un'opera destinata a scavare un solco profondo nell'immaginario collettivo. L’attore protagonista, Emile Hirsch, ha ricordato in questi giorni di aver incrociato per la prima volta sui telegiornali e sulle riviste la storia di Chris McCandless. E che quando venne coinvolto da Sean Penn nel progetto colse intatta la vertigine di una storia drammatica e commovente, destinata alle anime di ciascuno di noi. Non è solo dunque un anniversario cinematografico, ma è la celebrazione di un mito collettivo. Non una storia che si limita a essere raccontata, ma chiede di essere abitata. Per connettersi a Christopher McCandless bisogna mettere da parte la pulsione agiografica del suo breve e coraggioso percorso e guardare alla radice dello strappo che ha motivato la sua impresa. Non una semplice bravata giovanile, né il capriccio di un adolescente viziato. Ma un atto di accusa radicale contro un’epoca e contro il simulacro della rispettabilità borghese a cui era destinato. E ovviamente il rapporto con il padre, Walt, ingegnere e professionista di successo, che si sgretola nel momento in cui Chris scopre la menzogna portante della sua facciata: una doppia vita sentimentale che svela l'ipocrisia su cui si reggeva il nucleo familiare in cui lui era cresciuto ed aveva creduto.
Di fronte a questo castello di carte, fatto di aspettative sociali e carriere già delineate, Chris sceglie la sottrazione, ovvero di dissolvere l’intero sistema. E, come un moderno Thoreau spinto da un'urgenza millenaria e disperata, decide che la civiltà è un copione asfittico in cui si rifiuta di recitare: rigetta la stanca adesione a un destino già scritto, sceglie di spogliarsi di ogni orpello pur di non trascorrere l’esistenza, fingendo di vivere in attesa della morte. Chris dà fuoco ai suoi soldi, dona i risparmi, abbandona la sua auto nel deserto e cancella il proprio nome anagrafico. Battezza il salvatore di se stesso, Alexander Supertramp, ponendo a un bivio la sua giovinezza: essere visti o scomparire. Quante vite ha attraversato quella frase sussurrata nel film: “Stavo cercando di non essere trovato”. Per chi ha incontrato Into the Wild da adolescente, magari ancora seduto tra i banchi di scuola in cerca di approvazione, dello sguardo delle prime ragazze, di un posto in un mosaico sociale che sembrava rifiutarlo; ma d’improvviso si spengono le luci della sala e ci si ritrova scombussolati al cospetto di un coetaneo così agli antipodi che opta per una scelta grandiosa, estrema e fatale. E nell’aria le carezze graffianti di Eddie Vedder, vera e propria voce interiore del film.
“Il mondo non si sentirà di certo solo senza di me”, dal ritornello di Society che ridimensiona il peso dei nostri giudizi, delle piccole ansie quotidiane, della tirannia dei nostri ego. Che ci ricorda che siamo polvere e paesaggio, e che la vera grandezza non sta nell'occupare spazio, ma nell'abitare con pienezza il nostro tempo. Grazie Alexander Supertramp: è anche merito tuo se permane in noi quella voglia di svanire, di dissolverci nella vastità di un orizzonte incontaminato per capire se, togliendo tutto, resti qualcosa di autentico. Eppure, nel testamento vergato su quelle pagine logore, prima che il silenzio dell'Alaska lo avvolgesse, Alexander non predica la fuga eterna, ma il ritorno, testimoniato da quella frase lapidaria, che dà i brividi trascrivere: “La felicità è reale solo quando è condivisa”. Questo è il lascito più grande di Christopher McCandless che ha dovuto percorrere migliaia di chilometri, spogliarsi di tutto e toccare il fondo della solitudine più estrema per capire ciò che i libri non potevano insegnargli: che la libertà non ha alcun valore se non c'è nessuno a cui raccontarla, nessuno con cui dividere il pane, nessuno a cui stringere la mano nel buio. Al di là del mito tragico di Supertramp, è questa la verità che vent'anni dopo continua a bruciarci dentro.