Esistono opere che nascono già fuori scala che non chiedono semplicemente di essere guardate, lette o ascoltate ma che chiedono di cambiare il linguaggio con cui guardiamo il mondo. Quando vengono annunciate sembrano quasi sempre un'idea assurda, troppo costosa, troppo lunga, troppo ambiziosa, troppo complicata. Troppo di tutto insomma. Quando invece arrivano a compimento ci chiediamo come sia stato possibile immaginarle in modo diverso: sono opere megalomani, ed è difficile trovare qualcosa di veramente grande nella storia dell'arte che non lo sia stato almeno un po'. Oggi la parola “megalomane” viene usata quasi esclusivamente come un insulto. Evoca narcisismo, egocentrismo, incapacità di riconoscere i propri limiti. Eppure, esiste una megalomania che ha poco a che fare con l'ego e moltissimo con l'immaginazione. È quella che porta un artista a concepire un'opera sproporzionata rispetto ai mezzi che possiede, alle tecnologie disponibili, perfino al proprio tempo e salute, alle volte stessa vita. Molte delle grandi rivoluzioni artistiche nascono da qualcuno che, a un certo punto, ha pensato una frase apparentemente irragionevole: questa cosa si può fare. Richard Wagner immaginò il Ring come un'opera totale nella quale musica, poesia, teatro, architettura e mito si fondessero in un'unica esperienza. Per metterla in scena non si limitò a scrivere quattro opere. Fece costruire un teatro progettato secondo le proprie esigenze, il Festspielhaus di Bayreuth, perché nessun altro luogo gli sembrava all'altezza della visione che aveva in mente. Si può discutere Wagner per mille ragioni. È molto più difficile sostenere che non abbia pensato in grande.
Lo stesso vale per Gabriele D'Annunzio. Anche lui immaginò un'opera che andava oltre i libri. Trasformò la propria esistenza in un gesto estetico permanente, fino a fare del Vittoriale una specie di autobiografia costruita con pietra, giardini, stanze e reliquie. Oggi quella scelta può apparire perfino eccessiva. È proprio questo il punto: le opere megalomani sembrano quasi sempre eccessive finché qualcuno non trova il coraggio di realizzarle. Il cinema conosce molto bene questa forma di ambizione. Stanley Kubrick pretendeva il controllo assoluto di ogni dettaglio perché era convinto che ogni dettaglio contribuisse al senso dell'opera. Francis Ford Coppola arrivò a mettere in discussione il proprio patrimonio e la propria salute pur di completare Apocalypse Now e, molti anni dopo, ha finanziato Megalopolis con il proprio denaro pur di dare forma al progetto che sognava da decenni. Werner Herzog trascinò realmente una nave sopra una montagna durante le riprese di Fitzcarraldo perché riteneva che nessun trucco avrebbe potuto sostituire il peso fisico di quell'immagine. James Cameron continua a spingere la tecnologia oltre i limiti esistenti per rappresentare i mondi che immagina e, puntualmente, costringe l'industria a rincorrerlo. In tutti questi casi la megalomania non coincide (solo) con il carattere degli autori, coincide con la misura stessa delle loro opere.
Viviamo però in un'epoca che sembra aver sviluppato una certa diffidenza verso ogni forma di eccesso. Tutto deve essere più rapido, più agile, più economico, più facilmente consumabile. I contenuti si misurano in secondi, gli algoritmi premiano la ripetizione, l'intelligenza artificiale promette di semplificare qualunque processo creativo. Pensare in grande sembra quasi una colpa, anzi un peccato, inteso proprio in chiave cattolica. L'ambizione viene facilmente confusa con la vanità, il rischio con l'arroganza, la lentezza con l'inutilità. Pentiti figliolo pentiti, se tu hai pensato in grande, insomma. Forse è proprio per questo che le opere davvero sproporzionate continuano ad affascinarci. Non perché siano perfette. Molte sono imperfette, alcune perfino fallimentari. Apocalypse Now rischiò di non essere mai completato, Fitzcarraldo sembrava un'impresa impossibile e il Ring fu considerato per molti un progetto folle. Nonostante ciò, tutte queste opere condividono una caratteristica fondamentale, ovvero che nessuna nasce dal desiderio di fare qualcosa di piccolo fatto bene ma nascono dal desiderio di tentare qualcosa che sembrava impossibile. L'arte, del resto, ha sempre avuto bisogno di qualcuno disposto a oltrepassare il limite del ragionevole. Nessuna delle opere che abbiamo ricordato è nata dalla prudenza o dal calcolo. Sono tutte figlie della convinzione che il mondo potesse ancora essere sorpreso e che l'immaginazione, ogni tanto, dovesse correre più veloce della tecnica, del mercato e perfino del buon senso. Non sono piani di marketing, sono visioni di menti creative, e un po’ folli.
Forse la megalomania non è un difetto del carattere, ma il nome che diamo a un'immaginazione quando smette di preoccuparsi delle proporzioni. È quella forza che convince un artista a inseguire un'opera troppo grande per il suo tempo, nella speranza che un giorno sia il tempo a crescere fino a raggiungerla. A portare una nave in cima a un monte, se serve. Forse è per questo che artisti e opere finiscono sempre per abitare la stessa città. Coppola l'ha chiamata Megalopolis. E, a pensarci bene, ogni tanto non sarebbe male farci un salto anche noi.