C’è qualcosa di profondamente folle e romantico nel guardare Coyote vs. Acme e ritrovarsi a pensare ad Albert Camus. Sì, proprio Camus. Quello dell’assurdo, di Sisifo, della pietra che bisogna spingere su per la montagna sapendo perfettamente che tornerà giù. Solo che qui la pietra corre. Corre veloce, ha le piume azzurre e fa “beep beep”. Già perché Wile E. Coyote, in fondo, è Sisifo. Da più di settant’anni costruisce una macchina per raggiungere Beep Beep. Una trappola, un razzo, una catapulta, una bomba, l’ennesimo marchingegno Acme che sulla carta dovrebbe finalmente funzionare. La prova e, puntualmente esplode. Oppure lo fa cadere da un burrone. Ma il nostro cane del deserto non demorde: si rialza e ricomincia l’avventura.
Ora Camus: «La lotta stessa verso le vette basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.» E questa frase contiene un po’ tutto Coyote vs. Acme, anzi sembra quasi trovare una seconda vita. Wile E. è pieno di malinconia, tristezza, senso di sconfitta. È solo. Ha costruito tutta la propria esistenza attorno a una preda che probabilmente non riuscirà mai a prendere. Eppure non si abbatte. Torna al tavolo da disegno, prepara un’altra trappola, guarda ancora una volta quel pennuto all’orizzonte e parte. È un Sisifo che non smette di spingere il masso. Ed è qui che il film trova la sua intuizione più bella: prende una gag vecchia di decenni e scopre che sotto quella gag c’era già una piccola tragedia esistenziale. Perché Wile E. non è nemmeno una vittima innocente. È un predatore. Vuole mangiare Beep Beep. Beep Beep non gli ha fatto niente. Corre. Corre perché è fatto per correre, Wile E. lo insegue perché è fatto per inseguire. Sono due creature incastrate nella propria natura, due personaggi che esistono perché uno scappa e l’altro rincorre. Se uno dei due si fermasse, probabilmente finirebbe la storia. Forse finirebbe anche la ragione per cui sono lì. Il film allora gli dà qualcosa che nei corti non serviva: una vita oltre Beep Beep.
Wile E. fa giustappunto causa ad Acme. Ed ecco la class action a cartoni, un legal drama da paese in cui una piccola creatura ammaccata si mette contro una multinazionale gigantesca. Il coyote ha un avvocato, un’aula di tribunale, delle prove e una ragione per dire finalmente: no, non mi arrendo. Forse quelle trappole che gli sono esplose in faccia per una vita non erano soltanto colpa sua. Forse dall’altra parte c’era qualcuno che continuava a vendergli il prossimo razzo. Da qui Coyote vs. Acme diventa una storia pop nel senso più bello della parola. I ricchi hanno i soldi, i laboratori, i contratti, gli avvocati. Gli altri hanno ostinazione. E il film non ha nemmeno bisogno di santificarli: Wile E. vuole sempre mangiare Beep Beep, non è diventato improvvisamente un santo. Però è strambo, è solo, è sconfitto. E soprattutto continua. In mezzo ci sono una spy story all’acqua di rose e un legal drama che procede con quella semplicità che quasi diventa una virtù. Non c’è il bisogno di trasformare tutto in un labirinto. La storia vuole raccontare una piccola ingiustizia, far ridere, far tifare, commuovere un pochino. E basta. La cosa difficile è che il film riesce a essere adulto senza smettere di essere un cartone. È abbastanza consapevole da lasciarci leggere dentro il capitalismo, le corporation, la solitudine, la perseveranza, perfino Camus, ma abbastanza folle da ricordarsi che il pubblico è anche lì per vedere un coyote esplodere per colpa di una bomba Acme.
Può parlare di corporation, capitalismo e fallimento e subito dopo mandare un coyote contro un canyon. Può essere meta abbastanza da divertire chi cerca i riferimenti e semplice abbastanza da far ridere un bambino che non sa chi sia Camus e, giustamente, non gli interessa. E poi c’è tutto il resto dei Looney Tunes. Perché Coyote vs. Acme non prende semplicemente Wile E. Coyote e Beep Beep e li sposta dentro un altro film: attorno a loro si raduna praticamente tutto il mondo Warner dell’animazione. Ci sono Titti, naturalmente, Daffy Duck, Porky Pig, Gatto Silvestro e una sfilata di facce che sembra un enorme album di famiglia. Un bell’hommage a un immaginario intero, a quella fauna surreale che per generazioni ha fatto della catastrofe una forma d’arte. È come se il film, mentre racconta la piccola guerra di Wile E. contro Acme, aprisse la porta di casa e invitasse dentro tutti.
Non dimentichiamoci di John Cena, perfetto nel ruolo del principe del foro della corporation Acme, l’americano patriottico dal volto umano della megaditta. Sorride, rassicura, difende. Ha quella tranquillità di chi sa che, in un mondo costruito su contratti e cavilli, avere i soldi significa anche avere più tempo per aspettare che qualcun altro si stanchi. A quel punto nasce inevitabilmente la domanda cretina: se Acme è Amazon, John Cena vota Trump? Non serve una risposta. È già una buona domanda. Il film si diverte anche con i piccoli riferimenti cinefili. Il Dottor Lorre della sezione sviluppo sembra arrivare da un’altra epoca del cinema e il nome richiama Peter Lorre, quello di M - Il mostro di Düsseldorf. È un dettaglio laterale, ma perfetto per un film che prende il proprio immaginario con affetto e senza l’aria di doverlo imbalsamare.
Peccato invece per una parte della CGI. Wile E. Coyote e Beep Beep sono i personaggi che funzionano meglio, perché conservano ancora una fisicità elastica, una leggibilità immediata, quella semplicità grafica che li rende ancora oggi irresistibili. Alcuni degli altri modelli in CGI sono invece troppo lucidi, troppo plastici, quasi poveri di espressività. In certi momenti sembra davvero che il budget si sia fermato prima di arrivare al reparto animazione. Ed è un dispiacere vero, perché appena il film lascia spazio ai suoi due protagonisti torna immediatamente a brillare. Wile E. è ancora Wile E., Beep Beep è ancora quel piccolo fulmine azzurro che scappa verso il deserto. Non serviva altro.
Va poi considerato che l’intera storia, anche produttiva, del film stesso, pare essere uscita da una sceneggiatura scritta apposta per Acme. Coyote vs. Acme è stato completato, poi accantonato da Warner Bros. e destinato a diventare un tax write-off, prima di essere recuperato e portato finalmente al pubblico. Un film sulla lotta di un piccolo individuo contro una corporation ha rischiato di essere schiacciato proprio dalle logiche industriali di una corporation. È talmente perfetto da sembrare una gag finale. Forse è anche per questo che il film porta con sé una certa malinconia. Parla di qualcuno che continua a provarci quando tutto sembra perduto e, fuori dallo schermo, ha dovuto fare esattamente la stessa cosa: continuare a esistere.
Ma Coyote vs. Acme non ha mai davvero voglia di deprimersi: corre. È un grande cartone animato moderno e consapevole, abbastanza intelligente da poterci leggere il capitalismo, la solitudine, la testardaggine, il bisogno di uno scopo e perfino Camus, ma abbastanza scemo da farti ridere subito dopo. E forse è proprio questa la sua forma migliore: una storia adulta raccontata con la grammatica semplice e meravigliosa dei cartoni animati. Perché alla fine Beep Beep continua a correre, fiducioso, verso l’orizzonte. E Wile E. Coyote lo insegue con il sorriso. È Sisifo, sì. Ma appunto è un Sisifo felice. Spinge il masso su per la collina sapendo che tornerà giù, eppure ricomincia. Insegue quel pennuto azzurro che gli sfugge sempre, e lo fa quasi contento di poterlo ancora inseguire. La sconfitta non lo ha sconfitto. Gli ha dato una ragione per continuare.
E allora forse Camus aveva ragione: il masso torna giù, Beep Beep scappa e Wile E. riparte ad inseguirlo. Forse il senso non è nemmeno raggiungerlo, la cosa che davvero conta è avere ancora una ragione per inseguirlo.