In principio era il caos, ed era bellissimo. Il podcast, in Italia, è nato come un atto di insubordinazione, una sorta di pirateria 2.0. Era lo scantinato buio dove potevi sentire il fiato corto di chi parlava, la sgrammaticatura sincera, il pensiero scorretto che in Rai o a Mediaset avrebbe fatto saltare i tappi a tre consigli di amministrazione e scatenato un’interrogazione parlamentare prima della fine del primo blocco pubblicitario. Era l’ultima frontiera. Poi, come sempre accade quando una prateria è vergine e promettente, sono arrivati i colonizzatori con le loro valigie di velluto e i loro uffici stampa al seguito.
Oggi, se navighi tra le tendenze di Spotify o YouTube, la sensazione è quella di trovarsi nella gigantesca sala d’attesa di un dentista di lusso: tutto è bianco, tutto è profumato, tutto è sterilizzato a prova di batterio. Ma soprattutto, tutto è maledettamente, tragicamente politically correct.
Avete notato il fenomeno? Le classifiche dei podcast italiani oggi sembrano il palinsesto di Rai 3 o di Italia 1 della fine degli anni '90, ma con una connessione in fibra e microfoni da mille euro. I volti noti, i reduci della prima serata, i personaggi che la TV ha masticato e sputato (o che semplicemente hanno capito che il vento è cambiato) hanno attuato il Grande Trasloco.
Si sono seduti davanti a un microfono a condensatore, hanno buttato via la cravatta per indossare una felpa oversize da "streetwear dei poveri" per sembrare più vicini alla strada, e hanno riproposto lo stesso identico schema che ha ucciso la seconda serata televisiva: l’assenza totale di rischio. Il podcast è diventato il nuovo promozionificio. L’artista non viene più per raccontarsi, viene per timbrare il cartellino. C'è il libro da piazzare, il tour da sold-out preventivo, la serie Netflix da pompare. E il podcaster di turno, che una volta era un intervistatore d'assalto con la curiosità di un detective, si è trasformato in un valletto compiacente che porge la domanda su un vassoio d’argento.
Ma l'abisso lo tocchiamo quando nel salottino entra il Politico. Disperati per un consenso che scivola via tra le dita e terrorizzati dall'irrilevanza anagrafica, i leader nostrani hanno scoperto il podcast. Ma lo hanno scoperto come un antropologo ottocentesco scoprirebbe una tribù amazzonica: con una superiorità malcelata e una totale ignoranza delle regole del luogo.
Il politico nel podcast è uno spettacolo grottesco. Lo vedi lì, teso come una corda di violino, che cerca di usare il "tu" colloquiale mentre il suo cervello ragiona ancora per "inerenti premesse" e "dinamiche parlamentari". Cercano di intercettare un bacino di giovani che non conoscono, parlando un linguaggio che non gli appartiene, tra una battuta forzata e un aneddoto studiato a tavolino per sembrare "uno di noi".
Il risultato non è la disintermediazione, ma una farsa. Trasformano uno spazio di approfondimento in un micro-comizio senza contraddittorio, convinti che basti togliersi la giacca e bere una birra artigianale davanti a una sony per diventare cool. Invece di portare la politica ai giovani, portano il teatrino del Transatlantico in streaming, svuotando il mezzo di ogni credibilità e la politica di ogni briciolo di dignità rimasta. È il cringe elevato a strategia elettorale.
La vera tragedia non è solo chi parla, ma come lo fa. Abbiamo importato la "Safe Zone" televisiva nel mondo digitale. Se in TV il politicamente corretto era una necessità contrattuale per non far scappare gli sponsor; nel podcast è diventata una scelta ideologica preventiva. Si ha paura del "taglio" sbagliato, del titolo su TikTok che potrebbe scatenare l'orda dei moralisti da tastiera.
Così, assistiamo a interviste che sono in realtà sessioni di auto-aiuto tra privilegiati. Il conduttore non incalza, non smentisce, non scava. Si limita ad annuire con l'intensità di un cane di pezza poggiato sul cruscotto di una Panda in autostrada. Il risultato è un'asfissia intellettuale: un dialogo dove l’ospite si auto-assolve da ogni peccato e il pubblico viene nutrito con una pappa predigerita di buoni sentimenti. È la morte del conflitto, e senza conflitto non c’è narrazione, c’è solo pubblicità regresso.
C’è poi il paradosso estetico. Mai come oggi i podcast sono stati tecnicamente perfetti. Luci neon studiate da direttori della fotografia, camere cinematografiche che inquadrano i pori della pelle in 4K, sigle prodotte con budget da festival. Ma dietro questa confezione scintillante, c’è il vuoto pneumatico. È la vittoria del branding sulla sostanza.
Il meccanismo è perverso: si registra per tre ore per estrapolare tre clip da sessanta secondi da far girare sui social. Il contenuto non è più il dialogo, ma il "meme" o la "frase motivazionale" da dare in pasto all'algoritmo. In questo processo di frammentazione, il pensiero complesso muore. Si parla per slogan, si ragiona per frasi fatte. Abbiamo trasformato la libertà del long-form nella schiavitù della clip. E’ un problema di attenzione generale…
Il podcast "mainstream" oggi è un asset commerciale. E come ogni asset, deve essere rassicurante per gli investitori. Se provi a fare una domanda che esce dal seminato, l'agente dell'ospite – che spesso siede a due metri dal tavolo con lo sguardo di un sicario – interviene o chiede il taglio in fase di editing. Questa è la vera "televisionizzazione": l'introduzione della censura preventiva in un mezzo che era nato per abbattere le barriere. Sono nati veri e propri studi legali di sciacalli specializzati nelle querele e non tutti hanno le spalle così grosse per resistere agli attacchi “legali”, quindi l’autocensura diventa un aspetto quasi di endemico, di format.
Siamo passati dal "diciamo tutto quello che gli altri non dicono" al "diciamo quello che l'algoritmo vuole sentirsi dire per non essere demonetizzati". La prima e la seconda serata sono morte in TV non perché mancassero i talenti, ma perché mancava il coraggio di essere sgradevoli. Quel medesimo virus della codardia ha infettato la rete. L’unico che si gioca veramente tutto è Fabrizio Corona che non trema nemmeno davanti alle 150 banane richieste da Mediaset, questa è l’unica eccezione quindi la regola è confermatissima.
Se il futuro del podcast deve ridursi alla versione web di Che Tempo Che Fa o, peggio ancora, a un’estensione di Porta a Porta con il microfono figo e le cuffie professionali, allora abbiamo un problema che va ben oltre la crisi dell'intrattenimento: abbiamo un problema di onestà intellettuale. Se ogni puntata, ogni ora di registrazione, deve essere solo un comunicato stampa travestito da chiacchierata informale tra "amici" che si sono conosciuti cinque minuti prima in sala trucco, allora preferisco il silenzio.
La TV non è affondata per mancanza di mezzi, ma per un eccesso di presunzione: è morta di noia, di arroganza e di una spaventosa, quasi patologica, mancanza di aderenza alla realtà. Si è chiusa in una torre d'avorio fatta di applausi a comando e luci calde, convinta che il pubblico fosse una massa amorfa disposta a ingoiare qualsiasi polpettone preconfezionato.
Se il mondo del podcast — nato per essere l'acido che scioglie queste sovrastrutture — continuerà a inseguire pedestremente questi modelli fallimentari, convinto che basti una striscia a LED, un neon colorato e un politico che fa finta di essere simpatico per "fare cultura", la sua parabola sarà ancora più rapida e brutale di quella del tubo catodico.
Il motivo è semplice e spietato: sul web non esiste l'inerzia del telecomando. In TV potevi sperare nello spettatore catatonico che, per pigrizia, restava sintonizzato sul tuo talk show soporifero. Qui no. Nel mondo digitale hai solo la ferocia di un utente che ha il mondo intero a portata di clic e che, dopo tre secondi di fuffa istituzionalizzata, ti cancella per sempre con un colpo di pollice.
Stiamo barattando l'anima del mezzo per un briciolo di rispettabilità mainstream. Ma la rispettabilità è l'anticamera della morte creativa. Se il podcast diventa il posto dove i potenti vanno a farsi lucidare le scarpe senza il rischio di una domanda vera, allora non abbiamo inventato nulla di nuovo: abbiamo solo costruito un ospizio più tecnologico per i soliti noti. E il pubblico, statene certi, non tarderà a lasciarli soli con i loro bellissimi e inutili microfoni da mille euro.